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Napoli ancora malacqua, in un guado senza futuro

Opinionista: 

Con le prime piogge autunnali, di cui giovedì scorso abbiamo avuto un assaggio allarmante in larga parte della città allagata, in particolare alla Riviera di Chiaia e in molti altri quartieri per la viabilità, traffico e trasporti in tilt, è tornata la ciclica cantilena sul declino urbanistico, sociale e civile di Napoli. Di chi la colpa o le colpe? Proviamo a fare una breve sintesi sul perché si è giunti a tanto. Agl’inizi degli anni Novanta, dopo l’uscita di scena di una classe politica, decimata dalla rovente stagione di Tangentopoli, Napoli cercò di trovare nuovo vigore e un concreto, più decente avvenire. La sensazione che le cose potessero cambiare si manifestò con una fiducia diffusa nelle istituzioni cittadine, ai cui vertici fu eletto sindaco Antonio Bassolino. Tra le sue priorità, oltre al recupero delle periferie, vi fu una sorta di “scommessa” da vincere dell’orgoglio napoletano su temi cruciali: infrastrutture, lavoro, occupazione, mobilità e un moderno riassetto urbanistico. Insomma una visione complessiva di futuro della città e della sua economia, già provata da lunghi anni di crisi per le traumatiche dismissioni di aziende del parastato. Purtroppo alla distanza ogni buona intenzione si rivelò deludente. Tutti i sogni rimasero nel cassetto. Anzi nei cassonetti di uno fascio ecologico. Il dinamismo iniziale di Bassolino, non sufficientemente sorretto, anzi tradito dalla classe dirigente, che ne aveva condiviso la sfida e gli aveva promesso di favorirla, si ridusse a una sua autoreferenziale e sterile solitudine. Le opere promesse da Ovest a Est, per rivoluzionare la città, rimasero sulla carta. Lo stesso fermento culturale fu appannaggio del ristretto coinvolgimento di una fascia sociale “elitaria”. Eppure l’inizio di quella stagione, nonostante avesse avuto come ineguagliabile vettore promozionale la ribalta prestigiosa del G7, tenutosi nella nostra città nel luglio 1994, non diede i frutti sperati e attesi. Quel credito di affidabilità e di fiducia non si tradusse in un progetto da metropoli competitiva di uno sviluppo vincente ad ampio spettro: turistico, del terziario, di economia del ripristino dopo le dismissioni, di efficienti poli logistici, di scambio e di interazione con l’hinterland, i territori e le province vicine. Insomma da “ex capitale” rinata. Da allora è accaduto di molto più grave. I sindaci successivi, da Iervolino a d e Magistris, per un infelice effetto trascinamento, non sappiamo definirlo diversamente, non sono stati capaci di rimediare ai pregressi limiti amministrativi, autolimitando la loro funzione di primi cittadini a una “ordinarietà” piatta, senza grinta, scontata. Le loro cantierizzazioni episodiche, frammentarie, i rattoppi ciclici non potevano mutare il volto di una città convulsa, in cui occorreva invece puntare a recuperare le progettualità “riformatrici” da Bagnoli a Napoli Est, dal Porto al Centro storico, e in direzione dell’hinterland, le uniche che avrebbero potuto delineare l’effettivo rilancio di Napoli. Di fronte a uno sconfortante inventario non c’è da meravigliarsi se oggi emergono opere non fatte al meglio, come quelle alla Riviera di Chiaia, che, ogni qualvolta piove, diventa un lago insidioso per automobilisti, pedoni e proprietari dei negozi. Purtroppo come racconta magistralmente il grande, indimenticabile collega e amico Nicola Pugliese, nel suo capolavoro narrativo Malacqua, di internazionale successo, la nostra città è condannata a un’attesa senza fine. È inaudito! Sapete l’ultima? Dopo tutto questo, testimoniato da saggi, opere e articoli di autorevoli opinionisti e giudizi della gente comune, mai prescritti, apprendiamo che, al Corso Asmel per la Modernizzazione degli Enti locali, Bassolino figura addirittura tra i docenti. Che altro aggiungere?