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Napoli, centro culturale della futura “governance”

Opinionista: 

Gentile Direttore, la visita a Napoli con quasi tutto l’establishment dei 5 Stelle (in primis, il ministro degli Esteri Di Maio e il presidente della Camera Fico, con la “convertita” vice-presidente del Consiglio Regionale Ciarambino) del fu “Avvocato del Popolo”, ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte, per suggellare la “nuova alleanza” con il Pd, e sponsorizzare l’elezione a sindaco dell’ex rettore della Federico II, ed ex ministro dell’Università Gaetano Manfredi, suggerisce più di una riflessione. È chiaro, anzitutto, che la “piazza” di Napoli è ridiventata, com’era nella cosiddetta Prima Repubblica un luogo ideale per sperimentare nuove formule politiche e nuove alleanze. Un tempo la cosiddetta Base della Dc di De Mita, in contrapposizione con la Corrente del Golfo di Gava cercava di far entrare i socialisti al Governo, ma inutilmente per tanti anni. Fu il Congresso Nazionale di Napoli del gennaio 1962 ad essere decisivo per una svolta storica: la Dc decise di aprire una stagione di collaborazione con il Partito socialista, facendo nascere il IV Governo Fanfani. Il resto è storia dei vari “Governi Organici” con il Psi, che nel 1983 espresse Bettino Craxi presidente del Consiglio. Ancora Napoli, dunque, centro culturale e politico di dialettica e sperimentazione della futura “governance” del nostro Paese. Avevo 28 anni all’epoca del Congresso di Napoli; laureatomi in Giurisprudenza, avevo affrontato, allievo del grande professor Capozzi, da poco gli esami scritti in Magistratura, superandoli, ma avevo anche vinto il concorso a 12 posti, tra 2400 partecipanti, del Commissariato Aeronautico, accettando la nomina ed avviandomi alla carriera militare, che mi ha dato le migliori soddisfazioni. Per tradizione paterna, avevo anche ereditato la “passione politica”. Mi approcciai, così, ad ascoltare gli interventi dei “big” nella meravigliosa cornice del Teatro San Carlo, scelto come sede del Congresso, impressionato anche dai colti interventi di esponenti di altri partiti, che portavano il saluto di rito. Mi rimase scolpito, e da allora la mia mente vi ritorna sempre, l’intervento finale di Aldo Moro durato ben 7 ore! “Un partito che non si rinnova, fu la sua conclusione, è destinato alla scomparsa o all’emarginazione”. Era il prologo per il nascente Centrosinistra, con la visione strategica del grande statista di evitare l’abbraccio “mortale” tra il Psi di Nenni e il Pci di Togliatti legatissimo all’Urss. Credo, perciò, che la “nemesi” storica abbia portato il “vecchio” avvocato del Popolo a scegliere Napoli come “laboratorio di sperimentazione”, per tastare il polso dei nostri cittadini scaltri e intelligenti, abituati da sempre ad ascoltare il “deus ex machina” del momento, per poi trarne autonome decisioni. Da Napoli, si sarà detto Conte, parte il progetto di un nuovo Movimento, che si ispira in astratto alla precedente radice Grillino-Casaleggio padre, nella parte in cui niente va bene se non c’è il ritorno della precedente conduzione, ma che ormai ha provato il gusto del potere, che non può più convivere con i “vaffa” di un tempo. E su questa linea abbiamo visto il candidato a sindaco Manfredi accomodarsi al centro del tavolo del dibattito; peccato mancasse un convitato che determinerà l’esito delle elezioni: il Governatore De Luca che negli ultimi tempi sembra faccia a gara di scambio di complimenti con l’altro candidato, anche lui accreditato per il successo finale, il magistrato Catello Maresca, che si sforza di tenere la rotta più su posizioni di “candidato indipendente”, che del Centrodestra, pur avendo questa vasta area di consensi dei singoli partiti dalla sua parte. “Ritorno al passato”, dunque, dove Napoli è considerata palcoscenico nazionale per esperimenti politici? Macchè! Per chi ha avuto la fortuna di assistere ai dibattiti che si sono tenuti nella città di Partenope, sia nei congressi regionali, sia nell’Assise comunale, quando erano consiglieri i Marco Pannella, i Giorgio Almirante, i Giuseppe Galasso, i Gerardo Chiaromonte, gli Enzo Scotti, i Francesco De Lorenzo, i Boris Iulianich, e tanti altri leader nazionali, il dibattitto attuale che si snoda nella nostra città è davvero povero. Si limita alla solita “atavica“ promessa sul destino di Bagnoli, il recupero delle periferie, la lotta alla criminalità, il risanamento (a parole) delle disastrose finanze pubbliche, “condito” anche sulla fede calcistica. Da Napoli, una volta vero laboratorio politico, dove venivano elaborate proposte che incidevano anche sulla politica estera, finora è mai partita una valutazione di ciò che nel mondo sta accadendo? Avete ascoltato un commento dei “nostri” candidati sul recente G7, dove l’Italia di Draghi finalmente è diventata co-protagonista e non più appendice, quasi fastidiosa delle Nazioni più forti? Mi piacerebbe, invece, sapere cosa pensa Conte della dura presa di posizione dei 7 Grandi contro il neo-imperialismo cinese, dove la democrazia è un termine sconosciuto, l’aggressività della loro economia globale è un imperativo categorico, la contraffazione delle merci sul nostro mercato raggiunge cifre da capogiro. “Piano del G7 sulla Cina – Democrazie in campo contro la Via della Seta”, titolavano giorni fa tutti quotidiani . Il leader locale, ed anche nazionale, Luigi Di Maio, da ministro degli Esteri oggi ed anche da vicepresidente del Consiglio con il Governo Conte, si è sempre speso, e si è mostrato su tutte le tv e i massmedia in visita nel Paese del Dragone, come entusiastico propugnatore della “Via della seta”. Il candidato a sindaco di Napoli, il professor Manfredi, che ha l’appoggio incondizionato dei 5 Stelle, è d’accordo sull’invasione, del resto già in atto, dei prodotti cinesi nella nostra città, dove l’artigianato e le manifatture locali, assieme al turismo, sono la principale risorsa economica, sulla quale puntare per il rilancio? Si parli anche di questo da parte di tutti i candidati: nel secolo della globalizzazione mondiale in una grande città come Napoli il dibattito politico non può limitarsi solo alla polemica su come si è disamministrato o a quale ceto fare appelli (Società Civile o Politico?), o addirittura se si è tifosi del Napoli o della Juve. Si pensi più in grande: si facciano progetti seri per restituire a Napoli il ruolo che già le apparteneva nei secoli pre-unità d’Italia, quando era Capitale importante di un Regno; oggi potrebbe, se ben amministrata da un sindaco lungimirante, diventare la “capitale del Mediterraneo”, dove Barcellona spadroneggia, sol che ci si spogli, soprattutto dai politici locali da un letargico provincialismo in cui è precipitata negli ultimi decenni. F