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No, le fonti del diritto non vanno moltiplicate

Opinionista: 

Lungi da me, l’esser disfattista. Credo sia dovere di ciascuno ossequiare religiosamente le disposizioni governative. È l’unico modo per tentar di superare l’incombente disastro. Però, c’è un limite di verità, che chi scrive in pubblico deve osservare. L’ultimo decreto legge messo su dal Governo, il 19 del 25.03.2020, è un capolavoro di pressapochismo, ipocrisia, mediazione priva d’ogni senso. Osserviamo. Si stabilisce che i Decreti del Presidente del Consiglio Conte con cui dovrà affrontarsi ad horas l’emergenza via via che muterà (inseguendo un virus che si fa beffe degli umani), andranno assunti con il seguente, sollecito procedimento: saranno proposti dal ministro della Salute, e adottati solo dopo aver sentito il ministro dell’Interno, quello della Difesa, quello dell’Economia e Finanze, e tutti gli altri ministri interessati per materia (da identificarsi volta per volta), nonché sentiti il Presidente della Conferenza delle Regioni o i Presidenti delle Regioni interessate, qualora relativi al solo territorio di tali di esse. Poi, c’è tutto il capitolo dei provvedimenti proposti dai Presidenti delle Regioni, per i quali s’apre un’altra giostra di concerti ed audizioni di ministri. Insomma, cosa da far impallidire, e forse sghignazzare, il Coronavirus, il quale pare abbia un’intelligenza sua propria, quanto meno nel sapersi rapidamente diffondere e perfezionare per non soccombere. Par di sognare, o di sentir parlare Ciriaco De Mita quando, negli anni ’80, con malferma prosopopea, insegnava che la democrazia fonda sul “consenso” (pronunziato, quest’ultimo, con sonore dentali invece che con soffiate sibilanti). È tale il vertice d’assurdo attinto dal Governo con la creazione di questa variopinta carovana procedimentale – tra l’altro, significa attivare ogni volta altrettante burocrazie, ciascuna gelosa della propria competenza – che le prorompenti esigenze della realtà hanno dovuto trovare giocoforza un modo d’esistere anche in questo lunare decreto legge. Il ministro della Salute – Speranza, almeno questa ci resta – nelle more dell’adozione del provvedimento del Premier (eufemismo per esprimere il bailamme politico-burocratico necessario a rattoppare il Dpcm), può decidere lui, ed adottare in tutta solitudine, il provvedimento d’urgenza. Che però, si badi, rischia d’essere smentito poco dopo dal Dpcm, assunto a seguito di quel po’ po’ di concerto interministeriale ed interregionale, nel frattempo febbrilmente all’opera. E c’è poi anche l’articolo 3 (numero per definizione perfetto) del Dl, che assegna la competenza alle Regioni per l’adozione, sempre nelle more del Dpcm, dei provvedimenti resi necessari dalle emergenze sopravvenute e non ancora disciplinate dal ponderato potere centrale. Così, per riassumere, in successione sono tre autorità chiamate a decidere, ognuna con potere di smentire in tutto o in parte l’altra: Presidente della Regione, ministro della Salute e Premier, quest’ultimo previo concerto con il detto carrozzone. Ma, si badi, i primi due provvedimenti (dei Presidenti di Regione e del ministro della Salute) possono avere durata esclusivamente fino alla decisione del Premier, che poi eventualmente dovesse sopraggiungere a regolare lo stesso plesso di problemi (e chi potrà mai dire se ci sarà esatta convergenza?). Dimenticavo: c’è anche un limite per materia: i provvedimenti regionali non possono pestare i piedi alle attività produttive (qui, lo zampino di Confindustria). C’è da farsi spezzare il fiato. Disposizioni che dovrebbero, in tutta urgenza, dettare draconiane, univoche regole – che naturalmente risulteranno invise a tanti interessi – sarebbero disciplinate da questa sconcertante congerie di fonti, che farebbero la gioia dei legulei, ovvio se i Tribunali funzionassero. Non è dato sapere come sia stato possibile dimenticare l’elementare regola, che fa parte del bagaglio elementare d’ogni giurista: le fonti del diritto non vanno moltiplicate, come gli enti dell’affilato rasoio di Occam. L’intera storia dell’età moderna, con l’esperienza del diritto comune, c’ha insegnato il caos che s’ingenera quando si consente di scegliere tra le regole: ognuno opta per quella a lui più cara, come in un emporio. Una follia. Una follia che, una volta di più, mostra l’assoluta incapacità del giurista – perché giuristi-burocrati sono di certo dietro le quinte di questo pastiche – di far fronte alla situazione impreviste. Continuano a giuocare con le norme; come, però seriamente, gli orologiai svizzeri in età moderna inseguivano ossessivamente la precisione, moltiplicando rotelle, ingranaggi, bilancieri, pietre dure, compensando anche i più infinitesimi scarti, dando luogo al fascinoso avanzamento della scienza verso la perfezione. Ma tutto quel preziosissimo lavorio, che trasformò l’orologio in categoria dello spirito (incantando i sapienti dell’epoca, Cartesio compreso), grazie a quel sofisticatissimo meccanismo nascosto dietro due esili lancette, tutto quel lavorio ben poteva accomodarsi nella quieta preservante d’un misuratore di tempo; non può invece far altro che creare grave disorientamento nel precarissimo mondo d’uomini alla disperata ricerca d’un modo per salvarsi da un’ammorbante, invisibile invasione. C’è solo da sperare che la saggezza di chi avrà la responsabilità del decidere non s’avvalga di tanti inauditi varchi lasciati all’ingresso del caos.