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Ora la responsabilità di sorvegliare gli eletti

Opinionista: 

Le elezioni, specie quelle amministrative, ci consegnano una fotografia realistica della dimensione politica dei territori, spesso smentendo o confermando il sentiment registrato, sino al giorno prima dai sondaggi. Ma il voto va più in profondità, perché indica i nomi, le scelte – comune per quartiere – dei cittadini reali. L'unico vocabolario utile alla lettura dei dati elettorali è una sola e semplice regola: gli elettori hanno ragione e i politici, gli opinionisti, i consulenti, spesso hanno torto. Se partiamo da questa regola e la applichiamo ai dati, quello che emerge è che nella nostra regione il primo partito ha meno del 20% dei consensi, e la somma delle due liste “civiche” lo doppia. De Luca non vince, ma stravince, e questo lo penalizza perché a fronte di quasi un milione di voti in più rispetto a cinque anni fa, guadagna a stento un consigliere, e appunto stravincendo non porta a casa il premio di maggioranza: con il 70% dei consensi ottiene 32 consiglieri su 50. Lo scollamento dei consensi tra i governatori, tutti molto più votati della somma delle liste che li sostengono, evidenzia – ove mai qualcuno ancora ne dubitava – una distanza profonda dei cittadini dalla partecipazione attiva nei partiti politici. E quello che conta nella dimensione politica attuale è il rapporto personale (si vedano i nomi degli eletti), l'identificazione leaderistica (vedasi De Luca, quanto Zaia) e la fine della intoccabilità della nomenclatura (si torni a vedere le liste, questa volta con uno sguardo ai nomi dei non eletti, politici storici e quasi certi dell’elezione sino al giorno prima). Crolla il populismo, che funziona in campagna elettorale sino a quando non si è chiamati a ruoli di governo ed amministrativi: qui emerge tutta l'inadeguatezza e l'impreparazione, che viene punita con un crollo di preferenze (esempio ne è il M5S che scende dal 33% delle politiche al 9,8% di lunedì). Perde anche un'insana visione della “politica della rivincita”: quando chiami i territori a scegliere uomini e idee le chiacchiere alla Salvini contano pochissimo, ma soprattutto ai cittadini piace poco che chiamati ad eleggere persone per amministrare il proprio territorio, gli venga invece chiesto un voto per mandare a casa Conte. Una triplice sconfitta: sui propri numeri per la leadership del centrodestra nel confronto con la Meloni, sulla propria leadership interna verso un Governatore come Zaia (che può fare a meno anche del suo partito – cosa comune a tutti i Governatori eletti) e terza e non ultima sconfitta quella contro il Governo nazionale nella vana speranza che dalle urne uscissero i numeri per una spallata. Il quadro – dipinto dagli elettori, che come detto all'inizio hanno sempre e comunque ragione – è di leader senza partiti, forti di un consenso personalissimo quanto volubile, consacrati con un plebiscito solido (da 10 a 50 punti di distacco dagli avversari), che facilmente cadranno nel delirio di onnipotenza, più che nel sano bagno di umiltà dell’onere consegnato sulle loro spalle dalle urne. Se questo lo concretizziamo su qualcuno che già ha proposto in tempi non sospetti l'abolizione del reato di abuso d'ufficio, non è sempre una buona notizia per la democrazia. In questa ottica ai cittadini, il giorno dopo il voto, viene riconsegnata una grande responsabilità: vigilare sull'operato di questa classe dirigente, per prima cosa sulle nomine dei prossimi mesi, che dovranno bilanciare le bocciature eccellenti delle urne, e anche “ripagare” tanti appoggi (spesso innaturali e insperati).