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Pd, dietro l’angolo ecco spuntar Pisapia

Opinionista: 

Non vorremmo essere accusati di provincialismo se diciamo che l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea che continua, com’è ovvio a tener banco nel dibattito politico e costituisce una “grande rivoluzione europea”, non può sopraffare e oscurare la “piccola rivoluzione italiana” che si è prodotta a seguito dei risultati amministrativi del 5 e 19 giugno scorsi. In altre parole, Matteo Renzi non può eludere i problemi che più direttamente lo riguardano, fingendo che non sia accaduto nulla in quelle fatidiche giornate del mese appena trascorso. Il presidente- segretario è accerchiato. Dall’interno e dall’esterno del suo partito aumenta il numero di coloro che vogliono la sua testa. Impegnato nelle tormentate riunioni del post-referendum britannico, Renzi ha potuto per qualche giorno mettere da parte il dossier sulle vicende del suo governo e del suo partito, ma sarebbe illusorio credere che i problemi che direttamente lo riguardano possano rimanere irrisolti. Anni fa, nel “transatlantico” di Montecitorio, ci fu dato di assistere ad una singolare scenetta. Giovanni Spadolini, all’epoca presidente del Consiglio, scorse due suoi ministri, il socialista Rino Formica e il democristiano Beniamino Andreatta (le loro liti erano così frequenti da esser stati soprannominati dai giornalisti “le due comari”) impegnati in una discussione dai toni decisamente vivaci. Spadolini si avvicinò con passo felpato ai due e disse loro: “Avete qualche problema ? Perché se avete qualche problema la soluzione c’è: lo si accantona”. I due “questionanti” rimasero di stucco e la loro discussione finì lì. Ma, per Renzi, la situazione è del tutto diversa. I suoi problemi non li può accantonare. Deve affrontarli prima che vadano a male, cioè prima che lo travolgano. E ha di fronte a sé due strade. La prima è quella di fare “la faccia feroce”, di non cedere di un passo alle richieste dei suoi contestatori, di mantenere le proprie posizioni e, soprattutto, di non mollare la doppia poltrona di segretario del partito e presidente del Consiglio. Insomma, di agire all’insegna dell’”o la va o la spacca”. E’ la strada che gli suggeriscono i suoi “pasdaran”, nella convinzione che anche un solo passo indietro può farlo precipitare nel baratro e che, comunque, nel suo partito, dispone di una maggioranza sufficientemente solida (il che, del resto, è molto probabilmente vero). Ma è questa, per Renzi, la soluzione migliore ? O non sarebbe più opportuno, per lui, imboccare la seconda strada che è quella di concentrare il proprio impegno nell’attività di governo, proseguendo nella realizzazione e nell’attuazione del processo riformatore ? Il compito è enorme e non può certo essere svolto part time, come non può essere svolto part time il compito di segretario di un partito come il Pd in preda a lacerazioni profonde e a rilevanti perdite di consensi Ecco profilarsi, allora, per Renzi, l’opportunità di rinunciare al doppio incarico per proseguire l’opera di capo del governo lasciando ad altri la guida a tempo pieno del partito. Il nome di colui che potrebbe succedergli c’è e nelle segrete stanze dei “dem” circola non da oggi. Potrebbe essere – si dice – l’uomo adatto a ricompattare le sparse membra di un Pd che le continue divergenze hanno frammentato e messo nell’angolo. Non è il bilioso D’Alema che, cresciuto al culto del partito monolite riveste, ormai, i panni dell’antipartito, né l’”antico” Bersani, un galantuomo troppo legato a una “ditta” che non c’è più, né il pallido Cuperlo o l’ambizioso Speranza, privi della personalità necessaria per porsi alla testa di una forza politica delle dimensioni e della complessità del Pd. E tale carisma non sembrano possedere neppure i pur volenterosi vice di Renzi. Colui che potrebbe (e secondo molti dovrebbe) prendere il posto di Renzi avendo i titoli necessari, è – diciamolo senza infingimenti – Giuliano Pisapia. L’ex sindaco di Milano, pur provenendo da Sel, ha tutte le carte in regola per conquistare il vertice del Pd: ha l’autorevolezza necessaria per mediare con successo tra le varie anime del partito, ha ben amministrato un Comune non facile da gestire come quello di Milano; pur non nascondendo, in più occasioni il convincimento che il mantenimento del doppio incarico da parte di Renzi costituisca un errore, ha sempre mantenuto, con il presidente del Consiglio, un rapporto di leale collaborazione. E, infine, ad adiuvandum, non è un “professionista della politica” avendo esercitato per anni, e con notevole successo, la professione di avvocato penalista. Insomma, l’uomo in grado di sostituire Renzi alla guida del Pd, lo ripetiamo, c’è. Commetterebbe davvero un errore il presidente -segretario se ne agevolasse l’avvento alla segreteria ? Ma chiedergli di farlo, probabilmente, è chieder troppo…