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Perché lo Stato non salva Napoli dal grave dissesto?

Opinionista: 

Da che il nuovo sindaco della città, Gaetano Manfredi, s’è insediato in ciò che residua di Palazzo San Giacomo, si vanno acquisendo informazioni realistiche sullo stato d’avanzato disfacimento delle strutture comunali. Ovviamente, non ci si riferisce alle strutture edilizie, benché anche quelle sono in gran parte oltre il livello in cui sarebbe per ogni altro proprietario negato il certificato di agibilità. Ci si riferisce piuttosto all’apparato amministrativo. S’apprende da interviste rilasciate quotidianamente dagli assessori della neo-giunta che manca praticamente di tutto: interviste che è lecito supporre frutto d’una convenuta campagna informativa, altrimenti sarebbero da ascrivere alla categoria del disfattismo e dell’intelligenza con il nemico. Manca la carta, manca il carburante, manca il toner per le stampanti; si suppone che anche d’arredi e suppellettili se ne parli poco, come del resto mostra a sufficienza anche un superficiale sopralluogo in quale che sia tra gli uffici comunali. Ma latita soprattutto il capitale umano: quello che un tempo si definiva l’apparato amministrativo, l’ossatura d’ogni istituzione, pubblica o privata, quella che fa di un’istituzione, un’istituzione appunto. L’istituzione si caratterizza per l’attitudine ad assicurare continuità, attraverso la trasmissione degli specifici saperi tecnici che sono indispensabili al suo funzionamento. Questi sono, in altre parole, indispensabili a far sì che la funzione rimessa a quell’istituzione – ed il comune di funzioni ne ha tante, essendo l’organo rappresentativo generale della comunità stanziante sul territorio di riferimento – possa essere stabilmente assicurata, in modo da garantire accettabili certezze su quanto ci attende nel futuro. Quando poi l’istituzione ha carattere schiettamente politico, le cose si fanno ancor più delicate: perché il personale amministrativo ha il compito di fornire a quello d’estrazione elettiva i necessari strumenti di conoscenza e competenza tecnica per porlo in condizione di compiere le proprie scelte d’indirizzo con cognizione delle condizioni di possibilità. In altri termini, l’apparato amministrativo svolge il ruolo della continuità fondata sulla competenza tecnica; quello politico, selezionando gli interessi da perseguire prioritariamente, fornisce le indicazioni che la macchina amministrativa attua. Tutta questa delicata dinamica, fatta di difficoltà inenarrabili, di problemi da affrontare e risolvere volta per volta nel fuoco delle congiunture e delle emergenze, è necessariamente destinata a naufragare quando manchino le basi minime d’organizzazione e le competenze per agire. Ora, il comune di Napoli è proprio in questa condizione: un personale ridotto di circa due terzi in dieci anni; quello che rimane, ovviamente demotivato e sicuramente invecchiato, dati i divieti di assunzione che incombono sull’ente da quando è in predissesto; l’impossibilità, allo stato, di procedere a nuove assunzioni, proprio in ragione del predissesto. Non può negarsi che l’attuale primo cittadino stia facendo quanto è nelle sue possibilità per richiamare l’attenzione del Governo su questa situazione, insuperabile con i mezzi di un comune che gestisce un bilancio da 1,5 miliardi di euro ed ha un debito da 5. Ma è altrettanto innegabile che fino ad oggi i segnali sono assai poco rassicuranti, dato che la situazione napoletana sembra sprofondare nella palude delle negoziazioni romane, dove tutto fa brodo – anzi melma – e dove sembra che oggidì il tema principale, principale ma non dichiarato, ruoti intorno alle conventicole che si formano nel circolo provinciale ed inebriante dell’elezione del Capo dello Stato. Ma di che Stato?, vien da osservare. D’uno Stato che lascia imputridire la terza metropoli, una metropoli nota nel mondo per la sua storia, le sue caratteristiche naturali, la sua polimorfa cultura. Che Stato è quello italiano, che consente ad una linea metropolitana – la ossimorica linea tranviaria rapida – che avrebbe dovuto essere compiuta per i mondiali di Italia ’90 – 32 anni or sono – ancora d’annaspare nella fanghiglia (questa volta non metaforica) senza veder luce di partenza? Che Stato è quello italiano che dopo avere impiegato circa un quarantennio per realizzare la linea 1 della metropolitana, non è in grado d’assicurare frequenze di convogli inferiori ai venti minuti? Che Stato è quello italiano che, a distanza d’oltre un trentennio, non è riuscito ancora a dare una definizione e destinazione ad una delle aree naturalisticamente più eccellenti d’Italia – parlo di Bagnoli – ma solo ad imbastire inutili processi penali alla ricerca di personali responsabilità, buoni solo a nascondere l’inefficienza di sistema? Uno Stato direi singolare, perché poi è capace di gran movimentazione d’uomini e mezzi, quando si tratti di preservare in altre aree del Paese (il pensiero, a caso, corre al Monte dei Paschi di Siena), dove le risorse sono versate a profusione e le responsabilità s’annebbiano e si dissolvono in tempi, anche processuali, che definire eterni non è per nulla esagerato, ove si considerino per converso i ritmi del mondo attuale, che corrono veloci ed efficienti, nel bene e nel male. È una situazione difficile, disperata, quella che oggi si sta vivendo, anche per le nubi che s’addensano su vari orizzonti. Ma è una situazione che richiederebbe l’impegno compatto, trasversale di tutte le forze politiche che ci rappresentano: accadrà questo? L’esperienza dice di no, la ragione spinge a sognare di sì.