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Petrolio, salute e ambiente: un viaggio in terra lucana

Opinionista: 

Viggiano, il paese della Madonna Nera e dei musicanti d’arpa, sorge a ridosso del Parco Nazionale dell’Appenino lucano in quello che può essere definito un polmone verde. Quella che era la musica degli arpisti si è tramutata nei rumori causati dalle estrazioni del petrolio nel sottosuolo. La promessa di modernità sostenuta dall’arrivo del Centro Oli nel lontano 1996 è rimasta tale, ovvero solo misere parole. Incertezza, rischio, disordine si mescolano alla lotta per la salvaguardia della salute. I cittadini sono confusi e hanno preso sempre più coscienza che non sarà mai la multinazionale ad adeguarsi al territorio, ma quest’ultimo al colosso industriale. L’Eni approda nella Valle quasi 30 anni fa e continua a mantenere il primato di giacimento più importante d’Europa sulla terra ferma. Il 7/10% della produzione nazionale ha vita proprio a Viaggiano, comportando sì disagi, ma anche benefici. Molti cittadini sono impiegati proprio nel Centro Oli e per molti di questi è più importante il lavoro rispetto alla salute. La Valle era una vera e propria culla verde dove oggi però alcune piantagioni fanno fatica a nascere, un esempio è l’albero del castagno. La trasformazione del territorio è molto evidente in una zona ben precisa, ovvero tra la zona industriale e il centro abitato. È uno spazio in continua trasformazione, di certo in termini negativi. Questo posto ha una storia antica, i terreni erano sfruttati per la coltivazione degli ulivi e le viti, ma anche per la produzione di beni di prima necessità. Ad oggi quegli stessi terreni sono stati venduti o abbandonati, gli animali nei dintorni sono visibilmente ammalati e mal conciati, le case costruite in tempi non sospetti ora appaiono con enormi crepe causate dai continui tremori delle perforazioni. Il petrolio si estrae giorno e notte. Nessuna sosta, mai. Ed oggi ci si trova a dover dar conto agli errori fatti nel passato; gli incidenti, negli ultimi 8 anni, sono stati più di 100. L’Eni li definisce “episodi” del tutto normali e ben previsti. Ma così non è. Si assiste, infatti, continuamente ad emissioni atmosferiche che si mostrano come fiammate altissime, puzze nauseabonde, oltre che a tremori che scandiscono tutte le giornate in quella Valle. L’impianto del Centro Oli è datato, la tecnologia utilizzata e le autorizzazioni di sicurezza risalgono agli albori, quindi dagli anni ’90 e in tutte le operazioni non è mai esistito alcun controllo o sopralluogo. Non vi è interesse neanche ai fini di semplici studi per capire quali siano realmente le conseguenze sulle condizioni di salute dei cittadini. Non conviene porsi domande. Sarebbe sconveniente per tutti. Ma io, noi, non possiamo stare zitti rispetto a quanto emerge, già nell’immediato, a Viggiano. Non possiamo far finta che tutto procede bene. Il silenzio, in casi come questo, è micidiale e assopisce le coscienze. È certo che il Centro Oli di Viggiano è il primo impianto integralmente digitalizzato dove si concentrano le tecnologie più innovative. Certamente, come anticipato, è un propulsore di lavoro. Ma questo può bastare o è necessario fare una riflessione, approfondita e fondata scientificamente, su quanto e se sia giusto imporre ad un intero territorio la presenza ingombrante del Centro Oli? Dal punto di vista paesaggistico considero che il Centro abbia causato sicuramente un disastro e se questo si tramuta in una sciagura ecologica, mi viene solo da chiedermi: fino a che punto le mani dell’uomo possono essere utilizzate per costruire in maniera scellerata e senza cognizione di causa? Sarebbe cosa buona tentare di conciliare gli opposti. Fare progetti per l’ampliamento dei posti di lavoro da una parte, dall’altra cercare di mantenere intatto il principio della sostenibilità, il solo attraverso cui preservare anche la salute. La smania divoratrice, produttrice e di potenza dell’uomo sa essere conciliante con la necessità, essenziale, di difendere l’ambiente e i paesaggi che sono proprio loro che ci aiutano a vivere? La natura è la nostra Madre, essa ci dà l’aria per respirare, la terra per trarne i frutti e mangiarne, la luce del sole per illuminarci e riscaldarci e il buio della notte per il riposo e l’ascolto del mistero. Tutti noi dovremmo porci in posizione di ascolto verso la grande natura e da qui pensare a come conciliare della bellezza che essa ci tramanda e l’uso, a volte straziante, che l’uomo vuole farne.

LARVE E FORMICHE

La terra trema, /le nuvole si gonfiano d'aria. /La gente sgomenta cerca di scappare, /anche le formiche corrono /per salvare i loro corpi ignudi /mentre le larve di farfalle /hanno paura di nascere. /Il vento rende la sua presenza/ fluendo tra muri e muri di pietre solitarie. /Il sole sottile sbircia tra buchi di cielo /che ancora non hanno paura /della vita che corre più veloce del tempo, /tempo che muore negli orizzonti lontani/ dalla luce di corpi celesti.