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Piantare l’insegna ed esserci sempre

Opinionista: 

Tito Livio racconta che, dopo la distruzione di Roma ad opera dei Galli, il Senato discuteva sull’opportunità di ricostruire la città sulle macerie o di trasferirsi a Veio: la decisione definitiva fu presa in seguito ad una curiosa coincidenza che i senatori accolsero come un presagio. Improvvisamente, infatti, si sentì un centurione ordinare: “Signifer, statue signum! Hic manebimus optime!” (vessillifero, pianta l’insegna! Rimarremo benissimo qui!). Questa frase è ora assurta agli onori della leggenda ed è comunemente usata ad indicare la fermezza nella decisione di non spostarsi, di mantenere la posizione. Le parole furono riprese da Quintino Sella nel 1870 a proposito di Roma capitale del Regno d’Italia, ma la loro fama è legata soprattutto all’utilizzo che ne fece Gabriele D’Annunzio nel corso dell’impresa fiumana e delle notissime vicende che, nei tredici mesi in cui durò la sua riconquistata libertà ad opera dei legionari guidati dal Poeta Soldato, fecero di Fiume un interessantissimo grande laboratorio di sperimentazione e innovazione politica, economica e sociale, al quale guardarono con interesse e partecipazione tutte le avanguardie rivoluzionarie europee di quel tormentato, convulso periodo storico. La frase latina diventò allora parte integrante della storia della Reggenza fiumana e fu incisa sulle medaglie e stampata sui documenti e sui francobolli commemorativi dell’impresa. E oggi? Oggi viviamo di nuovo giorni difficili, strani, caratterizzati da continui venti di guerra che si sovrappongono a narrazioni domestiche surreali, logoranti, fatte di continue delegittimazioni e di attacchi miranti a imporre, a tutti i costi, quel pensiero unico dominante che la maggior parte degli italiani ha definitivamente bocciato. E allora, che cosa è possibile fare per “mantenere la posizione”? Che cosa possiamo fare per reggere pressioni e tracotanze di un sistema vecchio, ma ancora potente che le prova tutte per travolgerci e creare danni irreparabili all’interno del tessuto sociale in cui viviamo? Beh… l’unica cosa, forse, è sforzarci di essere estremamente realistici, di un realismo magico e insieme disincantato che ci aiuti ad essere davvero forti, orgogliosi della nostra identità di popolo. Dobbiamo cercare di fare appello al nostro senso di responsabilità e ai nostri diritti di cittadini che hanno piantato l’insegna per affermare che vogliamo esserci, vogliamo vivere e non sopravvivere fatalisticamente. Dobbiamo sforzarci di mettere in campo tutte le nostre risorse interiori e tutta la nostra dignità per guardare il pericolo in faccia - per quanto subdolo ed ipocritamente persuasivo possa essere - e piantare quell’insegna in profondità e con decisione, come fece lo sconosciuto legionario il cui gesto semplice ci è stato tramandato da Livio. Quell’insegna è la nostra etica di Cives, di Cittadini e, come la spada nella roccia della leggenda, essa resiste e non si spezza perché quell’ “hic manebimus optime” ora vale anche per noi tutti ed oggi segna davvero il nostro nuovo perimetro di coraggio.