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Pil, il rimbalzo non basta. Chi gioca col Pass lo sa?

Opinionista: 

Giocare con il fuoco. Mentre Salvini e Meloni, reduci dai selfie sorridenti nei luoghi dei Promessi Sposi, occupano il tempo a smontare il Green pass, tutt’attorno s’odono sinistri scricchiolii. Nella sua ultima conferenza stampa, parlando dell’economia italiana Draghi ha detto due cose, ma i media ne hanno stranamente sottolineata solo una: «L’economia continua a crescere, più delle previsioni e a un tasso che non si vedeva da decenni - le parole del premier -. Ma non bisogna compiacersi delle cifre di crescita, perché il nostro prodotto è anche caduto come non si vedeva da decenni. È un rimbalzo. Chi è caduto di più, rimbalza di più». La prima parte l’avete letta su tutti i giornali. La seconda no. SuperMario è uno abituato a ponderare anche le virgole. Ora, con un Pil che veleggia verso il 6%, porre l’accento sul fatto che si tratta solo di «un rimbalzo» equivale a suonare un vero e proprio campanello d’allarme. Se sarà solo «un rimbalzo», infatti, vuol dire che rischiamo di tornare rapidamente ai livelli pre-pandemia. Che sono quelli che tutti ricordano: da fanalino di coda dell’Ue. Eppure, appena una ventina di giorni prima, era stato lo stesso Draghi a sprizzare ottimismo in un’altra conferenza stampa, quella prima delle vacanze estive, che aveva sorpreso tutti proprio per l’euforia che a molti era parsa addirittura eccessiva. Come mai quest’improvviso cambio di sentiment? E perché nessuno gliene ha chiesto conto? A confermare l’impressione che qualcosa stia mutando è stato poi Giancarlo Giorgetti, non a caso il più draghiano dei ministri politici del Governo. Il leghista da un lato ha proposto più incentivi alle aziende che s’impegnano a risolvere i tavoli di crisi, dall’altro ha annunciato che con la legge sulle delocalizzazioni arriveranno «premi» per chi investirà nei territori più in crisi. Come mai una Nazione il cui Pil vola a un ritmo cinese (6% è una crescita da Dragone più che da Draghi) ha bisogno d’insistere su incentivi di questo tipo? Forse perché, al netto del rimbalzo, la situazione nell’economia reale è seria. Perché una cosa è attrarre investimenti riducendo le tasse, costruendo infrastrutture per collegamenti veloci ed efficienti, assicurando una giustizia giusta e veloce e una Pubblica amministrazione non nemica dell’impresa; altra è farlo promettendo moneta sonante a chi decide di rischiare qui. Nel primo caso una Nazione forte esprime un chiaro indirizzo di politica economica; nel secondo un Paese debole risponde con l’arma dei sussidi alla desertificazione industriale. Che diavolo sta succedendo? Succede che dalle lavatrici alla componentistica per le auto, dalla metallurgia alla siderurgia, i tavoli di crisi continuano ad aumentare. Per non dire della Germania, cui la nostra economia è legata a doppio filo, che sta rallentando le proprie produzioni a causa della crisi dei microchip. Se aggiungete le tensioni inflazionistiche, i rischi all’orizzonte di un aumento del costo del denaro e le riforme frenate dai partiti, ne esce un quadro poco rassicurante. La sfida non è rimbalzare quest’anno e in misura minore l’anno prossimo, ma mettere l’economia su un sentiero di crescita duratura del Pil, in modo da rendere il debito pubblico più sostenibile. Altro che deliri no vax ed emendamenti contro il Green pass. Tutti dovrebbero avvertire la necessità di dare perlomeno una mano. Macché. Qui è tutto un parlare di elezioni anticipate e voto per il Colle. Intendiamoci: le elezioni sono cosa buona e giusta e a vincerle dovrebbero essere i Promessi Sposi immortalati a Cernobbio. Ma Salvini e Meloni pensano di governare per fare cosa? Abolire il Green Pass e lasciare massima libertà a chi non vuole vaccinarsi? E qual è la loro idea di politica economica? Quella degli incentivi (leggi sussidi) o quella delle riforme? Cosa intendono fare per trasformare il rimbalzo del Pil in crescita duratura? Le elezioni vengono dopo le idee.