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Politica: parole nuove per “pensieri” vecchi

Opinionista: 

Dai partiti vengono neologismi curiosi che stupiscono un po’, ma di sicuro (che non stupisce affatto) c’è la malinconica omologazione delle proposte: difficile trovare inversioni di rotta. Prevale, in quel che si dice, il già visto e il già vissuto. Cambia solo il vocabolario che, si fa per dire, si “arricchisce” di alcune novità. Le comunali diventano comunarie, poi primarie e secondarie. Non mancano le singolarie per le primarie ad personam. I luoghi del “sacro rito civico”, fin qui chiamati gazebo, ora sono gazebari perché è tutto un guazzabuglio. Gli scioglilingua sono importanti, ma alla politica non spetta il compito di sciogliere i nodi che affliggono la società? *** Una sedia vuota. All’ultimo confronto fra i quattro candidati napoletani del Pd, Bassolino, sconfitto dalla Valente, non si è presentato. Gli altri tre sono andati avanti, senza prendersela più di tanto. Il tre volte ex (Sindaco, Ministro, Governatore) avrebbe dovuto ricordare quel che accadde, negli anni sessanta, quando Giancarlo Pajetta, in tv per le tribune politiche, metteva sempre, accanto a sé, una sedia. «È per l’onorevole Paolo Bonomi presidente dei Consorzi agrari», diceva.“L’ho invitato, spero che venga. Gli offro così la possibilità di giustificare i suoi misfatti». Sistematicamente quella sedia rimaneva vuota. Il mancato duello fu vinto da Pajetta. *** Per Palazzo San Giacomo. Prima delle “primarie” si diceva: mulino vecchio non macina più, il passato resti dov’è. Ora c’è chi si accontenterebbe di un Sindaco appena appena “valente”, che non prometta troppo e poi troppo deluda, oppure una stella splendida che davvero risplenda e non una lampadina fulminata. *** In duemila per il Patrono. Tanti i fedeli davanti al Duomo per gridare “giù le mani da San Gennaro”. Sicuramente sarà un’aula di tribunale a dirimere ora la controversia fra Deputazione del Tesoro, Curia e Ministero dell’Interno. In sostanza: vale ancora Cavour con il suo “libera Chiesa in libero Stato”, oppure a Napoli c è un netto capovolgimento e lo Stato è libero, ma di fare quello che la Curia vuole? Povero San Gennaro. Conobbe gioiosamente la giustizia divina quando venne elevato agli altari e beatificato. Male gli andò molti anni dopo con la giustizia vaticana quando Paolo VI lo degradò a santo regionale. Anche allora i fedeli si riunirono davanti al Duomo per gridare “San Gennà, futtatenne”. *** Dai Borboni ai barboni. Alla Reggia di Caserta c’è un passaggio di storia e stili di vita. Al direttore Mauro Felicori che lavora troppo (per giunta senza assegnarsi straordinari!), si contrappongono coloro che stanno con l’orologio alla mano e non vedono chi non fa il proprio dovere, chi sfrutta spazi per propria abitazione domestica, chi lucra su servizi vari. Difficile far capire che, per noi, meglio del petrolio e della Fiat sono i beni culturali. Un esempio: tra scavi di Pompei ed Ercolano e vanvitelliana reggia ,con tre milioni e mezzo di visitatori si sono realizzati incassi per oltre 25 milioni e mezzo. Un buon risultato, no? Perché tanta paura che, col nuovo direttore, si possa andare ancora più avanti? *** Giustizia amministrativa. C’è allarme (Corte dei Conti, Tar) perché diminuiscono i ricorsi a causa della crisi economica. Un dubbio: dispiace che la crisi attanagli le famiglie o che, diminuendo i ricorsi, qualche ufficio venga messo a cassa integrazione? Ci si lamenta, poi, che crescono le richieste di accesso agli atti. Perché ci sarebbe più lavoro per gli uffici o perché non va bene che i cittadini siano più informati sulle questioni che li riguardano? Non ai posteri, ma a noi l’ardua risposta. *** Fare cassa. Palazzo San Giacomo si lamenta che le sue casse sono vuote. Eppure c’è un patrimonio di 60mila immobili che, se gestito bene, consentirebbe di recuperare facilmente 90-100 milioni. Si preferisce, invece, navigare nei vuoti di bilancio a cominciare dal vuoto di 370 milioni (minori entrate, maggiori debiti) che fanno schizzare il disavanzo complessivo a oltre un miliardo.