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Populismo penale e sequestro di persone

Opinionista: 

In una recente intervista Luigi Ferrajoli – ben noto ed apprezzato filosofo del diritto che ha scritto importanti opere sul nesso tra democrazia e teoria del diritto e sul “garantismo penale” – muove dalla vicenda della comandante della Sea-Watch 3 per analizzare uno dei fenomeni più inquietanti dell’attuale fase di scontro che ha ad oggetto il conflitto tra l’universalità dei diritti umani e il particolarismo della legislazione: il dilagare di ciò che da qualche anno è stato definito come “populismo penale”. Il riferimento è a quella vera e propria deviazione nel funzionamento della giustizia che affida il perseguimento del presunto reato penale, più che alla codificazione in atto, all’apprezzamento dell’opinione pubblica e al consenso elettorale che ne deriva. Nulla di nuovo sotto il sole, giacché da secoli, a partire dall’antica Grecia e dalla secolare disputa che ne derivò, si è periodicamente riaffacciato il conflitto tra l’universalità dei diritti dell’uomo e la particolarità delle norme pensate e codificate dal potere politico. Vi è sempre stata una difficile e pur tuttavia necessaria convivenza tra il consenso politico e l’autonomia dell’ordine giudiziario. Ma quando in un sistema politico cominciano a profilarsi conflitti tra l’emanazione di leggi apertamente finalizzate a raccogliere il favore del “popolo” su problemi fortemente sentiti dall’opinione pubblica come l’accoglienza dei migranti, la sicurezza pubblica, la salute, la disoccupazione e l’applicazione di essa, si profila sempre più una pericolosa forma di populismo penale. Esso si configura come una strategia capace di comunicare e dunque di ottenere consenso elettorale, a fronte della criminalità organizzata, ma anche come codificazione illegittima sul piano non solo della Costituzione ma anche delle norme internazionali di rispetto e garanzia dei diritti umani fondamentali e dell’insicurezza dei cittadini. Si inaspriscono le pene, si aumenta a dismisura l’ambito della legittima difesa, si restringono gli spazi delle garanzie previste dalle leggi precedenti e innanzitutto garantite dalla Costituzione. L’esempio più recente di populismo penale è il continuo ricorso alla minaccia di pene più severe e di sanzioni pecuniarie (l’ultima bomba mediatica è il sequestro delle navi delle ONG e l’annunzio di multe di centinaia di migliaia di euro) così da tener vivo e alimentato di continuo il “fuoco sacro” degli italiani a difesa dell’invasione dei migranti. La tecnica del populismo penale riesce purtroppo ad avere la meglio (visti i sondaggi sempre in crescendo della Lega) e passa il convincimento che la capitana Rackete sia una pirata criminale e non una persona che abbia agito per salvare le persone alla luce delle norme scritte e non scritte sul salvataggio degli uomini e delle donne in balia del mare. Mi pare questo un esempio calzante di prevalenza del populismo penale (la capitana criminale) sulla norma di sequestro di persone prevista dal nostro codice, vigente ma non evocata. Del tutto giustamente Ferrajoli si chiede che fine abbia fatto l’onorabilità dell’Italia distintasi e apprezzata per aver salvato con l’operazione Mare Nostrum ben 150.000 esseri umani. Da allora siamo dinanzi ad una escalation drammatica di una legislazione securitaria e populistica che alimenta ad arte la paure dei cittadini con misure antigarantiste e, quel che è peggio, riduce la percezione politica e morale di tanti cittadini, non solo italiani ovviamente, che non si rendono conto che al di là della legge dello Stato vi è quella dei diritti fondamentali sanciti dall’idea – laica o religiosa che sia – della solidarietà e della fraternità.