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Quando l’ordine diventa potere

Opinionista: 

Cari amici lettori, la notizia della settimana si chiama Palamara. Luca Palamara, presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, si è dovuto dimettere perché indagato per corruzione. La sua posizione è la punta di un iceberg che minaccia i vertici della magistratura: infatti anche la componente togata del Consiglio Superiore della Magistratura è nell’occhio del ciclone. Il consigliere Luigi Spina, accusato di rivelazione del segreto d'ufficio e favoreggiamento, come il pm romano Stefano Fava, si è dovuto dimettere. Altri due consiglieri, Luigi Lepre e Corrado Cartoni, intercettati mentre discutevano, con Palamara e i parlamentari “dem” Cosimo Ferri e Luca Lotti, sulla scelta del nuovo Procuratore Capo di Roma, si sono autosospesi per evitare sanzioni. Per evitare confusioni, è opportuno distinguere due scandali diversi. Il primo è l’accusa di corruzione formulata nei confronti di Palamara. Siamo nell’ambito di quella che, ahinoi, è l’ordinaria criminalità dei colletti bianchi. L’unica grossa novità è che stavolta l’indagato eccellente non è un politico, bensì un magistrato e, più precisamente, un pubblico ministero, come tutti i magistrati investiti da queste vicende. Non è la prima volta che un magistrato finisce sotto processo, direte voi. È vero: ma in passato le accuse si riferivano sempre a pretesi rapporti con la criminalità organizzata, insinuati dal solito “pentito”. Raramente a ragione, più spesso per distruggere persone non allineate, come dimostra la morte per processo che colpì molti innocenti e di cui ho altra volta scritto. Stavolta, invece, si tratta di un magistrato “ortodosso”, legato ad ambienti della sinistra politica e operante con metodi tipici dei politici. Qualcuno ha rilevato un’altra piccola anomalia: per analoghe accuse i politici, specie se non di sinistra, vanno subito in galera o almeno agli arresti domiciliari, mentre stavolta il passo è più felpato. Cane non mangia cane? Quello molto più interessante, perché solleva un velo su un fenomeno non nuovo, ma sempre in passato ricoperto di fittissimi veli, è il caso meno grave penalmente, ma infinitamente più preoccupante sul piano politico. Si tratta di una faida interna alla magistratura, che attiene al controllo delle Procure per ragioni non ideologiche bensì di camarille. Tutto deriva dall’andata in pensione del Procuratore della Repubblica di Roma: Giuseppe Pignatone, e con lui l’aggiunto Paolo Ielo, non era gradito a Palamara, probabilmente per l’inchiesta Consip a carico di Luca Lotti, in cui sembra lo stesso Palamara sia in qualche maniera coinvolto. Il principale candidato alla successione è Giuseppe Creazzo, Procuratore Capo a Firenze, che al Csm, in Commissione, ha avuto tre voti contro uno a ciascuno degli altri due candidati, Lo Voi e Viola; ma anche Creazzo non è gradito a Palamara per l’inchiesta contro i genitori di Matteo Renzi e la misura cautelare ivi chiesta ed ottenuta. Uomini di Palamara sporsero denunzie contro Pignatone e, il mese scorso, contro Creazzo. Palamara e compagni dovevano, allora, pilotare la nomina di altro magistrato, sperando potesse essere meno pericoloso. Come ha lamentato un pm della corrente di sinistra, lo scontro fra correnti non è più ideologico, ma di potere personale, ad imitazione di quanto è avvenuto nella politica vera e propria. È vero ed è grave. Ma ben più grave è il fatto che si tratta di un secondo gradino disceso da una certa parte della magistratura (non tutta, per fortuna, perché ogni tanto constatiamo che “c’è un giudice a Berlino”).Il primo scalino fu disceso quando la magistratura dimenticò di essere un “ordine” per diventare “terzo potere”. L’ordine è un gruppo di persone che si propone una missione (si pensi agli ordini religiosi, militari, cavallereschi), nel nostro caso quello di amministrare la giustizia. Se degenera in potere si propone altri fini, così prevaricando su altri gruppi costituiti, nel nostro caso i poteri dello Stato. Fa, cioè, politica, arrogandosi poteri propri del legislatore e del governo. Questo scalino fu disceso nel secondo dopoguerra, quando la magistratura fu ideologizzata dalla sinistra per poterla usare come strumento di lotta. Senza questa prima caduta non sarebbe stata possibile la seconda, con il passaggio (effettivamente parallelo a quello della politica) dalla corrente (il partito) al potere personale. Non è un caso che al centro della vicenda, con Luca Palamara, ci sia Luca Lotti, uomo di punta del potere renziano. Tutto ciò è davvero triste e diventa urgente correre ai rimedi, attuando la separazione delle carriere (giudicante e requirente) da decenni invano auspicata, ma anche riducendo i poteri e l’irresponsabilità degli uffici inquirenti. Cari amici lettori, questo discorso mi ha molto amareggiato. Voglio allora finire con una battuta sui nomi di battesimo. Come sapete, ‘o Patatèrno primma ‘e ffà e po ll’accócchia: Luca Palamara e Luca Lotti, Giggino De Maio e Giggino de Magistris, Matteo Renzi e Matteo Salvini. Certo, in quest’ultimo caso i due stanno da parti opposte, ma in una cosa s’assomigliano, poiché il leader ha offuscato il partito. Solo che il dem lo ha colato a picco, mentre il leghista lo ha innalzato alle stelle.