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È questa la battaglia più difficile per l’Occidente

Opinionista: 

L'Europa è per la seconda volta ad un appuntamento con la Storia (quella con la S maiuscola) e dopo il primo fallimento – quello della crisi dei debiti sovrani del 2011 – non può permettersi di fallire anche il secondo. I cittadini di oggi non capirebbero e men che meno i nostri figli, nati europei, che non conoscono confini, frontiere, dazi, valute. Oggi l'Europa, le istituzioni ma prima di tutto i leader e i governi, devono scegliere se essere un'unica grande comunità, e agire unitariamente per affrontare un problema comune e una crisi recessiva e depressiva unica, oppure abdicare al concetto stesso di unità sovranazionale. Tra orgoglio nazionale e questioni di politica interna, persi tra nazionalismo nazional-popolare e populismo d'avanguardia, rischiamo di dividerci tra Europa sì e Europa no. Ma questa volta non è il popolo europeo, né sono i singoli popoli a perdersi nelle varie teorie euroscettiche, ma sono le classi dirigenti a rinunciare definitivamente al proprio ruolo, dimostrando la propria inadeguatezza e mancanza di comprensione del fenomeno. La questione sui Coronabond e la divisione europea va compresa e poi anche spiegata. Da una parte c'è chi sostiene che ciascuno Stato possa indebitarsi per far fronte alla crisi, rispondendo soggettivamente del debito contratto per il proprio fabbisogno. Dall'altro c'è chi sostiene invece che a una crisi comune debba rispondere un pacchetto di soluzioni che passano per un debito comune. Il tema è posto sotto il profilo del "chi dovrà ripagare cosa" il che in sé è un falso problema dal momento che, come per il bilancio europeo, i Paesi contribuiscono in base al proprio Pil e in proporzione alla propria popolazione. In sintesi, la Germania – in questo momento – ritiene di uscirne svantaggiata e di pagare anche per altri, oltre l'ordinaria contribuzione. Questa scelta è chiaramente miope anche sul piano meramente economico e della politica di bilancio, perché è evidente che, se da questa crisi non ne usciamo tutti e tutti assieme, il Paese più danneggiato sarebbe proprio la Germania, che da anni vìola i trattati in tema di surplus commerciale interno, la cui capacità produttiva verrebbe messa in ginocchio da una crisi recessiva-depressiva europea (in sostanza, se il tuo mercato principale non produce domanda, anche se riprendi velocemente la tua capacità produttiva, non hai a chi vendere). Quello che però questa vicenda mette in luce è che oggi più che mai quella che verrebbe irrimediabilmente sconfitta dal Covid-19 è la classe dirigente europea, con la Merkel in prima linea a dimostrare che, dopo vent'anni al governo, sarebbe il caso di passare la mano ad una generazione autenticamente europea, in grado di rispondere in maniera sensata a una crisi che semplicemente la sua generazione non comprende e che ritiene ancora di poter affrontare con strumenti vecchi, già dimostratisi inadeguati dieci anni fa. Oggi, oltre al Coronavirus, l'Europa è chiamata a combattere anche la battaglia delle competenze, delle visioni, delle generazioni e del buon senso. E forse questa è da sempre la battaglia più difficile per l'Occidente.