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Ravello e i due Roberti non graditi a De Luca

Opinionista: 

Non è una bella storia quella che si è consumata la scorsa settimana intorno alla Fondazione Ravello. Un’istituzione culturale di prestigio, già appannata recentemente da una goffa vicenda di designazione, poi ritirata, del presidente, tra polemiche di sapore localistico e certo non nobilitanti per una realtà che aspirerebbe al respiro internazionale. Ma quanto è accaduto con le dimissioni del presidente Antonio Scurati, di recentissima nomina – appena due settimane or sono – rischia di creare un alone greve, una cappa d’autoritarismo provinciale, che certo non giova alla realtà di un Festival che dovrebbe vivere nella Repubblica mondiale della musica, espressione di quanto di più universale lo spirito umano abbia mai saputo concepire. I fatti, nel loro oggettivo porsi, sembrerebbero questi. Il presidente della Fondazione Antonio Scurati – scrittore ai nostri anni di successo, autore di un romanzo su Mussolini che gli ha fruttato il Premio Strega – voleva fossero inseriti tra gli ospiti della prossima, sessantanovesima edizione del Festival, due personaggi notoriamente sgraditi all’attuale presidente della Giunta Regionale, Vincenzo De Luca. Con ogni probabilità, a quel che s’è potuto capire, lo Scurati deve aver forzato la mano. Ed ha cercato di portare sull’incantevole palcoscenico, lo scrittore professionista anticamorra Roberto Saviano e del ministro della Salute in carica, Roberto Speranza. I due Roberti, si diceva, non vanno a genio al De Luca; da sempre in polemica con entrambi, questi non ha mancato più volte di destinar loro le sue salaci e spesso inopportune battute. Per carità, difficile non simpatizzare con il nostro governatore, data la caratura di entrambi gli avverati ospiti: Saviano, sempre lì a dar lezioni di legalità e di moralità lascia, volente o nolente, l’impressione mai gradita di marciarci un po’ su, di vivere troppo della cosa, ergendosi a paladino di valori troppo elevati per esser genuini; insomma, una persona che non attira certo grandi simpatie, se non nei luoghi in cui il conformismo fa da legge. Speranza, beh Speranza è quel che tutti noi vediamo e dunque anche la sua assenza dal Festival, a giudicare le cose oggettivamente, difficilmente potrà aversi per perdita incolmabile. È però evidente che il problema non di simpatia o antipatia; e nemmeno nell’ortodossia del comportamento dello Scurati, che avrebbe cercato con modi irrituali di assicurare la presenza dei due suoi protetti. La questione è che la vicenda trasmette alla pubblica opinione un’immagine di pesante autoritarismo, di greve intromissione della volontà d’un uomo politico che già di suo non brilla per amore della libertà e del pluralismo e che per questo ha meritato l’ormai generalmente accetto soprannome di ‘sceriffo’. Il mondo della cultura, per sua natura, dovrebbe essere quello in cui si maturano nella libertà idee, provocazioni, spazi sempre nuovi, spazi soprattutto sottratti alla volontà di chi esercita, in democrazia, il potere politico. Esistono istituzioni dedicate alla cultura – alle quali la politica destina risorse che esse dovrebbero utilizzare in piena autonomia – perché appunto la cultura è un qualcosa di delicato, che abbisogna di spazi protetti ad essa riservati perché possa esprimersi nelle forme che ritiene più consentanee al proprio essere. Una vera democrazia si distingue proprio per rifuggire da ogni forma di censura, men che mai preventiva, nei riguardi di chi per suo compito nella società opera con l’ideazione, il confronto dialettico tra le posizioni valoriali, insomma è lì’ a creare con parole e forme artistiche sollecitazioni e nuove realtà spirituali che spingano a pensare liberamente modi sempre diversi ed attivi di aggregazione. Ora, è ben possibile che Antonio Scurati abbia cercato di far valere le sue idee, anche tentando d’aggirare le resistenze del comitato d’indirizzo o del consiglio d’amministrazione; è ben possibile, anzi molto probabile. Ma è altrettanto probabile che quegli organismi abbiano opposto serie resistenze, interpretando la volontà del potente presidente De Luca, ostile alle due figure individuate come ospiti dallo Scurati. Ed il De Luca non ha nemmeno mancato d’esternare con palesi allusioni, la sua sovrana indifferenza per le dimissioni dello scrittore. La vicenda m’ha fatto tornare in mente un noto articolo scritto da Palmiro Togliatti per Rinascita nell’agosto 1951: «Vittorini se n’è ghiuto e soli ci ha lasciato». Il potente segretario del Pci lo pubblicava per commentare con iattante insolenza l’uscita dal Pci dell’intellettuale siciliano in polemica con il partito che accusava d’intolleranza ideologica. Togliatti era Togliatti e Vittorini era Vittorini: eppure quell’articolo ha pesato e continua a pesare molto sul giudizio storico maturato intorno al capo storico dei comunisti italiani, al quale spetta peraltro il merito d’aver saputo tenere una certa distanza dal Pcus e dall’aspirazione sovietica a dominare il confratello italiano e ad attrarre l’Italia stessa nella propria sfera d’influenza. Ma resta il fatto che quando la politica mostra intolleranza per gli spazi della cultura – cerca, in altri termini di condizionarne la sfera di libertà che le è propria – quali che ne siano le ragioni, non svolge un compito nobile, perché cerca d’imporre logiche proprie ad un ambiente che in tanto esiste per tale – mondo del libero sviluppo dello spirito – in quanto sia lasciato al proprio autonomo svolgersi: che è sempre uno svolgersi umano, dunque frutto di aspirazioni e passioni individuali e collettive, ma è un mondo diverso da quello del potere politico, mondo quest’ultimo di lotta e dominazione, indispensabile anch’esso, ma da contenersi per evitare che degeneri.