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Regionali: le strane coalizioni elettorali

Opinionista: 

Che le elezioni regionali campane si presentino in caratteri quasi surreali, ormai lo sappiamo. La candidatura di Vincenzo De Luca – uno dei due principali competiors della partita – a presidente serve proprio a dare una colorazione naïf all’intera vicenda. Se dovesse farcela, non potrebbe fare. Dovrebbe essere sospeso ed ingaggiare una battaglia a suon di carta bollata, non breve che per lungo tempo lascerebbe tutti in suspense. E nel frattempo, quella mastodontica e non proprio maneggevole struttura che si chiama Regione sarebbe lì a temporeggiare nell’attesa che le cose si chiariscano. Ammesso che chiarir si potranno, perché data la natura dei problemi, i processi in corso e le varie possibili sentenze a venire, il tutto potrebbe trascinarsi per l’intera legislatura. Ma ci si deve proprio trovar d’un gran bene nelle stanze del consiglio regionale se questo po’ dovrà avvenire senza che nessuno v’abbia potuto mettere riparo. E non è nemmeno tutto. A quel che si va leggendo nelle cronache sulle fasi preparatorie delle elezioni, c’è qualcosa che dovrebbe fare temere davvero il peggio per la prossima consiliatura. E non è nemmeno il trasformismo che si va delineando: con candidati in un tempo non lontano, anzi assai prossimo, insomma fino a ieri schierati con la destra che disinvoltamente si candidano con la sinistra, mentre altri della sinistra l’incrociano balzando sulla sponda della destra. Si sa, le ideologie son finite e dunque non c’è da farsene meraviglia: questa la spiegazione del politologo mentre quella del senso pratico sarebbe meno elegante ma più eloquente e concreta. Il problema che lascia più sorpresi è l’incredibile numero di formazioni politiche che s’associano all’uno o all’altro versante dei due principali partiti (diverso il caso dei Cinquestelle). A sentire i ben informati ognuna delle due coalizioni conterebbe più d’una diecina di sigle e simboli, ciascuno facente capo a più o meno accreditati maggiorenti politici, che starebbero contrattando, anzi hanno ormai contrattato, l’adesione alla ditta (per usare un’espressione ormai famosa), Partito democratico o Forza Italia che sia. E questo forse è il fenomeno più preoccupante dell’intera vicenda. Ognun sa che i partiti politici sono nati ed hanno vissuto, finché sono realmente esistiti, quali luoghi di coordinamento tra le istanze della comunità e le istituzioni dello Stato: in quello spazio sociale che è l’area della selezione e del coordinamento degli interessi collettivi per la loro rappresentazione nei processi decisionali e per la successiva traduzione i regole condivise. Insomma, i partititi svolgevano il compito d’identificare le più mature istanze sociali – ed anche quello di contribuire a farle emergere, razionalizzandole – per poterle poi tradurle in forme che le rendessero compatibili con la vita collettiva, appagandole e soprattutto coordinandole con gli interessi concorrenti ed altrettanto meritevoli di riconoscimento. Ma perché tale compito d’aggregazione – d’interessi e di forze politiche capaci d’interpretarli ed esprimerli in modo organizzato – possa avere successo, non v’è dubbio che i partiti debbano a loro volta presentarsi in numero limitato: debbano cioè riconoscersi intorno ad un leader e soprattutto disciplinarsi in regole che siano in grado di formare al loro interno volontà unitarie dopo adeguati confronti. Tutto ciò è palesemente assente quando in luogo d’un numero contenuto di forze politiche che competono per la conquista del potere, si presentino vere e proprie galassie di microformazioni, ciascuna totalmente priva di disegno programmatico, ed intesa esclusivamente a traghettare verso il potere questo o quell’altro ras locale o collettore di voti in vario (anzi assai poco vario) modo rastrellati. Quando l’esito delle elezioni è il prodotto di simili sommatorie d’aggregazioni puramente utilitaristiche, è nell’evidenza che niente di governabile potrà venirne. Il consiglio regionale che risulterà eletto, sarà composto d’un pulviscolo di pretenziosi centri di potere, ognuno dei quali riterrà di non dover rispondere a nessun altro se non a se stesso e dunque alla rete di personalistiche clientele che l’hanno condotto nell’agognata assemblea del centro direzionale. Questa mi pare la peggiore premessa perché possa svolgersi quale che sia azione politica ed amministrativa. La polverizzazione delle forze politiche significa già negazione della politica come responsabile stanza di selezione e mediazione degli interessi: perché questo compito richiede un criterio di scelta ed un potere d’organizzazione, oltre che riconoscibili forze politiche che se ne facciano carico. E se si considera che il territorio campano è storicamente nelle mani di particolarismi, clientele ed anche mafie, quel che sta accadendo fa presagire quanto accadrà: una legislatura impantanata, alimentata da favoritismi e beghe, totalmente incapace anche solo di provarsi a sciogliere qualcuno degli infiniti nodi che paralizzano lo sviluppo del Mezzogiorno d’Italia. Una prospettiva non esattamente corrispondente a ciò di cui avremmo bisogno.