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Renzi e le primarie: ecco la doppia verità

Opinionista: 

Da domenica notte nei palazzi romani della politica circola con sempre maggiore insistenza un interrogativo: “Ma, insomma, queste primarie per la designazione del candidato alla carica di sindaco di Roma, Matteo Renzi le ha vinte o le ha perse ?”. La domanda non è di secondaria importanza e travalica il carattere localistico della consultazione sia perché Roma è pur sempre la capitale d’Italia, sia perché il nostro presidente del Consiglio vi aveva dedicato cure particolarissime, candidando uno dei suoi fedelissimi, Roberto Giachetti, detto Bobo. In verità, il fatto di essere oltre che capo del governo, anche segretario del Pd, avrebbe forse dovuto suggerire a Renzi una maggiore neutralità nei confronti degli altri candidati. Comunque l’attenzione di Renzi rendeva queste primarie un test utile a valutarne l’attuale grado di popolarità. E, allora, Renzi ha vinto o perso? La risposta immediata è: ha vinto. E anche alla grande perché con una percentuale di oltre il sessanta per cento dei consensi ottenuti dal suo candidato, ha letteralmente stracciato tutti gli altri. Spetterà ora a Giachetti il compito di rappresentare il Pd nella sfida per il Campidoglio e di far dimenticare la tutt’altro che esaltante esperienza della gestione di Ignazio Marino. Ma mai come in questo caso la verità ha dimensioni pirandelliane (“Io sono colei che mi si crede”, farà dire il grande agrigentino a uno dei protagonisti di “Così è se vi pare”). Alla verità renziana, che inneggia alla vittoria di Giachetti, si contrappone, così, l’altra verità quella dei suoi oppositori che, opponendo percentuale a percentuale, fanno presente che, se è vero che Giachetti ha ottenuto il sessanta per cento e passa dei voti, è altrettanto vero che i votanti sono stati oltre il cinquanta per cento in meno rispetto alle precedenti primarie. E ciò – dicono – dimostra in modo inequivocabile la perdita di attrattiva del partito renziano che ha ormai esaurito, per dirla con una formula cara a Enrico Berlinguer, la sua spinta propulsiva. Quanto al Pd e specificamente la situazione romana, per spiegare questo clamoroso calo di votanti, si potrebbero addurre molte motivazioni, e non tutte necessariamente attribuibili a Renzi. Sono motivazioni che vanno dalla delusione provocata dall’amministrazione Marino agli scandali di Mafia capitale che hanno ingenerato nell’opinione pubblica romana una profonda disaffezione nei confronti della politica; dal convincimento della inutilità del voto dato che, alla resa dei conti, a designare il candidato sindaco sono sempre “lor signori”, alla mancanza di carisma del “designato” Giachetti, certamente dotato di rilevanti capacità, ma che stenteremmo a definire carismatico (e qui, probabilmente, una diretta responsabilità di Renzi c’è realmente poiché nelle sue scelte, a ogni livello, è solito privilegiare personaggi privi di carisma, quasi che il carisma dovesse essere una sua prerogativa esclusiva). Ma, a dirla tutta, ancor più che le vicende interne del Pd, alla luce dell’esito delle primarie romane (e non soltanto romane) ci sembra utile stabilire se questo ricorso al metodo delle primarie debba considerarsi un metodo ancora valido o no. Ad osservare la scarsa partecipazione da parte di tutte le forze politiche, di destra, di sinistra e di centro, ivi compresi i cinquestelle grillini, la risposta a questo interrogativo non può essere che negativa. In realtà, il ricorso alle primarie fu vissuto inizialmente con un certo entusiasmo come sempre accade quando si è in presenza di una novità. Ma le novità alla fine stancano se non sono supportate da un’adeguata preparazione cosicché queste primarie si sono, di fatto, rivelate una scimmiottatura dei sistemi anglosassoni, vale a dire di una cultura politica profondamente diversa dalla nostra. Non si può non rivelare, infine, la contraddizione tra il rifiuto di Renzi di reinserire nella nuova legge elettorale le preferenze e l’insistenza del ricorso alle primarie. Come si spiega questa contraddizione? Saremo maligni, ma ci vien da pensare che la scelta delle primarie e il no alle preferenze dipende dal fatto che le primarie sono più facilmente manipolabili.