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Renzi, hai voluto la bici? Ora pedala

Opinionista: 

Sergio Mattarella è uscito dal riserbo (che molti giudicano eccessivo) con cui finora ha esercitato il suo mandato presidenziale, per avvertire Matteo Renzi a far bene attenzione che il disegno di legge della senatrice Cirinnà sulle unioni civili che sarà, a fine marzo, in discussione a Palazzo Madama, non ignori quanto affermato nella sentenza della Corte costituzionale dell’aprile 2010 che, chiamata a pronunciarsi su un analogo argomento, ricordò che “i costituenti tennero presente la nozione di matrimonio che stabiliva (e tuttora stabilisce) che i coniugi devono essere persone di sesso diverso”. A vedere gli sviluppi che il dibattito in corso sta assumendo all’interno del Pd sembra proprio, in effetti, che Renzi, cedendo alle pressioni dell’ala laicista del suo partito, si sia cacciato in un ginepraio. Il nostro giovane premier, infatti, commetterebbe un micidiale errore se sottovalutasse le possibili conseguenze della disputa che su questo argomento si è aperta all’interno del Pd, in particolare sulla controversa questione della “stepchild adoption”, vale a dire sulla possibilità che il genitore non biologico adotti il figlio naturale o adottivo del proprio partner. In Italia tale possibilità è già prevista per le coppie eterosessuali sposate da almeno tre anni o che abbiano vissuto more uxorio per uno stesso periodo, ma siano sposate al momento della richiesta. Al momento (oggi la questione verrà affrontata dalla direzione del partito) nel Pd si confrontano due linee: quella della componente laica intenzionata a far approvare il provvedimento così com’è, respingendo ogni emendamento volto a modificarlo e quella della componente cattolica che contesta l’ipotesi di adozione e propone, in alternativa, la possibilità di un “affido rafforzato”; un affido, cioè, che varrebbe fino al compimento del diciottesimo anni e che verrebbe disposto dal servizio sociale diventando esecutivo per decisione del giudice tutelare. Come sempre accade quando sono in ballo questioni di principio, le possibilità di compromesso si fanno difficili. E per il Pd uscire dalla situazione di impasse in cui si trova comporta problemi tutt’altro che irrilevanti. Convivono, al suo interno, due diverse anime: quella laicista che si richiama a ideologie di stampo illuminista o marxista e quella legata alla tradizione cattolica. È stato ed è un grande errore credere che queste “appartenenze” possano non contare o essere superate e Renzi non può considerare il contrasto alla stregua di un piccolo incidente di percorso facilmente superabile come quotidianamente se ne incontrano nella vita politica. Non è così anche perché - a differenza di quanto accaduto in passato nel caso del referendum abrogativo della legge sul divorzio prima e sull’aborto dopo - questa volta la posizione dei cattolici, fortemente sostenuta dalla Chiesa, sembra godere del consenso della maggioranza dei cittadini. Il sondaggio più recente effettuato sull’argomento ha, infatti, rivelato che il 55 per cento degli italiani è contrario al disegno di legge Cirinnà e soltanto il 38 per cento lo condivide. D’altra parte, quanti tra i fedelissimi del presidente del Consiglio ostentano sicurezza sull’approvazione del provvedimento così com’è, nella convinzione che, al momento del voto, convergeranno su di esso i consensi di almeno una parte dei parlamentari di Forza Italia e del Movimento cinque stelle, appaiono affetti da una grave forma di miopia. È probabile che, sia pure con una maggioranza anomala, il disegno di legge verrebbe approvato, ma si tratterebbe, per Renzi, di una vittoria di Pirro perché, all’indomani del voto, si troverebbe tra le mani un partito ancor più spaccato di quello che è attualmente (e già è tutt’altro che un esempio di unità). Il fatto è che il Pd - è questo è il suo peccato originale – è un partito con due anime, due teste, due cuori e metterli in sintonia è impresa di quelle che fanno tremare le vene e i polsi. Non è la prima volta che un partito si trova a dover gestire, al suo interno, spinte contrapposte. Anche la Democrazia cristiana che, piaccia o non piaccia, è stata una formidabile costruzione politica, era la sommatoria di orientamenti non omogenei che riuscì a conciliare mantenendo il potere per un cinquantennio grazie alla comune matrice cattolica dei suoi esponenti e all’elevato livello della sua classe dirigente. Il Pd non ha né l’una né l’altra caratteristica. Ecco perché l’ostacolo che Renzi ha di fronte a sé è tra i più difficili da superare tra i tanti che ha già incontrato nel suo cammino. Ma vien da dire: qui è Rodi, qui salta. O, più volgarmente: “Hai voluto la bicicletta? Ora pedala”.