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Restituire la politica ai cittadini ma i partiti vanno riformati

Opinionista: 

L’inchiesta ligure che ha travolto il Presidente della Giunta regionale pone di nuovo una serie di interrogativi sulla funzione giudiziaria, sul garantismo, sulle modalità di indagini che inevitabilmente hanno un impatto politicamente rilevante e, perché no, sul ruolo della politica. “Il Giudice deve applicare soltanto la legge”. Lo sosteneva Luigi Ferrajoli nella sua opera forse più rappresentativa “diritto e ragione. teoria del garantismo penale”. Per l’applicazione di una sanzione penale è irrilevante che un comportamento sia in sé malvagio,secondo la valutazione morale del giudice: il comportamento deve essere qualificato come reato dalla legge. Un modello o un sistema garantista si realizzano solo nel momento in cui il giudice non eserciti un potere arbitrario. Insomma, la discrezionalità del giudice deve essere ridotta al minimo. Nel caso Toti, trattandosi del soggetto (in quanto politico) più in vista diciamo così, le circostanze rilevanti ai fini dell’inchiesta e delle susseguenti richieste cautelari sembrano cedere il passo anche ad una discrezionalità abbastanza evidente nelle valutazioni dei pubblici ministeri e quindi del giudice che ha avallato le richieste rassegnate nel dicembre scorso (ripeto dicembre). Senza pericolosamente addentrarsi nel ginepraio delle valutazioni in ogni caso superficiali, colpevoliste o assolutorie, l’accusa sostiene che il presidente della giunta ligure sarebbe stato corrotto ed il tornaconto addirittura rendicontato con bonifici ufficiali, con versamenti chiari, accreditati sul conto della fondazione o su conti ufficiali di raccolta elettorale. In buona sostanza risalta all’occhio una certa inclinazione (non è la prima volta e non lo sarà mai) da parte degli inquirenti a compiere valutazioni di carattere etico politico, più che attenersi all’evidenza di gravi indizi. La conseguenza inevitabile di questa inchiesta, che tale per ora rimane, dovrebbe portare alle dimissioni di Toti e quindi il ritorno alle urne. A ciò si aggiunga l’incontinenza di molti quotidiani che con la pubblicazione di stralci di verbali dei primi interrogatori molto “piccanti”, utili più ad accrescere il disprezzo dei cittadini verso la politica, cosa di cui francamente non se ne sente affatto il bisogno. I partiti ovviamente non sanno che pesci prendere; anziché proporre soluzioni assumono un atteggiamento pilatesco o comunque attendista, magari per compiacere l’opinione pubblica distratta, pronta a farla pagare con il disinteresse sempre più marcato nei confronti della politica. È pacifico che i partiti vanno riformati per restituire la politica ai cittadini ed il loro rinnovato interesse verso di essa. I partiti tradizionali non esistono più da un pezzo, quelli pronti ad accaparrarsi seggi anche alle prossime imminenti elezioni europee sono più propriamente deimovimenti, dei comitati elettorali, sono dei “mostri” che vivono e muoiono seguendo le fortune momentanee o le definitive disgrazie del loro leader. Eppure i partiti o il loro simulacro governano una Nazione e come tali sono necessari. Una riforma della politica attraverso la ricostruzione dell’impianto dei partiti è necessaria; una riforma vera, radicale, organica degli stessi, che preveda le modalità d’accesso dei cittadini, la selezione del personale con metodi democratici e, vengo al punto iniziale, alle modalità trasparenti di finanziamento, immotivatamente abolito sotto la spinta moralistica o qualunquistica delle epoche confuse ed infelici successive alla prima repubblica. L’Italia è uno dei pochissimi Paesi europei a non godere di nessuna forma di finanziamento pubblico ai partiti. Ciò ha di fatto accentrato un potere sproporzionato in mano a pochi oligopolisti della politica. Sarebbe il momento di mettere mano a questo tipo di revisione che probabilmente comporterebbe finalmente un revirement da parte dell’opinione pubblica verso la politica e magari il ritorno alla partecipazione attiva.