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Riforma della giustizia: la strada è ancora lunga

Opinionista: 

Dopo aver superato molti ostacoli e composto altrettanti contrasti tra le forze politiche della maggioranza, la tanto attesa riforma della giustizia, è finalmente in dirittura d'arrivo. Mario Draghi e Marta Cartabia, ce l'hanno, dunque, fatta? Non vorremmo passare per pessimisti ad ogni costo, ma, detto in tutta sincerità, facciamo qualche fatica a unirci al coro di coloro che inneggiano al risultato raggiunto. Sia chiaro: l'impegno profuso per il raggiungimento di questo obiettivo dal presidente del Consiglio e dalla Guardasigilli alla quale potremmo, senza esitazione, assegnare l'oscar di miglior ministro dell'attuale compagine governativa, merita ogni elogio e non è minimamente in discussione. Il nostro scetticismo sulla tenuta dell'accordo raggiunto ha, tuttavia, più di una motivazione. Non a caso, per evitare che, al momento del voto, la sua maggioranza si sfaldasse, Draghi è stato costretto - nonostante l'elevato numero di consensi del quale, sulla carta, il governo dispone - a porre la questione di fiducia che è sempre una manifestazione non di Forza, ma di debolezza. Non è un mistero, del resto, che i cinquestelle abbiano ingoiato molto na malincuore il rospo di questa riforma che non hanno mai condiviso e che lo stesso Giuseppe Conte, che pure ha esortato i "suoi" a dire compattamente sì alla fiducia, non ha fatto mistero di considerarla negativamente. Non è, perciò, azzardato sostenere che di qui a settembre, quando il provvedimento approderà in Senato per l'approvazione definitiva, nuovi ostacoli verranno posti dai pentastellati sul suo cammino. Senza contare il ruolo paralizzante che inevitabilmente verrà svolto dalla burocrazia che, come è noto, è il vero potere occulto che tende a bloccare, per difendere le proprie prerogative, ogni iniziativa ( per rendermene conto è sufficiente aver riguardo alle numerose leggi che, pur approvate dal Parlamento, sono bloccate per la mancanza del regolamento di attuazione). La riforma è, poi, esposta alla consolidata tendenza delle forze politiche del nostro paese a mettere permanentemente in discussione le intese raggiunte. Non vogliamo - e pure potremmo - andare troppo lontani nel tempo. Preferiamo limitarci , per fare un esempio, a un episodio relativamente recente, che ha segnato la turbolenta vita della cosiddetta Prima Repubblica. Pensiamo al "patto della staffetta", stipulato, per iniziativa di Riccardo Misasi, tra la Democrazia cristiana e il Partito socialista, in una sede "neutrale", un convento sulla via Appia, in virtù del quale si stabilì che Ciriaco De Mita sarebbe dovuto succedere a Bettino Craxi alla guida del governo. Ma, quando giunse il momento di dare attuazione alla "staffetta", il segretario del Psi si tirò indietro. Non fu un bel l'esempio, ma rientrava nella tradizione italiana. Questa tanto sospirata riforma della giustizia della quale ci stiamo ora occupando, è importante non solo per i suoi contenuti, ma perché ce la chiede l'Unione europea che sta con gli occhi sgranati a osservare se siamo in grado di portarla a compimento. Come afferma un'espressione popolare, rivolta soprattutto agli italiani all'estero, "non facciamoci riconoscere ".