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Risposta a Pistoletto: il consumismo a Napoli

Opinionista: 

Caro Pistoletto, ho sentito le tue dichiarazioni in occasione dell’inaugurazione della seconda Venere degli stracci a piazza Municipio, dopo che la prima è stata incendiata da un povero senzatetto. “Un clochard sui generis, la cui richiesta per ottenere il reddito di cittadinanza gli fu bocciata”, precisò il Mattino, all’epoca. Vorresti conoscere il motivo per il quale questo povero disgraziato, marginalizzato dallo stato e dalla società, abbia distrutto la prima “Venere degli stracci”. Saresti potuto andare a chiederglielo tu stesso, visto che il senzatetto è in carcere condannato a due anni per “distruzione di un’opera d’arte”. Alfredo Fabbrocini Isaia non è un ignorante, e aveva una vera motivazione in fatto. Ma poiché tu ti sei limitato ad una dichiarazione pubblica, provo a fornirti io, una risposta in sua vece. Essendo uno specialista della società dei consumi e un cronista della società di Napoli, credo di averne gli strumenti. In questa prima parte ti parlerò del consumismo nel contesto specifico della città di Napoli. Avendo studiato gli espedienti di marketing utilizzati dalle aziende per vendere più di quanto la gente abbia bisogno, sono convinto, come te, che queste stesse aziende sfruttino la cultura nella sola ottica di trarne un maggiore profitto. Il caso di Walt Disney lo illustra perfettamente. S’impadronisce di grandi opere, le riduce ad oggetti di consumo, stupidi e lacrimevoli, per ricavarne milioni. In questo modo la sua società è una delle multinazionali più redditizie, ricavando soldi dai film, degli oggetti e dei parchi di divertimento. In maniera inversa, ma nello stesso spirito di massimizzare il profitto, Mattel, ha prodotto un film partendo dalla sua bambola Barbie, recuperando e caricandola del messaggio a fondamento della lotta delle donne per l’uguaglianza umana. Per ciò che riguarda gli oggetti di grande consumo, che il consumismo ci invita a comprare, il concetto è magistralmente espresso dalle parole della canzone “folla sentimentale” del cantante francese Alain Souchon: “Ci infliggono dei desideri che ci affliggono; avere una quantità di cose, che inducono a volerne altre, senza averne nessun bisogno”. Fino a questo momento, sembra che la tua opera che critica il consumismo abbia tutto il suo senso. È soltanto quando ci si riferisce a Napoli, in quanto “mondo a parte”, che le cose si complicano! Innanzi tutto, bisogna essere cosciente che il consumismo, fino ad oggi non ha mai fatto parte della cultura di Napoli. Chi dice “consumismo” intende “consumo di massa” dove “massa” indica il popolo che viene facilmente abbindolato dal marketing e dalla pubblicità, anche se non ha i mezzi. Il fatto è che il popolo a Napoli è veramente miserabile. Nel “Il ventre di Napoli”, Matilde Serao spiega che guadagna pochissimo: “non è la miseria del nullafacente”, ci dice, “ma quella dell’uomo che lavora”. Non hanno nemmeno i soldi necessari per accedere alle case popolari che hanno costruito! Sono state occupate dalla piccola borghesia, che tiene a precisare che “le case della Cooperativa non sono case popolari”. Precisazione crudele per differenziarsi dalla classe povera della loro origine: proprio un vergognoso tradimento. L’usura e il gioco del lotto rubano al popolo il resto dei soldi che gli rimangono. La società del consumo non ha di che farsene della massa del popolo di Napoli, il quale non ha né distrazioni né soldi da spendere. Mangiano frutti marci perché costano quasi niente, conducono una vita senza igiene e indossano gli stessi vestiti fino a consumarli, logori e sporchi. Non credere che le cose siano cambiate di molto, Michelangelo; quando sono arrivato a Napoli, pagavo la mia donna delle pulizie, sola e abbandonata con 4 figli, 10€ all’ora. I miei vicini sono venuti a dirmi che a quel prezzo rovinavo la piazza, bisognava che la pagassi 7€. Lo posso anche testimoniare che l’usura persiste ancora oggi: il titolare di un ristaurante che conosco ha prestato del denaro al suo pizzaiolo ad un tasso del 40%. Se hai ancora dubbi sulle condizioni della popolazione di Napoli, che vive in periferia, ai margini della società, vai a vedere il film “A muzzarell”, di Diego Santangelo, che riflette il contesto attuale della società. E se qualcuno ti ha detto che il libro “Il mare non bagna Napoli”, scritto nel 1953, non riguarda più la nostra epoca, fatti una passeggiata sulla spiaggia del lungomare all’altezza di via Nazario Sauro, scelta obbligata per i giovani residenti del quartiere del Pallonetto che vorrebbero bagnarsi. A questo punto della mia risposta, capirai come un’opera che critica l’eccesso del consumismo non trova fondamento a Napoli. È semplicemente fuori contesto, però non giustifica che un povero l’abbia distrutta. Domani, dopo questo preambolo ti spiegherò la ragione specifica che ha spinto Alfredo Fabbrocini Isaia ad incendiarla.