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Sbaraglia il razzismo e vince la sua battaglia

Opinionista: 

A bocce ferme il Sanremo architettato per porre a tacere il contraddittorio si rivela (fin qui) il Festival più politicizzato del ventennio. È l’epilogo un po’ amarognolo di una kermesse che pure appariva costruita per placare gli animi esacerbati dai conflitti, inducendoli al rito liberatorio e un po’ tribale della danza; quella stessa che ambiva al rilancio del rassicurante postulato “Casa amore cuore capanna” (acchitato in un vestito sonoro in larghe porzioni rinnovato) e sopra ogni cosa disegnata nella dichiarata intenzione di mantenere al largo dal palcoscenico dell’Ariston gli scenari che affliggono il Paese e le feroci avversità delle guerre. Le divisioni hanno avuto la meglio. Chiedere ai manifestanti agricoli, protagonisti visibili e invisibili; sfocati sul fondo del racconto eppure capaci di mantenere costante la pressione sull’accidentato percorso sanremese: “Eccoli arrivare, avanzano fino in riviera e li inviteremo sul palco; invece no: leggeremo un impersonale comunicato, sebbene sarebbe giusto portare un trattore fin dentro il cuore del festival…”. Avrebbero agognato uno scarno siparietto: hanno finito per aleggiare sulla testa di Amadeus nel corso dell’intera settimana. Oppure domandare alla famiglia di Giulia Cecchettin vittima di femminicidio letteralmente imbufalita dalla narrazione intorno al rapporto uomo-donna o alla madre di Giogiò (già pronta per un’altra competizione: quella elettorale) o, ancora, al vicepremier Salvini, al presidente del Senato La Russa; alla dirigenza Rai, che sbarca in riviera e fa scoppiare il bubbone politico sulle future nomine, proprio a un passo da quell’Amadeus che propaganda e predica i dogmi di coesione e serenità. Su tutti, riferirsi a Geolier, artista poco più che ventenne, immolato nel silenzio colpevole della comunicazione sull’altare del rancore e del vetero razzismo: vittorioso e fischiato con ignominia. Umiliato dalla platea, in “generazionale” contraddizione con le scelte del ben più vasto pubblico votante, pronto a sommergerlo di preferenze e affetto, ma soprattutto a farlo balzare (in troppe occasioni e per l’intero sviluppo della kermesse, secondo il parere dei reietti) alla testa di ogni classifica azzardata nel corso della competizione canora. A parte le vergognose rimostranze del pubblico pagante (inqualificabili, perché colpiscono al cuore Tizio-Geolier per punire Sempronio-i votanti da casa), la guerra accesa contro il newpolitano di Secondigliano s’è combattuta aspramente su più fronti. È esplosa dentro lo stesso Ariston, fra gli addetti ai lavori: fatto per il quale la Rai dovrà cercare i colpevoli e punirli con fermezza. Ha occupato le pagine dei giornali: con disonore pacchiano su alcuni; in forza di un linguaggio sottilmente biforcuto altrove. Soprattutto, è deflagrata sugli schermi televisivi, dove il musicista ha trovato esposizione relativa e unilaterale alla polemica, comunque largamente superato dalle congetture untuose di chi alza barriere per oscurare il suo gesto artistico (il pensiero corre a ieri e agli intervistati del Tg usi dichiarare con disprezzo: vinca chiunque, ma non Geolier). Sconfiggendo la sguaiata intolleranza diffusa grazie alla potente energia dei suoi 20 anni e alla determinazione indefettibile a costruire un futuro diverso (anche forse soprattuto per chi ancora si rotola nel fango del pregiudizio), il newpolitano ha portato a casa la più bella fra le vittorie. La dedica (nostra) va al contenimento tiepido di Amadeus al cospetto delle invettive; alle involute difese dei suoi autori; ai detrattori per professione privi di ogni professionalità; a chi logora se stesso, coltivando quel rancore della diversità che lo rende infimo al cospetto del mondo. Il suono ha vinto ancora. E non poteva andare diversamente.