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Senza l’Ue, si torna indietro di settant’anni

Opinionista: 

Che il mondo stia attraversando una fase per molti versi regressiva, è constatazione. L'ampia diffusione d'istanze politiche nazionaliste e populiste è trasversalmente presente da oriente ad occidente, con esponenti politici che, che, da Putin a Trump, l'interpretano declinandola secondo i rispettivi mondi culturali, uniformemente però ispirandosi a concetti forti ed escludenti, come territorio, confini, identità, orgoglio, e così via. Le concorrenti cause della duratura crisi economica e dei fenomeni migratori costituiscono certamente l'alimento principale per lo sviluppo d'egoismi individuali e chiusure nazionali, e fanno certamente presa su sentimenti profondi, sempre presenti in ogni individuo e collettività organizzata: la quale, proprio per essere organizzata, tende a difendere i propri meccanismi d'interazione e quindi ad escludere tutto ciò che in essi non trovi agevolmente posto. Ciò non toglie che l'attuale momento storico è appunto regressivo: perché riporta indietro nel tempo, tende a distruggere tutte quelle forme istituzionali, pensate, nate e sviluppatesi per tentar di superare le barriere politiche dei singoli Stati, da sempre tra le prime ragioni di scontri e tensioni che di frequente hanno condotto – ed il Novecento ne è principale testimonianza – a scontri bellici ed ideologie disastrosi. Il voto della conservatrice Inghilterra è certamente da ascriversi a questi concetti, arricchiti da almeno due elementi propri del Regno Unito. Da una parte, il sentimento isolazionistico ha da sempre caratterizzato la storia anglosassone ed ha anche prodotto le caratteristiche riserve con le quali la Gran Bretagna ha dato la propria adesione all'Unione Europea. Dall'altro, quest'ultima, l'Ue – tipica aggregazione di lobbies incapaci di vincere i propri particolarismi in sintesi superiori – non è mai stata in grado di farsi apprezzare, né per efficienza, né per intelligenza delle cose, né per attitudine a produrre integrazione. A ciò s'aggiunga la miope quanto infantile strategia che i Governi nazionali hanno sempre attuato con lo scaricare tensioni ed impopolarità sulle istituzioni europee, sistematicamente accusate d'essere la causa dei provvedimenti poco graditi agli elettorati, in modo da deresponsabilizzare loro stessi. Sta di fatto che, nonostante ogni difetto, l'ambiente comunitario ha costituito un luogo di confronto istituzionalizzato, capace di creare regole e forme di contatto tra gli interessi nazionali, superando conflitti che altrimenti probabilmente avrebbero determinato tensioni tra le nazioni i cui esiti sarebbero stati certamente più dolorosi. E l'uscita dell'Inghilterra potrà produrre conseguenze anche molto più gravi, se l'Isola dovesse riuscire a trarre benefici dalla propria completa autonomia, attraendo ad esempio, come del resto sempre ha fatto, risorse cospicue nelle casse delle sue non esattamente cristalline istituzioni bancarie. Perché in quel caso sarebbe davvero difficile far comprendere ad altri Stati l'utilità di restare in Europa (e sarebbe assai facile illudere gli elettorati), in un'istituzione che per la propria farragine non riesce a dare prova visibile di quanto di buono fa e di quanto, soprattutto, molto di più potrebbe fare, sol che si scrollasse di dosso l'assetto burocratico-elitario ed avvertisse meglio i contenuti squisitamente politici della sua azione. Ma se l'Ue fallisse, porterebbe dietro di sé il crollo di ogni nobile più elevato fine cosmopolitico, di qualsiasi aspirazione al superamento dei più immediati egoismi territoriali e ne resterebbero accentuate le istanze antisolidaristiche. Mi rendo ben conto che proprio l'Ue non è stata in grado d'alimentare percorsi virtuosi e la prepotenza di taluni suoi membri ha sviluppato sentimenti d'ostilità radicale nei suoi confronti; ma la sua dissoluzione non costituirebbe un passo in avanti, bensì significherebbe un ritorno indietro di settant'anni, con effetti difficilmente salutari nella dimensione mondiale dei problemi attuali.