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Si lamentano per i decreti ma si oppongono alle riforme

Opinionista: 

Ci risiamo. Non sapendo più dove sbattere la testa, una sinistra sempre più irrilevante e divisa sceglie di rilanciare il suo più trito e ritrito cavallo di battaglia: l’allarme per la «democrazia a rischio». Chiara Braga, capogruppo del Pd alla Camera, assicura che in Italia ci sarebbe «un’emergenza democrazia» Perché? Perché il Governo usa troppi decreti, dice. Fa un po’ ridere, no? Primo: è una vita che le legislature vanno avanti a botte di decreti. Secondo: se siamo arrivati a questo punto, la colpa non è di chi ricorre alla decretazione d’urgenza per governare, bensì di un sistema istituzionale pensato apposta per portare il potere esecutivo nelle sabbie mobili. Il tutto, ovviamente, con la nobile scusa del Parlamento. Come se il compito degli eletti fosse quello di impantanare i provvedimenti del Governo invece che fare le leggi ed esercitare il controllo. La democrazia ha un valore se è democrazia decidente, altrimenti si chiama paralisi. Sfocia in una deriva parolaia e assembleare inconcludente che finisce per minare la fiducia dei cittadini nella democrazia. Quello sì che è un attentato alle istituzioni democratiche, perché instilla nei governati l’idea velenosa che democrazia sia sinonimo di lentezza, indecisione, inefficacia nel risolvere i problemi, caos e ingovernabilità. Rispetto a 75 anni fa, quando nacque la nostra Costituzione, i problemi sono diventati sempre più urgenti e complessi, con la richiesta di risposte sempre più veloci. Di conseguenza, le decisioni politiche devono essere adottate con maggiore rapidità. Il nostro assetto istituzionale va nella direzione opposta. Per questo è necessaria la riforma costituzionale, che però continua a trovare vaste opposizioni a sinistra, nonostante ormai il presidenzialismo sia stato accantonato dal Governo a favore del premierato, proprio per raccogliere un più largo consenso in Parlamento. Inoltre, bisognerebbe aprire anche una seria discussione su quali possono essere gli strumenti non solo per consentire a Palazzo Chigi di agire con rapidità (ricordando che la decisione peggiore è quella che arriva in ritardo), ma anche per permettere al Parlamento il necessario controllo e le opportune correzioni delle leggi in maniera altrettanto celere. Oggi il mondo corre alla velocità digitale e non si può affrontarlo con gli strumenti “analogici” del bicameralismo perfetto e dell’assemblearismo estremo. È una follia. Dovevamo fare la riforma presidenziale e non l’abbiamo fatta; dovevamo abolire il bicameralismo e non l’abbiamo fatto; dovevamo fare la riforma dei regolamenti parlamentari e l’abbiamo realizzata solo parzialmente. Quella costituzionale, sia pure nella versione edulcorata del premierato, è la riforma delle riforme. Lunedì se ne discuterà in un vertice di maggioranza, ma un testo vero e proprio nessuno l’ha ancora visto. Speriamo almeno ci siano quattro elementi semplici: 1) l’elezione diretta del premier, perché la semplice indicazione sarebbe una soluzione molto debole; 2) la modifica sostanziale dei suoi poteri, a iniziare dalla nomina e revoca dei ministri; 3) una clausola anti-ribaltone che sarebbe molto più efficace della sfiducia costruttiva, visto che su 69 governi appena 2 sono caduti in Parlamento, mentre gli altri sono andati a casa con le dimissioni del presidente del Consiglio. E quando il Governo si dimette non si dimette il Parlamento; 4) un nuovo, inevitabile bilanciamento dei poteri del premier eletto dal popolo con quelli del Capo dello Stato. Si tratta del minimo sindacale. Sempre che si punti ad un cambiamento dell’assetto istituzionale esistente, e non ad una semplice manutenzione di facciata dello status quo. La speranza è che da sinistra non arrivi la chiamata generale contro il tentativo della destra di «prendere i pieni poteri», come sono pronti a urlare dal Nazareno, dove da tempo manca una cultura istituzionale diversa dalla conservazione del peggio dell’esistente. Diversamente, chi governa continuerà ad avere un solo modo per evitare d’impantanarsi: sfornare decreti. Dunque meglio la riforma.