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Sinistra senza bussola, ma il centrodestra dov’è?

Opinionista: 

Atene piange di sicuro. Ma Sparta non ride per nulla. D’accordo, a sinistra se la passano davvero male. Il Pd appare confuso e prigioniero di convulsioni interne difficili da decifrare: ha cambiato il leader senza modificare di una virgola la linea politica. M5S, invece, è preda di un cupio dissolvi a base di carte bollate e duelli rusticani sui denari che i parlamentari non vogliono versare in un nuovo partito, quello di Giuseppe Conte, i cui contenuti restano indefiniti. Ma nel (fu?) centrodestra le cose non vanno molto meglio. Se non fosse per i sondaggi che continuano a premiare Lega e Fdi, anche perché nel campo avverso la situazione è il caos appena descritto, si faticherebbe a rintracciare notizie degne di nota. Le riaperture, certo. Il ritorno alla vita, ci mancherebbe. La vaccinazione di massa da accelerare, sicuro. Ma poi? Possibile che il centrodestra sappia parlare solo di questo? Che da mesi la sua offerta politica condivisa sia diventata così povera, da limitarsi al semplice fiancheggiamento delle categorie produttive che chiedono di poter ripartire al più presto? Tutto giusto, ma non è anche un po’ poco? Se è vero che Lega, Fdi e Fi avranno i numeri per governare appena si tornerà al voto, non sarebbe il caso d’iniziare a spiegare come vogliono farlo? Si è detto e scritto - giustamente - che il governo Draghi avrebbe offerto l’occasione ai partiti di riprendere fiato, guardarsi allo specchio e provare a riempire quel vuoto d’idee e visione che caratterizza la politica italiana da troppo tempo. Finora, però, nulla di tutto ciò è accaduto. Per la verità Letta qualcosa ha tentato: ha rilanciato vecchie battaglie della sinistra come lo Ius Soli e il diritto di voto ai sedicenni. Sono cose sulle quali si può essere d’accordo o meno, ma almeno rappresentano un tentativo di definire i confini del campo. Quali sono, invece - a parte la facile critica all’Europa - le proposte identitarie e condivise avanzate dai partiti del centrodestra negli ultimi mesi? Nessuna. Come si risponde alla domanda di governo che si materializza nei sondaggi? Ad esempio: che ne pensano Lega, Fdi e Fi del ritorno prepotente dell’intervento dello Stato nell’economia? È un fenomeno da agevolare o no? Il Covid dev’essere una scusa per tornare allo Stato imprenditore (per esempio nazionalizzando), o bisogna andare piuttosto verso un modello di Stato investitore, che favorisca nel periodo dell’emergenza lo sviluppo di soggetti privati in un mercato che resta libero? E in tempo di pandemia e globalizzazione, dove sta per il centrodestra il giusto punto di equilibrio tra espansione capitalistica, tutela della coesione sociale e solidarietà? Che fine ha fatto la storica battaglia della destra sulla partecipazione dei lavoratori alle imprese? Non sarebbe un modo per rafforzare la collaborazione tra i fattori della produzione, proprio mentre la coesione - a tutti i livelli - è un fattore decisivo per resistere alla crisi? E ancora: alla luce del totale fallimento del regionalismo all’italiana, foriero di conflitti e divisioni, il centrodestra intende definire o no un nuovo assetto istituzionale unitario all’insegna di federalismo (vero) e presidenzialismo? E sulla questione meridionale cosa intende fare? Si potrebbe andare avanti a lungo, ma il problema resterebbe intatto: da tempo il centrodestra ha smesso d’interrogarsi sulle questioni che definiscono l’identità di un’offerta politica unitaria. Occorre cambiare passo. Servono un programma di governo convincente e condiviso, una chiara visione del ruolo dell’Italia in Europa, il coraggio d’intervenire sulle storture della giustizia e la volontà - da dimostrare con i fatti - di voler tagliare le unghie a una burocrazia che soffoca il libero mercato. Il tutto accompagnato da un indispensabile ricambio della classe dirigente. Soprattutto al Sud. Sarebbe il minimo sindacale. La Storia si è rimessa in cammino. E se il centrodestra vuole incrociarla deve darsi una mossa.