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Sott’accusa la politica non la “società civile”

Opinionista: 

Ogni qualvolta si cerca di approfondire e di definire la vera identità dell’odierna società napoletana, nel constatare una oggettiva difficoltà soltanto a parlarne, ci viene in mente la classificazione che ne diede, nel ’600, Giulio Cesare Capaccio nel suo libro “Forastiero”. Questi, riferisce Benedetto Croce in “Paradiso abitato dai diavoli”, la divise in tre classi con un’appendice speciale sulla plebe. La prima era dei gentiluomini, ossia della nobiltà, patrizia o feudale; la seconda, delle persone civili, magistrati o tribunalisti; la terza dei mercatanti, del popolo grasso, ossia di quel popolo che, nelle mercature e nei commerci esercitandosi, ritiene un grado venerabile tra’ cittadini, e massime quando, giunti alla possessione degli averi, si fanno spettabili e magnifici nel cumulo di denaro, di fabbri che, di splendori, dilungando dalla bassezza”. Quanto poi alla plebe, scomposta in tre soggetti, il Capaccio aggiunse: “Alcuni co’ loro arti  vivono più civilmente , alcuni vanno declinando assai dalla civiltà, et alcuni con gli infimi esercizij si riducono a tale bassezza , che non ponno ergersi a nessuna maniera di vero stato popolare”. Tornando alla premessa, “tutto ciò ci viene in mente” per sottolineare che, mentre allora la società, nelle sue varie articolazioni, aveva  precise e distinte identità, su cui riflettere, intervenire, incidere:  oggi, dopo quattro secoli, paradossalmente,  ci troviamo a un complessivo, torbido miscuglio sociale. Anzi, in base a talune indagini, rapporti e dossier, si potrebbe affermare addirittura  che la società odierna a Napoli  è tutte quelle cose messe insieme dal Capaccio, ma confluite in una  “mescolanza” di negatività,  di mimetizzazioni,  contaminazioni, in  un invaso  di “trasversalismi”. Che costituisce il limite, il male oscuro della nostra città, il freno di ogni sviluppo, la zona grigia, causa di uno spregiudicato individualismo, da far dire, con rammarico, ad Aldo Masullo, che, a “Napoli non esiste una borghesia di chiaro riferimento e di indirizzo  ma esistono soltanto dei piccoli borghesi che, di volta in volta, si alleano con chi gli fa più comodo”.  E si sa, lo diceva Quinet, che “il popolo senza la borghesia  è la forza senza la luce” . A farci credere purtroppo all’ esistenza di “questo sinistro invaso”, nell’ultimo decennio, sono state e sono le denunce, gli allarmi, i moniti di  prefetti, questori, procuratori della Repubblica,  tutta gente  in prima linea per la difesa della legalità,  che hanno parlato di collusioni  permanenti, sporche complicità, coinvolgenti larghi strati  sociali, figure insospettabili, da far radicare ben altri e più gravi convincimenti rispetto ai labili  pregiudizi ottocenteschi. Di fronte  a un quadro oggettivo così inquietante, altro che società civile sott’accusa! La responsabilità maggiore chiama  in causa la politica, garante e referente di questo diffuso individualismo, portato a scegliersi un capo, un “leaderismo” pigliatutto”  di stampo clientelare rispetto alla progettualità, a una visione più corretta e moderna di città. Ciò pur essendo ben  noto, da trent’anni in qua, viene però nascosto facendo vedere un’altra realtà, balenare  improponibili rivalse. Non corriamo dietro i fantasmi ricorrenti delle “società civili”, scorciatoie consolatorie estemporanee per fornire  ingiusti alibi. La politica abbia il coraggio di rifondarsi, ponendo al centro, a viso aperto, la indispensabilità del suo primato. È questa l’unica strada per far rinascere Napoli. Diversamente si fa soltanto il gioco di vecchi arnesi, già tanti,  che, in questa babele  cominciano ad impancarsi,  come garanzie del nuovo. Loro che non lo hanno mai favorito ma affossato.   Che pena!