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Sud, serve un piano di emergenza

Opinionista: 

Ogni anno in piena estate arrivano le analisi e le valutazioni della Svimez e, come ormai avviene ogni volta, le conclusioni sono sempre più preoccupanti. Si ripete uno stanco rituale che dà vita a un dibattito che dura al massimo 48 ore e tutto torna nel dimenticatoio e non certo per colpa dei ricercatori ed analisti della Svimez. Ma quest’anno, secondo i dati elaborati, la situazione sembra essere a un punto di non ritorno, tale da compromettere per decenni non solo quel che resta dell’economia delle regioni meridionali, ma la vita e il futuro di intere generazioni. Quando i risultati impietosi ci dicono che tra il 2002 e il 2017 più di due milioni di cittadini meridionali hanno lasciato la loro terra per trovare lavoro e futuro sia nelle ricche regioni del Nord sia nei paesi europei, significa che siamo in piena emergenza. E anche quando volessimo calcolare il flusso di ritorno di tanti emigrati rispediti ai loro paesi d’origine, comunque resterebbe un numero pari ad oltre 850.000 unità, tanti quanti sono gli abitanti di Napoli. Vi sono tanti piccoli comuni dell’alta Irpinia, del Cilento interno, delle zone montuose di Calabria e Sicilia, che ogni anno perdono decine di abitanti, sia perché in tanti vanno via in cerca di lavoro, ma anche e soprattutto perché nessuno nasce più. Insomma ritorna una vecchia immagine adoperata metaforicamente da Manlio Rossi-Doria, da un lato la “polpa” di paesi disposti lungo la costa (con un benessere sempre più drogato dall’economia turistica del mordi e fuggi), dall’altro l’”osso” dei piccoli paesi dell’interno quasi desertificati dall’emigrazione e dal calo demografico. Neanche l’arrivo dei migranti iscritti regolarmente nei vari comuni del Mezzogiorno nel corso del 2017 si è tradotto in un saldo positivo: 73.000 a fronte di 132.000 persone cancellate dai registri anagrafici, dei quali il 50% ha meno di 30 anni e di questi 1 su 3 è laureato. Le cifre sono allucinanti: due milioni di persone sono fuggite dal Sud negli ultimi 15 anni, cioè 11.000 al mese, 370 al giorno. Non si tratta però di una emigrazione vecchia maniera di gente disperata e spesso analfabeta, ma giovani qualificati che tentano di far valere altrove ciò che le regioni meridionali non riescono a garantire. Ma il documento Svimez affonda il coltello in modo particolare nella piaga del divario economico tra Sud e Nord del paese. Il Pil della Campania, ad esempio, è fermo a zero, dunque a un passo dalla recessione, dal momento che la previsione prevede, per l’anno prossimo, un ulteriore calo dello 0,3 per cento. Dunque l’allarme del presidente della Svimez, Adriano Giannola, non è certo esagerato, quando parla esplicitamente di ultima spiaggia non solo per il Sud ma per l’intero paese e all’orizzonte si profila ciò che potrebbe essere il definitivo de profundis per il Mezzogiorno: il progetto di autonomia differenziata che rafforzerebbe un “indebito privilegio nella distribuzione delle risorse che si manifesta in diritti di cittadinanza estremamente divaricati fra Nord e Sud”. Ciò significa meno soldi al Sud in comparti chiave come la sanità, la scuola, i servizi sociali, la ricerca scientifica. Responsabilità enormi ricadono su tutta la classe dirigente del paese degli ultimi due decenni senza esclusioni, dai governi di centro- destra a quelli di centro-sinistra, malgrado che la Svimez già all’inizio del 2000 avesse lanciato i primi preoccupanti allarmi. Non c’è più tempo e se non si mette mano a un piano straordinario di interventi per il Sud (altro che palliativi come il reddito di cittadinanza), come hanno proposto i sindacati, sarà la catastrofe definitiva.