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Turismo e zone interne sagre senza… contorn

Opinionista: 

Ogni qualvolta cambia un assessore regionale al Turismo - quando c’è e se è ancora previsto - la prima cosa che viene subito messa in chiaro, anzi rassicurata, è che il nuovo responsabile sarà più attento al territorio, alle sue istanze. Come? Annunciando di puntare sulle risorse dei luoghi, le potenzialità più nascoste, lavorando a far crescere un rapporto sinergico con la cultura perché vi sia un’offerta, adeguata alle molteplici esigenze dei tempi, a una reale complessiva promozione. È un impegno sottolineato dovunque in sterminati documenti di carta e in rete, da dare l’idea che realmente si voglia cambiare spartito. Ma poi? Poi passata la festa della “intronizzazione”, gabbato lo santo, in questo caso il territorio: torna la vecchia musica. Il territorio fa solo da fondale, da palco- neanche da “location” il che sarebbe già molto più produttivo - a una programmazione di eventi estivi, calati dall’alto, dalla “stanza dei Soloni”. Una ribollita annuale senza alcun rispetto o attenzione per la vera creatività dei luoghi tranne che per certi itinerari, diciamo, feudali, ripetitivi, per non dire altro. Basta guardare i “piani di cottura”, per verificare che tutti i salmi nelle zone interne, da Caserta a Benevento e nel Cilento finiscono in gloria, tra sagre, sagrette, tavolate con sopressate e calici sotto le stelle: uno sforzo di fantasia culinaria sulla scia della rancida quotidianità delle becere cucine televisive. Per carità - da cittadino di questa regione, appassionato frequentatore di “mense” povere estive, nessuno si augura di abolire o veder ridotta la mappa di queste feste, tuttavia bisogna anche dire che non se ne può più di vederle mutile del piacere e dell’offerta di godibili spettacoli collaterali. Per dirla con Ennio Flaiano, che amava la buona cucina ed era di fine palato culturale, non si possono più vivere le “nostre estati ruspanti senza contorni”, senza kermesse ricche di apporti artistici, di musica, arte , spettacolo. Non se la prendano a male i nostri programmatori regionali, se ricordiamo loro di andare oltre i consueti orizzonti. E di guardare anche a modelli più completi e attrattivi non lontani da noi, come, ad esempio, l’Estate marchigiana, un pugno di Regione, che, grazie a un esclusivo ricorso alle risorse del territorio, mette su un lusinghiero calendario estivo. Roba da far arrossire luoghi più saccenti imprigionati da vecchie formulette. Qui non pretendiamo mica le irraggiungibili idee dell’Iperuranio platonico per arricchire lo svolgimento di queste preziose tradizioni, si tratta soltanto di avere il buonsenso di saper programmare e corredare quel che c’è con una decente e intelligente ordinarietà. Una volta quando le Regioni muovevano i primi passi, c’era d’estate e fino all’autunno, un rigoglioso circuito di spettacoli, che accontentava tutti i territori sollecitando sane competizioni. Accanto a repertori classici c’erano iniziative locali vincenti. Allora si faceva cultura, non ci si limitava soltanto a rappresentarla. “Il fenomeno Giffoni” lo dimostra. È sperabile ripeterlo?