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Un monito condiviso che viene da lontano

Opinionista: 

Nel febbraio del 1967, nella lettera “pastorale” per la Pasqua, diffusa all’inizio della Quaresima, l’allora cardinale di Napoli Corrado Ursi racchiuse il più accorato monito della Chiesa sul dovere della “bonifica della miseria”, da essere considerato quasi uno snodo decisivo della militanza tra un prima e un dopo. Nel ricordare, tra le tante cause a monte dei troppi mali di una città, come tutte le altre metropoli, assediata da baraccati e emarginazione, egli scrisse: «È la miseria il clima favorevole e l’incentivo per la delinquenza, oltre che di sottrazione di potenti energie al progresso culturale, economico e sociale». Questo documento fu molto importante, perché non indirizzò quel messaggio alla discrezionalità, sensibilità di destinatari indistinti, lo rivolse, per primo alla sua Chiesa, invitando la comunità a mobilitarsi di più, a farsi partecipe di un dovere civico, civile e di autentica testimonianza cristiana. Invito riassunto nelle parole di San Basilio, che diceva: «Io conosco molti che digiunano, pregano, gemono ed ostentano tutta la pietà, che non conta, ma che poi non danno a chi soffre nella miseria. Ora a costoro a che servono queste virtù? Il regno dei Cieli non sa che farsene ». Appunto, non sa che farsene. Parole che non lasciarono spazio a indifferenza, ad alibi nel poter dire di aver già fatto tanto. Pur nella consapevolezza di aver operato bene, si accrebbe allora l’impegno della testimonianza. Che ebbe un seguito di notevole spessore partecipativo e di evangelica coraggiosa ispirazione nel Documento dei Vescovi campani del 1982, dal titolo, che racchiudeva la forza di una sfida, “Per amore del mio popolo non tacerò”. Il documento censì, nei suoi accorati inviti, precisi destinatari, chiamati a favorire un riscatto, la rinascita. Ne riassumiamo i contenuti. Agli uomini della camorra ricordò: sappiate scrivere i vostri nomi nel libro della vita e non in quello della morte; alle famiglie: amatevi e siate scuola di amore, di accoglienza, di perdono, di dialogo e di rispetto; agli educatori: insegnate che vivere insieme è e deve essere palestra di reciproco rispetto, promozione e affetto; ai giovani: sappiate amare i grandi ideali che costituiscono la vera storia dell’uomo, di ogni uomo, della sua grandezza e felicità; alle autorità e alle forze politiche: siate fedeli al ruolo che avete e vi è conferito, con coraggio, onestà e lealtà. Su questa illuminata scia si mosse e si segnalò un nuovo fervore ecclesiale, con l’opera eroica di «quei sacerdoti e di tanti giovani universitari che silenziosamente e spontaneamente si calarono con propri mezzi e molti rischi anche della vita, in opere di assistenza eroica». La Chiesa, dalla enunciazione “consolatoria” della speranza, passava alla organizzazione della speranza sul territorio, anche per quella che fu definita la enciclica napoletana di Giovanni Paolo II, scritta su misura per le dolenti note di una città tormentata. Cui si promise: «Percorrerò le vostre strade, entrerò nei luoghi del vostro lavoro e della vostra sofferenza, celebrerò con voi il mistero eucaristico, che è mistero di passione ma anche di resurrezione ». È quanto poi fatto e continuerà a fare, senza risparmio alcuno, nel suo intenso apostolato, il Cardinale di Napoli Sepe, con le iniziative più concrete, a volte anche se clamorose, da suscitare stupore, e però sempre compiute per il bene, solo per il bene della nostra città. Da poter legittimamente, come ha fatto ieri nella omelia della festa di San Gennaro, inchiodare, con la forza della verità, a precise responsabilità, le istituzioni ad ogni livello, centrali e locali, nel non essere state capaci di corrispondere alle attese di un popolo, criticabile quanto si vuole e però degno di aiuto e comunque generoso.