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Un pareggio con molti perdenti e pochi vincenti

Opinionista: 

Cari amici lettori, di cosa potremmo discorrere oggi, se non del voto di domenica e lunedì? Voi sapete che io, nelle scorse settimane, non ho fatto cenno alle elezioni regionali; so, infatti, per lunga esperienza, che quasi mai le previsioni della vigilia sono confermate dalle urne. Certo, alcuni esiti erano scontati: nessuno avrebbe accettato scommesse contro Zaia e De Luca, che, infatti, hanno vinto alla grande. Ora può dispiacere ma non certo meravigliare che De Luca sia stato confermato presidente della nostra regione, poiché a suo favore hanno giocato due importanti fattori. Il primo è la gestione del coronavirus: il discorso del lanciafiamme è piaciuto agli elettori assai più di quanto sia dispiaciuto al governo centrale, al quale peraltro De Luca non è mai rimasto alleato. L’indipendenza è una qualità apprezzabile del nostro presidente regionale: il piddì lo ama tanto poco che nessuno lo immagina al posto di Zingaretti come tanti immaginano Zaia al posto di Salvini. Il secondo è la mancanza di avversari dotati di carisma (ma forse dovrei dire la mancanza di avversari sic et simpliciter): il buon Lettieri è stato ripescato quasi all’ultimo momento, contro il parere di una parte della coalizione che avrebbe dovuto sostenerlo. In Campania il centro destra non ha uomini del livello di Zaia o di Toti ma, soprattutto, non ha una classe dirigente capace e dinamica: questo aiuta a spiegare perché molti capetti che in passato erano con Caldoro siano passati fra le truppe di De Luca. Oltre De Luca, hanno vinto secondo le previsioni Zaia in Veneto e Toti in Liguria: il successo di Zaia è stato ancor più schiacciante di quello deluchiano e anche quello di Toti è stato molto netto. Il popolo, anche se spesso si comporta in maniera bovina, è capace di riconoscere i buoni amministratori. L’unica regione che ha cambiato è quella delle Marche, passata al centrodestra dopo tre lustri di amministrazioni rosse. Lì il piddì si è liberato di un governatore non allineato e ha perso malamente. La Toscana resta rossa, com’era in tutte le previsioni ragionevoli: ma la sinistra per la prima volta scende sotto il 50% dei voti. Una vittoria per le poltrone, una batosta per i consensi. Last but not least, la Puglia, che a destra si sperava cambiasse colore. Molte somiglianze ci sono fra Puglia e Campania: anche Emiliano non è un presidente gradito al suo partito, anche Fitto è un candidato che aveva già perduto e non suscitava entusiasmo. Certo, Emiliano non ha trionfato come De Luca, né Fitto è caduto in basso come Caldoro, ma il risultato è stato lo stesso. Tre a tre, dunque: ma c’è chi vince e chi perde. I cinque stelle, Renzi e Berlusconi perdono e su questo c’è poco da discutere. I grillini cercano di consolarsi con la vittoria del Sì, ma con i seggi ridotti e i consensi sempre più miseri rischiano addirittura di restar fuori dal futuro parlamento. Renzi si avvia a far la fine di Fini e di Monti: sembra ormai un personaggio shakespeariano, da molto rumore per nulla. Forza Italia è invecchiata, con un Berlusconi senza eredi politici. Anche la Lega non ha di che cantar vittoria: le sue percentuali sono calate dopo il boom delle elezioni europee e il tentativo salviniano di scendere al Sud non è riuscito; né può consolarsi con il fatto di essere partita da zero. Il piddì ha tirato un sospiro di sollievo per aver perso una sola regione. Ha perso, però, molti voti anche dove ha vinto. L’unica vincitrice di questa tornata è Giorgia Meloni, poiché i voti a Fratelli d’Italia sono cresciuti dappertutto, e non poco. Infine, il referendum. Il sì è stato un voto di pancia, un voto istintivo contro i parlamentari che, via, davvero non meritano più molta stima. Ora tutta la legislazione (non solo la legge elettorale) va modificata e il dramma è che dovrà farlo una maggioranza parlamentare minoritaria nel paese e certamente poco sensibile all’interesse generale. Aggiungiamo l’ignoranza dilagante ai vertici del paese (che al ministero degli esteri si confonda il Libano con la Libia non è confortante) e ditemi se non c’è da temere il peggio.