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Una centralità enfatizzata ma da costruire

Opinionista: 

Dal luglio del 1994, quando Napoli ospitò il G7, il vertice internazionale delle “7 Nazioni” più industrializzate al mondo e riprese, in quei giorni (in verità troppo pochi), il prestigioso ruolo di antica capitale, mai come oggi, per una fortunata successione di eventi - la recente venuta del Papa che da qui ha parlato “Urbi et Orbi” delle odierne sfide globali e ora lo svolgimento delle Universiadi 19 - la città torna nuovamente al centro dell’attenzione mondiale. Verrebbe voglia di dire: torna la centralità di Napoli. Una parola troppo usurata, fraintesa enfatizzata, su cui occorre riflettere. Non limitarsi quindi a declinarla sempre nel segno del gratificante riconoscimento per quanto di buono fatto nel sapere accogliere un evento, sicuramente di comprensibile soddisfazione collettiva. È tempo, invece, di cercare di trasformarla in una tenace concreta prospettiva di promozione, modernizzatrice e sociale in chiave metropolitana e policentrica, fino ad oggi mancata. Oltre ai bei, trionfali, compiaciuti discorsi pronunciati ieri sera da esponenti istituzionali ad ogni livello - dal Capo dello Stato al Governatore e al sindaco di Napoli - tutto ciò che si è detto, riguardo un auspicio di futuro migliore, deve significare da subito “volontà di concretezza”. Non è marginale, in questa circostanza, evocare le lezioni preziose del passato per trarre utili insegnamenti, riandando ancora ai giorni del G7, in cui il “fior fiore” di economisti nel contesto di quell’evento, preceduto da molti autorevoli confronti e opinioni, furono prodighi di consigli e di suggerimenti sul futuro di Napoli e del Sud, della loro centralità. Tra questi, ci piace ricordare quanto disse lo studioso svedese Richard Normann, il quale, andando alle radici di un mancato sviluppo e di progettualità monche, condizionò ogni discorso a una indispensabile premessa progettuale. Il suo ragionamento non si perse in astrusi concetti, ma inchiodò le istituzioni a un preciso dovere e cioè “che non vi potesse essere progetto giusto e compatibile, non si potesse parlare di centralità di Napoli, se non si fosse prima individuata l’identità strategica, nel chiarire ed esplicitare la “vocazione della città”, allo scopo di evitare la dispersione degli sforzi verso fini non coordinati fra loro. Una visione armonica, che avrebbe dovuto far convergere articolate finalizzazioni: rilancio della mostra d’Oltremare, la creazione di un Porto franco per compensare gli svantaggi della zona, dovuti alla distanza dei mercati finali, la costruzione di un mega porto turistico di grandi dimensioni e fare infine di Bagnoli uno dei centri turistici più belli e attrattivi al mondo. Altrettanto originale, sulla scia di una trascinante e dinamica urgenza strategica, fu il limite individuato da Giuseppe De Rita, allora presidente del Cnel, nel “penalizzante isolamento oggettivo” di Napoli a fronte i localismi emergenti di piccole cittadine, resesi autonome dall’antica capitale, una volta emporio del Sud. Che, addirittura nei lontani anni ‘70 fece già dire al Ministro Sullo: “Ma una città come Napoli, che non si fa capoluogo di se stessa: come può presumere di considerarsi capoluogo della Campania?”. “Era una grande capitale di stampo e di livello europeo ancora nel primo Ottocento - disse De Rita con rammarico - ma oggi non ha più pulsioni di funzioni verso l’esterno, che rendono capitali, ancorché piccole. Napoli ha perso la sua tradizionale autoreferenza “Alta” di capitale di uno Stato, ma ha conservato una sua autoreferenza “bassa” quasi da piccolo sistema, chiuso in se stesso: nei suoi “cliches abitudinari”, nei suoi comportamenti semidevianti e stereotipati, nei suoi guai urbanistici e umani, nello stesso degrado dei vicoli e delle informi periferie”. In conclusione, guardando la situazione odierna di Napoli rispetto ai disegni auspicati nei giorni del G7 di 26 anni fa, non sfugge che, in larghissima parte sono rimasti tutti lettera morta. A questo punto c’è solo da sperare che la città ritrovi istituzioni operative, lungimiranti e di respiro europeo, per uscire dall’isolamento, darsi una visione strategica di un policentrismo verso il Sud e lo stesso Centro. La centralità di Napoli non può essere più una enunciazione suggestiva, quanto si vuole, mai però fallace.