Dante, per intercessione di San Pietro, ha ottenuto dal Signore il permesso di un’escursione all’Inferno e al Purgatorio, con la sicura guida di Virgilio, ma col divieto dell’’uso del cellulare

***

«Virgilio, maestro, ma dove ti sei cacciato?» va gridando ripetutamente Dante tra la calca di dannati in attesa d’essere traghettati oltre l’Acheronte. La zona è immersa in una fittissima nebbia nera maleodorante, che il suo sguardo fa assai fatica ad attraversare. Ma gli è indispensabile trovare Virgilio perché due sono le condizioni alle quali gli è stato permesso scendere all’Inferno: prima, di farsi accompagnare da lui, seconda, di non portare il cellulare, per il quale del resto nutre un odio implacabile. Tra l’altro è eccitatissimo per la curiosità di verificare se davvero l’Inferno e il Purgatorio siano come se li è immaginati nella Divina Commedia Come farà, si chiede, a scorgere e a farsi scorgere da Virgilio immersa com’è la riva dell’Acheronte in quella densissima caligine che toglie il respiro e impedisce la vista? E poi come farsi sentire con tutto quel baccano di dannati che strepitano e quel fragore insopportabile proveniente dalla riva che lacera le orecchie? È un rumore assordante, cupo e tetro come il ruggito rauco di un famelico mostro infernale, che gli incute terrore. Poi, improvvisamente, una voce: «Dante, Dante, sono qui, di fronte a te!». «Maestro, finalmente! – esclama Dante – Ora ti vedo. Ma cos’è questo frastuono insopportabile all’udito e al cuore, maestro? È forse un tremendo mostro infernale del quale non ebbi canoscenza? Cos’è, di grazia, quel ch’io odo?». «Ti spiego – risponde Virgilio - I dannati sono così tanti che Caronte ha smesso di traghettarli a remi. Adesso si è organizzato con aliscafi e catamarani capienti e velocissimi. Vieni che ti mostro». Virgilio conduce Dante sulla riva del fiume dove sono ancorate decine di traghetti dai comignoli fumanti, i cui motori sempre accesi rombano senza sosta. Su ognuno è indicata la destinazione e l’ora di partenza. «Vedi, Dante, queste imbarcazioni – continua a spiegare Virgilio - portano direttamente i dannati ai luoghi di detenzione e punizione quasi volando sull’Acheronte, sullo Stige e sul Cocito. Quando uno salpa a pieno carico di dannati l’altro approda vuoto. Il traffico quaggiù si fa sempre più intenso. Il temibile ruggito che udivi è prodotto dal fragore dei motori che hanno sostituito le braccia demoniache. La fuliggine che ha reso difficile vederci altro non è che la combustione dei motori. Gli umani d’oggi chiamano questo fumo ossido di carbonio e lo ritengono creatura del demonio». «Una novità! – esclama Dante – È forse a causa di un’altra novità , maestro, che non ho trovato la selva oscura?». «Non c’è più – risponde il Mantovano – perché l’hanno tutta disboscata per fare la diga sul Flegetonte e produrre una cosa che si chiama elettricità!». «Maestro – chiede di nuovo Dante – ma cos’è adesso quel ch’io odo?». «Odi – risponde Virgilio un po’ infastidito - null’altro che il trillare del mio cellulare. Un attimo che vedo chi mi cerca». Poi prende dal marsupio che lo cinge in vita il telefonino: «Pronto! Ah, sei tu, Sibilla?». Poi rivolto a Dante sussurra: «Quella imbrogliona della Sibilla Cumana, una seccatrice. Solo un attimo che me ne libero e poi andiamo». «Anche tu, maestro! – mormora amaramente Dante - Anche tu con codesto cellulare!». Per qualche secondo Dante ripensa a testa bassa alla disposizione “lasciate il cellulare, voi che entrate”, che gli ricorda alla lontana qualcosa che ha scritto tanti secoli fa. Sta qualche secondo a meditare poi esplode in versi: «Ahi cellulare, vituperio delle genti / che sempre col tuo trillo gridi e soni / e che gli umani a ti lasciar son troppo lenti / non smetti mai di romper li coglioni!».

(continua)