Ciro Verdoliva (nella foto), un manager come pochi, qualcuno direbbe “di razza”. È il direttore generale dell’ospedale Cardarelli e tra i motivi per il quale ha accettato l’incarico è perché è un “cardarelliano” ed è uno che “ama” la pubblica amministrazione. «Sono e resto - spiega - un ingegnere che non ha mai perso la sua curiosità, la voglia di capire e di far funzionar le cose. Anche ora che faccio il direttore generale del maggiore nosocomio di Napoli e dell’intero Meridione uso lo stesso modus operandi, capire i procedimenti con logica, non solo con l’ingessatura del linguaggio amministrativo».

Lei di gavetta ne ha fatta tanta.

«Dopo essermi laureato nel 1992 alla Federico II, ho fatto un percorso di formazione professionale e di esperienza “in campo” che mi ha portato ad avere l’onore di ricoprire questa carica. È stata ed è tutt’ora una strada in salita».

Ce ne parli.

«Tre giorni dopo il terremoto dell’80 mio padre mi mandò a Torino da una famiglia disposta ad ospitarmi per farmi continuare gli studi. L’Istituto Tecnico Luigi Sturzo di Castellammare di Stabia che frequentavo per diventare geometra era stato dichiarato temporaneamente inagibile. Mi trovai catapultato in un contesto sociale completamente diverso dal mio. Iniziai un nuovo percorso di vita, che fu molto duro. Ritornai a Castellammare di Stabia, mia città natale, solo alla fine dell’anno scolastico. Torino, però, mi era rimasta nel cuore. Mi ero diplomato con il massimo dei voti, quindi fui ammesso al prestigioso Collegio Universitario Einaudi e mi iscrissi al Politecnico di Torino. Rientrato a Napoli scelsi la Federico II. Il terremoto aveva cambiato per sempre la mia vita, così al terzo anno presi l’indirizzo edile con un percorso mirato alle strutture antisismiche. L’esperienza del collegio, anche se è durata solo un anno, è stata molto formativa».

Il suo primo lavoro da neo ingegnere?

«Sono entrato nella commissione edilizia della mia citta, Gragnano, e assunto in un’impresa che lavorava nella base US Navy di Capodichino. Lavorare con il metodo degli americani è stato un altro momento di formazione professionale molto significativo. Per loro nulla è lasciato al caso. C’è sempre programmazione, ispezione, rispetto rigorose delle norme, briefing quotidiani. Dopo qualche anno decisi di aprire uno studio tutto mio e svolsi per un periodo la libera professione».

Quando c’è stata la svolta?

«Nel 1997 in occasione della frana di Pozzano. Mi offrii volontario al sindaco di Vico Equense. Il mio impegno fu molto apprezzato e l’amministrazione mi propose un contratto da esterno per sei mesi che, prorogati a ogni scadenza, diventarono quattro anni. Mi occupavo dell’ambiente, della pianificazione e programmazione dei lavori pubblici, degli abusi edilizi e avevo la responsabilità della protezione civile comunale. Mi appassionai molto a quest’ultima materia, per cui negli anni 1999/2000 frequentai con successo un corso di formazione di “disaster manager” durato 18 mesi e tenuto dal Formez per la Presidenza del Consiglio dei Ministri».

Come è arrivato alla Sanità?

«Il direttore generale della Asl Napoli 3 di Frattamaggiore, Paris La Rocca, mi aveva conosciuto perché era membro del nucleo di valutazione dei funzionari del comune di Vico Equense nel periodo in cui lavoravo lì. Nel 2001 mi volle con lui e mi affidò la direzione della struttura dell’Ufficio Tecnico. Dopo un periodo di lavoro con contratto a termine, vinsi un concorso pubblico e fui assunto a tempo indeterminato ».

Che cosa significa essere ingegnere di una struttura sanitaria?

«Ero spaventato ma - come sempre - determinato a capire, prima di fare. L’ho capito iscrivendomi all’Università Cattolica ad un master post universitario di specializzazione in edilizia, impiantistica e igiene sanitaria».

Quindi?

«Sapere gestire il patrimonio immobiliare, che non è costituito solo dall’edificio, ma da impianti di particolare complessità di cui sono forniti soprattutto gli ospedali. Faccio riferimento agli specifici impianti elettrici, idrici, di gas medicali come l’ossigeno, alle apparecchiature elettromedicali, come la tac, la risonanza magnetica, l’ecografo. Praticamente tutto quello che significa diagnostica. Ricordo un aneddoto emblematico della mia ignoranza in materia. Un giorno un docente del master, nel corso della lezione, citò la lampada scialitica. Quando gli chiesi che cosa fosse mi guardò come se avesse di fronte un extraterrestre e mi spiegò che è quella che sta in sala operatoria e permette di illuminare il campo operatorio. Ero veramente agli inizi ma l’impegno mi premiò, dopo due mesi tenni una lezione nello stesso master».

Quando è arrivato al Cardarelli?

«Nel 2005. Fui chiamato per sostituire il responsabile dell’Ufficio Tecnico morto prematuramente. Mantenni per tre mesi anche l’incarico alla Asl Napoli 3 perché il dottore La Rocca mi volle con sé fino alla scadenza del suo mandato».

Come è stato l’impatto con il nuovo Ufficio?

«Difficile. Ho trovato criticità sotto il profilo della trasparenza e della legittimità dei procedimenti tant’è vero che ho dovuto denunciare alla Procura della Repubblica diversi procedimenti illegittimi e truffe ai danni dell’ospedale per i quali ci sono stati anche processi penali. In queste circostanze ho avuto sempre al mio fianco il direttore generale, l’avvocato Enrico Iovino e poi l’avvocato Rocco Granata ».

Quale è stata la sua priorità, oltre all’ordinario?

«Cercare finanziamenti per avviare lavori di ristrutturazione nell’ospedale e garantire il ripristino della trasparenza e della legittimità dei procedimenti».

Contestualmente ha avuto anche un delicato incarico all’Ospedale del Mare…

«Nel maggio del 2009 il presidente della giunta regionale Antonio Bassolino mi ha conferito l’incarico di commissario ad acta per il completamento di questa importante struttura ospedaliera i cui lavori erano fermi. Anche in quest’occasione ho trovato delle situazioni molto delicate per le quali ho relazionato alla Corte dei Conti e alla Procura della Repubblica. Dopo avere chiuso i numerosi e complessi contenziosi pendenti, nel novembre del 2012 siamo ripartiti da capo. Oggi i lavori sono ultimati e nel corso di questo mese si apriranno altre unità operative del nosocomio fino all’apertura finale entro la primavera prossima».

Che cosa rappresenta per lei questa esperienza?

«Un’esperienza unica, un grande motivo di orgoglio perché è il riconoscimento della mia professionalità da parte di tre presidenti della Regione Campania. La mia attività, infatti, è iniziata con il presidente Bassolino, è continuata con la conferma dell’incarico da parte del presidente Caldoro ed è terminata con l’attuale presidente De Luca. Stiamo parlando di una struttura antisismica costituita da un edificio galleggiante poggiato su isolatori sismici che consentono di tenerla in esercizio anche con un terremoto in atto. Per la sua realizzazione sono occorsi 400 operai al giorno, 7/8 milioni di euro di produzione mensile, 40 milioni di apparecchiature elettrobiomedicali, lavori fatti con utilizzo di colori e materiali finalizzati a rendere umano l’ospedale».

È un fiume in piena perché nel 2012 il direttore Rocco Granata l’ha nominata anche Provveditore del Cardarelli. Che significa?

«Occuparmi dell’acquisizione di tutti i beni e servizi per il funzionamento del nosocomio ».

Cosa le mancava per ambire ad una direzione generale? «L’esperienza strettamente manageriale. Per questo mi sono iscritto al master di II livello di Management Sanitario tenuto dalla professoressa Triassi alla Federico II. Il lavoro del manager è molto complesso, non ci si può affidare alla sola passione ».

Quando è arrivata la nomina a direttore generale?

«Ero iscritto nella lista degli aspiranti a questo ruolo apicale, avendone titoli e requisiti dal 2009. Normalmente direttore generale del Cardarelli si diventa a fine carriera. Il presidente De Luca mi ha voluto concedere questo onore il 13 luglio scorso, lo ringrazio per la fiducia ma - soprattutto - per il sostegno concreto che sta dando al Cardarelli. Per me è la prima esperienza iniziata a soli 51 anni. Sono molto attaccato a questo ospedale. È parte della storia di Napoli e dell’intero Meridione. È monumentale sotto tutti gli aspetti, dagli uffici alle eccellenti professionalità. È veramente “’o spitale ’e Napule” ».

Quale è stato il suo approccio a questo delicato e importante incarico?

«Ho fatto due scelte significative nel momento in cui mi sono insediato. Ho individuato e nominato le due professionalità chiave con le quali si è perfezionata, insieme a me la “direzione strategica”: il direttore amministrativo, nella persona dell’avvocato Anna Iervolino; e il direttore sanitario, nella persona del dottore Franco Paradiso. Sono persone che già conoscevo e apprezzavo perché ho lavorato con loro per undici anni. Mi sono complementari e preziosi laddove non ho esperienza diretta».

Quale ritiene sia il suo obbligo principale nell’esercizio della sua funzione?

«Essere colui che rende proattiva e viva quest’azienda garantendo che i procedimenti vadano avanti senza mai dimenticare che siamo al servizio di chi soffre».

Qual è la molla che le dà voglia, energia e forza?

«La passione e la scelta che ho fatto di servire la pubblica amministrazione dove le professionalità si possono esprimere e ricevere anche soddisfazioni. Non è più l’area grigia dove si vive nell’anonimato. Ho trovato tante persone preparate e con voglia di fare. Personalmente ho dato tanto e ho ricevuto tantissimo. Quando mi sono insediato ho coniato lo slogan “Lavoriamo per garantire salute”».

Qual è il segreto del suo successo?

«Ho avuto tre fortune. Mio padre e mia madre hanno saputo trasmettermi dei valori nei quali credere. Non li ringrazierò mai abbastanza per gli insegnamenti morali, lo spirito di abnegazione e per il calore che mi hanno dato. Poi al mio fianco c’è una donna, mia moglie Giusy madre dei nostri tre figli, che dal 1988 mi sostiene. È lei che mi ha consentito di maturare. Infine, aver trovato sul mio percorso persone perbene. Che non mi hanno mai messo in difficoltà. Mi riferisco a quelle per le quali ho lavorato e lavoro, alla squadra di collaboratori che hanno sposato il mio modo di lavorare supportandomi e sopportandomi, soprattutto nei momenti in cui è necessario essere particolarmente duri e prendere decisioni che possono non piacere. Per me un buon direttore deve prendere dalle persone sempre il meglio. Per qualunque collaboratore possono esserci giornate poco felici. Un buon direttore non trae le conclusioni da un episodio, fa le sue valutazioni su tempi lunghi. Non si deve mai dimenticare che un buon manager, come un buon leader, deve molto della sua fortuna ai collaboratori dei quali si circonda. Solo con una squadra valida si raggiungono risultati prestigiosi, si può essere ambiziosi. E io un poco lo sono».

Dove vuole arrivare?

«Sono esattamente dove vorrei essere, sono al Cardarelli. Vorrei che un domani i miei figli, ricordando il loro papà, possano parlare di un uomo che ha lasciato un segno positivo nelle cose di cui si è occupato. Vorrei essere per loro un esempio, così come vorrei esserlo per i collaboratori giovani che incontro sulla mia strada. Vorrei riuscire a trasmettere loro il valore dell’umiltà, la passione e l’amore per la pubblica amministrazione. Senza questo, alla fine, uno che cosa si porta dietro?».