Professore ordinario di Diritto Costituzionale alla Federico II, Alberto Lucarelli (nella foto) è componente del consiglio direttivo dell’Associazione Italiana Costituzionalisti. Ha fondato nel 2002 la Rivista di diritto pubblico europeo. Insignito nel 2016 del prestigioso premio Menichella indetto dall’Abi. Dal 2007 al 2017 è stato visiting professor alla Sorbonne di Parigi e nei vari anni visiting professor nelle Università di Montreal, Toulouse, Grenoble, Nantes. Nel novembre 2019 l’Ordine degli Avvocati di Napoli gli ha affidato la presidenza della Commissione Beni pubblici, ambiente e territorio. «Sono napoletano, cresciuto a Posillipo, a cui mi lega soprattutto il rapporto con il mare. Lo ricordo come un luogo semplice e selvaggio, molto diverso da oggi. Ho frequentato il Liceo Umberto e mi sono laureato in Giurisprudenza alla Federico II. La mia fanciullezza è caratterizzata principalmente dallo studio, accompagnato sempre dallo sport, in particolare dal nuoto e dalla pallanuoto. Ho giocato, insieme a mio fratello Ottavio, anche in Serie D con una squadretta che si chiamava “Molosiglio” il cui presidente era il mitico campione giallorosso Fofò Buonocore. Successivamente ho indossato la calottina del “Play off” di Lucrino. Erano gli anni in cui questo sport a Napoli era sugli scudi sia a livello nazionale che europeo».

Perché, dopo la maturità classica, scelse la facoltà di giurisprudenza?

«Mio padre era un giurista allievo del noto civilista Luigi Cariota Ferrara, e mio nonno un affermato avvocato. Ero naturalmente indirizzato verso le materie giuridiche. A differenza di mio padre, gius-civilista, mi attraeva la dimensione politico-istituzionale del diritto costituzionale e nutrivo particolare interesse anche per il contesto storico del diritto e per le scienze politiche, tant’è che all’inizio pensavo di iscrivermi alla omonima facoltà».

Invece?

«I corsi di laurea prevedevano al loro interno i curricula che davano degli indirizzi specifici. Mi suggerirono di frequentare, all’interno di giurisprudenza, quello di diritto pubblico e relazioni internazionali. Mi dicevano: “la laurea in giurisprudenza ti lascia aperte più porte”. Fu un ottimo consiglio e mi laureai con il professore Antonio Tizzano, ordinario di diritto europeo, che qualche anno dopo fu nominato giudice della Corte di Giustizia dell’Unione Europea. La tesi che svolsi era sulle relazione tra l’Unione Europea ed i Paesi in via di sviluppo».

Qual è stata la sua prima esperienza concreta dopo la laurea?

«Frequentai uno studio legale napoletano molto importante specializzato in diritto amministrativo che si occupava di tutto il settore delle società pubbliche. Volevo calarmi subito nel mondo del lavoro. Andavo ogni giorno in tribunale e, terminato il periodo di pratica, sostenni e superai l’esame per procuratore legale».

Poi, però, privilegiò l’attività accademica alla libera professione. Perché?

«La passione per lo studio e la ricerca era troppo forte. Vinsi il concorso bandito dal Cnr per una borsa di studio di due anni presso il suo centro sui diritti fondamentali fondato dai professori Barile e Sandulli. Feci uno stage di sei mesi tra Bruxelles e Parigi, prima alla Comunità Europea e poi all’Unesco. Mi avvicinai molto alle questioni ambientali, che erano l’oggetto specifico della borsa di studio. In particolare studiavo l’impatto che le opere pubbliche potessero avere sull’ambiente».

Poi conobbe il professore Sergio Stammati, professore di Diritto Pubblico.

«Cominciai a collaborare con lui come assistente volontario. Era una persona molto seria e rigorosa. Mi disse: “deve studiare i fondamenti del diritto pubblico generale perché questo è il vero punto di partenza per chi vuole affrontare seriamente le questioni giuridiche”. Mi assegnò un lavoro sul potere regolamentare. Successivamente a 29 anni vinsi il concorso di ricercatore in Diritto Pubblico che rappresentava il primo step della carriera universitaria».

Mentre continuava il suo lavoro vinse un’altra borsa di studio del Cnr e andò in Germania.

«Ci sono stato quasi tutti gli anni dal 1992 al 2003 per soggiorni di studio. Frequentai il Max Planck Institute for Comparative Public Law and International Law di Heidelberg, forse il migliore istituto al mondo che si occupa di queste branche del diritto. Mi immersi nella ricerca imparando necessariamente il tedesco. Terminato questo lavoro uscì il mio primo libro con il titolo “Potere regolamentare”, pubblicato dalla Cedam».

Quale tesi sostiene nel suo volume?

«Cerco di dimostrare che nell’ambito di un sistema parlamentare come il nostro, il governo non deve limitarsi a essere un mero esecutore della volontà del legislatore, ma deve avere la sua dignità, la sua autonomia e la sua forza, proprio per limitare il continuo ricorso alla questione di fiducia, ai decreti legge, ai maxiemendamento».

Questo libro è stato prodromico di un secondo. Quale?

«Concordai con il mio maestro, il professore Stammati, ed anche con il professore Claudio Rossano che ha molto seguito la mia crescita scientifica, il tema sul presidenzialismo. Vincitore di un’altra borsa di studio del Cnr, andai negli Stati Uniti alla Law School della New York University e alla Law School Yale University. Ci sono stato circa 6 mesi per approfondire l’argomento. Intanto vivevo nella speranza che con il primo libro potessi vincere il concorso a professore associato. Nel 2000 uscì il libro con il titolo “Teorie sul presidenzialismo - Fondamenti e modelli”».

Qual è la sua posizione sull’argomento?

«Ho fatto un’analisi critica sul sistema presidenziale e ho sviluppato molto la teoria del doppio indirizzo politico. Ritengo che il sistema presidenziale possa facilmente far nascere una figura politica fortemente limitata, lame duck, come dicono gli americani, cioè un’anatra zoppa. Si possono determinare, infatti, due indirizzi politici: quello espresso dal capo dello Stato e quello espresso dal Parlamento. Una situazione simile non di rado degenera in forme patogene di dualismo. Il sistema parlamentare, al contrario, non può creare dualità perché si basa sull’unità dell’indirizzo politico. L’esecutivo, infatti, per esercitare le proprie funzioni ha bisogno della fiducia da parte del Parlamento. Tale sistema evita, poi, l’esaltazione monocratica “dell’uomo della Provvidenza” che costituisce sempre un rischio».

Nel 1999, a 36 anni, vinse il concorso per professore associato e l’anno successivo quello di ordinario di Diritto Pubblico. Nel giro di pochi anni venne chiamato a fare parte di due importanti commissioni. Quali?

«Nel 2002 della commissione statuto della Regione Campania per scriverne lo statuto. Il presidente della giunta era Antonio Bassolino e io lavoravo per il Consiglio. Nel 2007 il ministro della Giustizia mi nominò nella commissione Rodotà per riformare il codice civile nella parte relativa ai beni pubblici. In quell’occasione scoppiò un’altra mia grande passione quella per i beni pubblici ed i beni comuni. La commissione mise mano alla normativa sul demanio che era vetusta e di stampo cavouriano. Presentammo una bozza di disegno di legge delega per la riforma del codice civile. Il testo fu approvato dal governo ma l’iter parlamentare si arenò. Il nostro lavoro, però, servì perché in termini giuridici si cominciò a parlare dei beni comuni non tanto per il rapporto tra proprietario e bene, ma per la funzione che il bene deve esercitare. Si accese un dibattito molto interessante che segnò anche il discorso della vicenda referendaria sull’acqua pubblica del 2011 che mi vide tra i redattori dei tre quesiti».

In quella vicenda riportò una grande vittoria contro “i poteri forti”.

«Insieme al collega Mattei andai in udienza innanzi alla Corte Costituzionale per difendere le istanze dei movimenti che sostenevano l’ammissibilità del quesito referendario contro le privatizzazioni. Sorprendentemente furono accolte perché dimostrammo che le privatizzazioni erano frutto della volontà di Berlusconi e del ministro dell’epoca, Ronchi, e non di quella della Comunità Europea. Quella sentenza della Corte rimane un punto fondamentale perché smonta l’idea che il diritto europeo impone le privatizzazioni, mentre invece spesso sono i nostri governanti a volerle trincerandosi dietro la Comunità».

Lo stesso giorno della vittoria referendaria, il 12 giugno 2011, ebbe un altro importante incarico. Quale?

«Fui nominato assessore nella giunta comunale del sindaco Luigi de Magistris. Sottolineo con orgoglio di essere stato l’unico assessore ad essere stato eletto dai cittadini».

Come ebbe origine questa sua esperienza di amministratore pubblico?

«Per volontà di Gerardo Marotta, presiedevo le assise di Palazzo Marigliano, sue creature. Le chiamavamo “le messe laiche” nelle quali, ogni domenica, discutevamo dei grandi temi della città e venivano ad ascoltarci de Magistris, Fico e altri personaggi che di lì a poco avrebbero assunto impegni pubblici. Tutti prendevano appunti».

È stata un’esperienza positiva quella di assessore?

«Decisamente. perché mi ha dato la possibilità di trasformare in azione politico-amministrativa quello che avevo studiato a partire dalla Commissione Rodotà. Fu un momento magico. Cambiai lo statuto del Comune e inserii nell’art 3 la nozione di bene comune. Trasformammo l’Arin in Abc che è un’azienda di diritto pubblico. Fu mia la delibera con la quale l’ex asilo Filangieri, abbandonato da tempo, venne restituito alla città completamente ristrutturato. Avevo la delega anche alla Democrazia partecipativa e feci delibere molto importanti che sono state oggetto di studio non solo in Italia ma anche a livello europeo».

Nel frattempo passò alla facoltà di Giurisprudenza come titolare della cattedra di Diritto Costituzionale.

«Fui chiamato nel 2012. Sono fiero di questa cattedra nell’università laica pubblica più antica d’Europa, è nata nel 1224. Per me è stato toccare il cielo con un dito e mi sono sentito realizzato a 360°».

Chi è Alberto Lucarelli?

«Sono un animo libero, amo le nuotate invernali e il mio orto. Amo il diritto, inteso soprattutto quale limite al potere e fonte di giustizia sociale. Mai come oggi il diritto deve essere inteso quale strumento per difendere l’ambiente, il territorio».