Laureato in Medicina e Chirurgia nel 1974, è specializzato in Ortopedia e Traumatologia e in Terapia fisica e Riabilitazione. Aldo Bova (nella foto) ha lavorato per 38 anni (1975-2013) presso la Divisione di Ortopedia e Traumatologia dell’ospedale San Gennaro di Napoli, che ha diretto quale Primario dal 1996 al 2013. Nel periodo del Primariato è stato Direttore del Dipartimento chirurgico dell’ospedale San Gennaro. Dal 2014 lavora presso la Clinica Santa Lucia di San Giuseppe Vesuviano, quale chirurgo ortopedico. Dal 2014 si sta occupando molto della terapia del dolore osteoarticolare con la radiofrequenza. Ha al suo attivo cinquanta pubblicazioni ed ha curato gli atti di tre importanti convegni, organizzati in prima persona. È stato consigliere nazionale della SIOT (Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia), Presidente nazionale dell’AITOG (Associazione Italiana di Ortopedia e Traumatologia Geriatrica). È Presidente del FIMO (Fondo Integrativo Medici Ortopedici). È stato nominato Cavaliere della Repubblica dal Presidente Carlo Azeglio Ciampi il 27 dicembre 2000. È stato presidente dell’Azione Cattolica della parrocchia San Biagio di Cardito per circa sei anni dal 1989. È impegnato da 40 anni nell’Associazione Medici Cattolici Italiani. Nell’AMCI ha svolto il ruolo di presidente regionale campano, presidente della sezione San Luca della Diocesi di Napoli, consigliere nazionale, vicepresidente nazionale per il Sud Italia. È sposato felicemente da 46 anni con Angelica Di Giovanni, insegnante. Hanno tre figli, Maria medico immunologa e allergologa al Cardarelli, Antonio funzionario della Banca d’Italia e Luisa bancaria. Hanno tre nipotine, Paola, Angelica e Dalila, figlie di Luisa, e un nipote nato otto mesi fa che porta il nome del nonno, Aldo, ed è figlio di Antonio. «Sono nato a Cardito, terzo di cinque maschi. Mio padre era imprenditore edile e mamma casalinga. Sono cresciuto nei pressi della parrocchia Sacro Cuore Eucaristico della mia cittadina in un ambiente dove c’era il culto della famiglia. Fin da bambino con i miei fratelli ho frequentato l’oratorio della chiesa e poi l’Azione cattolica, vivendo momenti intensi di sana aggregazione e di spensieratezza. Erano fondamentali gli spazi dedicati al culto e alla riflessione religiosa, che hanno contribuito in maniera determinante alla mia formazione umana, insegnandomi il valore dei veri principi che regolano l’esistenza: amore per lo studio, per il lavoro, per il prossimo, onestà, amicizia, fratellanza, solidarietà, carità verso chi ha bisogno e vive in condizioni di disagio. Ho frequentato le scuole primarie a Cardito e le medie a Caivano. Ho frequentato il liceo classico al “Garibaldi” a Napoli. Di buonora prendevo il pullman a Cardito e spesso per il traffico intenso scendevo a piazza Capodichino e raggiungevo il liceo a piedi, per arrivare in orario al suono della campanella. Tempi indimenticabili, in cui lo studio intenso e proficuo si alternava a momenti di svago e spensieratezza con i compagni di classe. Le prime sigarette per darsi “tono” e i primi amori! Non è un amarcord ma una bella pellicola che qualche volta srotolo davanti agli occhi, per ritrovarmi con persone, amicizie e situazioni che oggi sono sostituite dai social e dal web che facilmente determinano alienazione al posto della sana aggregazione e sana socializzazione dei tempi della mia adolescenza e della giovinezza».

Perché si iscrisse a medicina?

«Non era la mia prima scelta. Nonostante fossi particolarmente appassionato alle materie umanistiche, pensai a ingegneria civile per restare nel filone paterno. Prevalse, però, la mia innata predisposizione per il rapporto con gli altri e l’intima esigenza di essere utile a chi ha bisogno. Presi in considerazione giurisprudenza, idealizzando la figura dell’avvocato come il difensore dei deboli, poi la mia natura pragmatica mi fece riflettere sul fatto che la figura professionale che maggiormente ha l’opportunità di aiutare il prossimo è il medico, che ha come missione la tutela della salute e perciò la salvaguardia del bene primario che è la vita. Per fare il medico bisogna essere competenti, studiare bene il corpo, il suo funzionamento e quello della mente, ascoltare il paziente e indagare nel suo intimo, istaurando con lui un rapporto empatico. Mi iscrissi alla facoltà di medicina e chirurgia al Policlinico di piazza Miraglia. Allora esisteva solo quello».

Come è stato il suo percorso universitario?

«Regolare, intenso, proficuo. Seguivo con costanza ed interesse i corsi e spesso mi fermavo ad assistere agli esami, perché ero consapevole che in genere i professori chiedevano argomenti che avevano affrontato nelle loro lezioni. Quest’abitudine si è rivelata utile ed ha contribuito spesso a farmi andar bene nelle interrogazioni».

Come mai scelse di specializzarsi in ortopedia?

«A partire dal quarto anno cominciai a fare il tirocinio obbligatorio in ospedale e andai all’Ascalesi, frequentando tutti i reparti. Continuai a frequentarlo anche dopo la laurea, perché non avevo le idee chiare sulla specializzazione da intraprendere. La medicina mi affascinava in tutte le sue branche. Prevalse poi lo spirito pratico, perché vidi che in ortopedia i risultati maturavano in tempi più rapidi ed in modo più visibile rispetto alle altre specialità. Il rapporto empatico che necessariamente si deve instaurare con il paziente veniva gratificato molto con soddisfazione sia dell’ammalato, che vedeva migliorata la sua qualità della vita, che del medico, che realizzava la sua missione».

Poi conobbe il professore Giacomo Rosa, primario ortopedico all’ospedale San Gennaro e fu la “sliding doors” vincente della sua vita professionale.

«Il nosocomio storico del rione Sanità era frequentato molto da persone che vivevano dalla mia zona di residenza e il professore Rosa era un chirurgo ortopedico di alto livello e con valori umani elevati. Gli chiesi di frequentare il suo reparto e acconsentì. Mi laureai ad aprile del 1974 e, conseguita l’abilitazione all’esercizio della professione di medico chirurgo, a settembre iniziai ad andare al San Gennaro in Ortopedia. A novembre del 1974 fu bandito un avviso pubblico per assistente ortopedico per il San Gennaro. Lo vinsi e fui assunto, prendendo servizio il 13 gennaio 1975. Il primo gennaio 1975 cominciai anche l’attività di medico di famiglia. Non c’era incompatibilità; dopo tre anni abbandonai la medicina di famiglia, decidendo di dedicarmi solo all’attività ortopedica».

E la specializzazione?

«Mi iscrissi appena iniziai a lavorare al San Gennaro. Seguivo i corsi e poi tornavo in ospedale. Partecipando al lavoro del reparto e della sala operatoria, constatavo l’applicazione pratica della teoria che imparavo durante le lezioni. Lo stare in ospedale costituì un vantaggio enorme che mi consentì di imparare bene il mestiere e di specializzarmi con il massimo dei voti. Poi volli specializzarmi anche in terapia fisica e riabilitazione, materia la cui importanza cresce continuamente all’osservazione della scienza e dei pazienti».

È particolarmente esperto nella chirurgia del piede e dell’alluce valgo. Come mai?

«Da giovane ortopedico ho seguito ad Alba vari corsi del Prof. Giacomo Pisani, grandissimo cultore della chirurgia del piede. Alla Rizzoli di Bologna seguii gli studi avanzati per la cura del piede piatto, conoscendo il prof. Sandro Giannini, inventore della famosa “vite di Giannini”. A Verona ho seguito vari corsi per la cura dell’alluce valgo con la tecnica di Boch, organizzati dall’amico Prof. Bruno Magnan. Si tratta di una tecnica chirurgica mini-invasiva che consiste in un’osteotomia lineare a livello della metafisi distale metatarsale, correzione del valgismo e stabilizzazione con filo di Kirschner. A Napoli sono stato il primo a fare interventi con questa tecnica e il prof. Cigala, con mia grande sorpresa e soddisfazione, mi chiamò a tenere una lezione sull’argomento agli studenti della scuola di specializzazione in Ortopedia della Federico II, che dirigeva».

Quando il professore Rosa andò via, dopo poco tempo fu bandito il concorso e prese il suo posto.

«Diventai il Direttore dell’Unità Operativa complessa di ortropedia e traumatologia e poi anche capo del Dipartimento chirurgico del San Gennaro. Da Direttore ho lavorato fino al termine del 2013, quando sono andato in pensione».

Adesso di cosa si occupa?

«Nel 2014 ho cominciato a lavorare alla clinica Santa Lucia di San Giuseppe Vesuviano, raggiungendo il mio amico e collega Cillo, che aveva lasciato l’ospedale prima di me. Ho cominciato ad occuparmi moltissimo della terapia del dolore con la radiofrequenza. Ho trattato oltre 4.500 pazienti, di cui l’80% ha avuto dei buoni risultati».

Che cosa è la terapia del dolore con la radiofrequenza?

«La radiofrequenza è una tecnica di interruzione temporanea o definitiva dello stimolo doloroso. Le onde di radiofrequenza utilizzate sui nervi, sui gangli e/o sulle vie del dolore, alterano la funzionalità dei nervi e delle fibre nervose. Vengono utilizzate, quando la terapia farmacologica o altre terapie non riescono a dare risultati. La RFA si avvale di una corrente elettrica ad alta frequenza che viene applicata nella sede da trattare attraverso un elettrodo con particolari caratteristiche, collegato ad un generatore di RFA che permette di controllare il dolore articolare, interferendo con i nervi specifici. Le persone maggiormente trattate sono quelle che vanno dai 60 anni in su. Le zone sono: rachide lombosacrale, rachide cervicale, ginocchia e spalle. Molto importante è il rapporto umano col medico e la riabilitazione motoria».

Molto impegnato nel sociale, ha partecipato alla ricostituzione e riattivazione del Forum delle associazioni socio-sanitarie, che presiede dal 17 settembre 2018. Qual è la sua mission?

«Con lo statuto, che abbiamo redatto ed approvato con atto notarile il 17 settembre 2018, ci poniamo fra gli altri obiettivi, la promozione e la tutela della vita dal concepimento al suo termine naturale e della salute nel rispetto della persona umana alla luce dei documenti del magistero della Chiesa cattolica; la promozione di politiche socio-sanitarie , tese ad ottenere salute e benessere, che siano rispettose della persona, del suo sviluppo umano integrale e delle sue relazioni familiari».

Qual è il suo prossimo progetto?

«Lo statuto prevede sedi regionali e desidero attivare il forum socio-sanitario della Campania come struttura regionale pilota ed avanzata. Farò a breve una riunione per avviare la realizzazione di questo progetto. A medio termine, prevedo l’anno prossimo, noi Forum desideriamo organizzare un grosso convegno sugli anziani di carattere nazionale per approfondire le questioni legate alla loro salute e alle politiche che li riguardano. Abbiamo avuto un incontro molto importante con monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia della vita, diventato presidente di una commissione nominata dal ministro Speranza per la riforma delle politiche sanitarie per gli anziani. Gli abbiamo dato la nostra disponibilità a collaborare con lui, perché riteniamo che le sue tesi siano condivisibili e che gli anziani vanno curati innanzitutto a casa. Un argomento, poi, che è sempre in evidenza sulla mia agenda, è l’umanizzazione della medicina in un momento in cui la tecnologia e l’informatica rendono sempre più ampia la forbice tra medico e paziente».