Angelo Coviello (nella foto) è un affermato broker di assicurazioni ed è amministratore unico della Insurance Gold Broker srl. Ha un’esperienza di lungo corso nel settore assicurativo e questo traguardo è stato festeggiato nell’ambito di un convegno di studi assicurativi presso l’Università Parthenope. È impegnato nel sociale e ha ricevuto anche uno speciale riconoscimento dal “Premio Ischia di Giornalismo" per la comunicazione. «Siamo di origine Salernitana, mia mamma è di Laviano, mio padre è cresciuto a Eboli. Negli anni Settanta ci trasferimmo a Napoli perché papà era diventato direttore dell’Ufficio del Registro di Napoli e anche mamma lavorava nell’aministrazione finanziaria. Sono cresciuto con le difficoltà e i sacrifici di tutti quelli che studiano in collegio. A 8 anni, nel 1968, entrai al “Torquato Tasso”, Convitto Nazionale di Salerno; quando ci traferimmo a Napoli, passai al Convitto Nazionale “Vittorio Emanuele” a piazza Dante. Dopo lo studio giocavamo a pallone nel grande cortile interno. Facevamo tante partite di calcetto contemporaneamente perché suddividevamo il campo in linea orizzontale e verticale. Erano talmente tante le ore di gioco che le suole delle scarpe erano bucate, facevamo la doccia solo il sabato e dormivamo nelle camerate in venti persone. Dal “Vittorio Emanuele” sono uscito all’età di 17 anni, al termine del secondo liceo classico. Ero riuscito a convincere i miei genitori ad abbandonare il collegio. Volevo assaporare la libertà ma fui, per reazione, così indisciplinato che i miei furono costretti a mandarmi al “de la Salle” a Materdei. I preti mi rimisero in riga e così presi la licenza liceale classica».

Cosa ha rappresentato per lei la lunga esperienza collegiale?

«Sono stati anni duri, lontano dagli affetti familiari che, però, mi hanno formato nella maniera giusta. Ho imparato ad autogestirmi e ad affrontare ogni difficoltà con determinazione, contando solo sulle mie forze. Ho capito sin da bambino che nessuno ti regala nulla e che le cose bisogna andarsele a prendere con determinazione, perseveranza e sacrificio, ma con modi garbati, senza imposizioni. Passo dopo passo mi sono “costruito”, nel senso che mi considero un “self-made man”, dicono con successo sia sul piano umano che su quello professionale. Credo nel gruppo, e ho capito l’importanza di fare squadra perché da soli non si va da nessuna parte. Per me stare insieme significa anche aiutare in maniera disinteressata chi ha bisogno, privilegiando l’altruismo e la solidarietà all’egoismo».

Dopo la licenza liceale voleva iscriversi all’università ma un drammatico evento glielo impedì. Ce lo ricorda?

«Come premio per la maturità mio padre mi aveva regalato un viaggio in Grecia che intrapresi con alcuni amici. Ero arrivato da poco quando mi chiamarono da casa per avvertirmi che papà non stava bene e che era il caso che rientrassi. La sensazione che ebbi è che non l’avrei più rivisto vivo e così fu. A 45 anni un infarto fulminante ce lo aveva portato via. Mi trovai improvvisamente, io 18 enne, a fare da capofamiglia con una sorella di 15 anni, Rossella, e un fratello di 12, Antonio. Mamma vedova a 44 anni non si è più risposata e da sola non riusciva a sostenere il peso economico della famiglia, dovetti rinunciare all’idea di fare l’avvocato come mio zio Renato Di Gianni, fratello di mamma, al quale sono legatissimo perchè era quello che mi prelevava e mi riportava in collegio. Per la morte di mio padre fui costretto a rimboccarmi le maniche e a 18 anni mi misi a lavorare».

Che cosa fece?

«Mio padre era appassionato di assicurazioni e aveva un’agenzia alla quale dedicava il suo tempo libero. Mi calai immediatamente in questa realtà e scoprii un mondo completamente nuovo che mi affascinò. Quella che era partita come necessità diventò ben presto una passione. Il mio inserimento fu rapido e bruciai tutte le tappe. La nostra è una passione di famiglia che ha segnato anche la vita di mio fratello Antonio, professore universitario e docente in Marketing assicurativo ma anche studioso della materia».

Dopo poco tempo iniziò anche ad interessarsi di problematiche sindacali. Come mai?

«Cominciai da subito a frequentare congressi e incontri promossi dal sindacato degli agenti di assicurazione di cui facevo parte. Ritenni che fosse la strada migliore per conoscere colleghi più anziani ed esperti di me. Era un’esigenza che mi veniva naturale perché ho sempre ritenuto indispensabile avere un approccio umile nei confronti di chi è portatore del sapere per “rubargli il mestiere” in maniera intellettualmente corretta. Non ho mai avuto vergogna di dire “non ho capito” oppure “non lo so, spiegamelo”. Facevo anche qualche intervento che spesso attirava l’attenzione di alcuni congressisti che contavano. Insomma, mi feci conoscere. Un giorno venni convocato dai vertici nazionali del sindacato che mi proposero di candidarmi alle elezioni. Accettai con entusiasmo anche se con timore. Fui eletto a soli 22 anni segretario nazionale».

Per quanti anni ha fatto attività sindacale?

«Per i primi dieci anni, anni benedetti che mi hanno aiutato, perché ho conosciuto e lavorato insieme a persone di qualità che mi hanno dato molto professionalmente in un mondo in continua evoluzione e ricco di relazioni di portata internazionale. Sono diventato negli anni successivi sia presidente del gruppo agenti Navale-Unipol e anche responsabile per il Sud Italia del gruppo agenti della Tirrena Assicurazioni».

Quando c’è stato il momento importante che l’ha catapultata tra i “grandi” nel settore assicurativo nazionale?

«L’anno più significativo è il 1987 perché, appena ventisettenne, titolare della Coviello Assicurazioni, ho avuto il piacere e l’onore di far parte del gruppo degli assicuratori nazionali che hanno coperto i rischi delle Ferrovie dello Stato. Parliamo della hit parade degli assicuratori italiani. Questo risultato mi diede molta visibilità e diventai “osservato speciale” del gruppo Generali Assicurazioni. Fui convocato a Venezia dal comandante Giorgio Zanardi, mitica figura nel settore assicurativo e direttore generale della compagnia. Mi volle con lui e mi diede un mandato della Navale Assicurazioni che faceva parte del gruppo. Era specializzata nei “grandi affari”».

La vera svolta professionale l’ha avuta, poi, quando conobbe un’altra persona di alto profilo che per molti versi è stata anche suo mentore: Arnaldo Sciarelli.

«È un personaggio storico delle assicurazioni perché era l’amministratore delegato della Geras, la più grande agenzia Italiana della Ras. Un uomo eccezionale dotato di una grandissima intelligenza, di una velocità del pensiero e di una capacità di sintesi straordinaria. Mi ha insegnato veramente tanto e con lui ho fatto un percorso professionale unico. Con Arnaldo abbiamo assicurato l’Inps a livello nazionale e l’Inpdap. Mi è rimasto ancora oggi impresso l’enorme patrimonio immobiliare di questo istituto».

Nel 2000 iniziò per la Primogest una fase di stallo. Quale fu la causa?

«Ebbe inizio un periodo nel quale si avviò una profonda fase di riflessione delle imprese sulle assicurazioni dei grandi rischi. In effetti le Compagnie assicurative volevano “rischi calcolati” Avevano immaginato di coprire solo rischi con basso indice di sinistralità per guadagnare di più. Del resto gli azionisti reclamavano alti dividendi e dunque non c’era più spazio per le polizze assicurative ad alto rischio delle grandi aziende. Siamo agli inizi degli anni 2000 ed eravamo nella nostra sede storica nel cuore di Napoli con 22 dipendenti».

Come reagì sul piano lavorativo?

«Naturalmente la produzione ne risentì ma non ci furono ricadute sulla forza lavoro. Il momento comunque era difficile soprattutto sotto l’aspetto psicologico, ma avevo la fortuna di avere al mio fianco una persona che mi ha sempre supportato. Questo mi ha permesso di ridisegnare un nuovo modo di fare l’assicuratore».

Di chi sta parlando?

«Di Anna Ceppaluni, mia moglie. Dopo una brillante carriera in Regione, oggi è Console onorario della Malesia per le regioni meridionali. Stiamo insieme da 38 anni. Ha una significativa conoscenza del mondo assicurativo perché sia suo padre Ernesto, che la sorella Silvana, hanno ricoperto ruoli importanti nella più grande Compagnia francese».

Come ripensò la sua attività professionale?

«Immaginai un percorso diverso. Non più agente ma consulente dei clienti e loro interlocutore privilegiato. In una sola parola: broker di assicurazioni. Con un neologismo definisco l’agente un intraprenditore (imprenditore per conto), il broker invece è un imprenditore autentico».

Il risultato qual è stato?

«La nascita nel 2001 della Insurance Gold Broker srl con sede legale a Roma e sede operativa a Napoli nello storico palazzo Doria d’Angri, in piazza Sette Settembre. Per i primi anni la società non è stata gestita da me direttamente perché continuai ad esercitare la funzione di agente. Nel 2010 lasciai definitivamente, mi feci liquidare l’importante portafoglio di polizze e mi dedicai a tempo pieno all’attività di broker asssumendo, in seguito, la carica di amministratore unico della società. Sono succeduto alla dottoressa Luana Pepe, figura di primo piano del brokeraggio assicurativo napoletano, dotata di raffinata cultura assicurativa, che ha studiato a Londra e che è in azienda col ruolo di responsabile dell’attività assicurativa. Silvana mia cognata, già agente generale Axa, è a capo del Corporate, mentre Pina, Ornella, Marilena, Gianfranco, Nicola, Luigi, Raffaella, Rosaria, Riziero, Armando, Leopoldo e per finire Pasquale, sono al timone di vari settori, ciascuno con competenze specifiche. Dulcis in fundo, Gerardo mio figlio, praticante avvocato, che si occupa di Corporate, con una forte passione per i sigari di alta qualità».

È impegnato anche nel sociale?

«Sono socio fondatore del club Rotary Napoli Est che ha come mission quella di incoraggiare e promuovere l’ideale del servizio come base delle iniziative benefiche. Ho aderito a quest’associazione proprio perché sono naturalmente propenso verso il prossimo e verso la sfera del bisogno. Donare mi gratifica veramente molto. Ad esempio, durante questo terribile momento di pandemia, ho aiutato la mensa del Carmine di Padre Francesco e la chiesa di Nostra Signora del Sacro Cuore di Padre Marco. Ho portato personalmente buste della spesa ai poveri bisognosi. Ho donato mascherine ai medici negli ospedali».

Lavoro e impegno sociale. Ha tempo per qualche hobby?

«Giocare a calcetto con i miei amici e mio cugino Pasquale; ci chiamano “i vecchi leoni”. Andare a cinema e a teatro con Anna, che è un’ottima cuoca e specializzata nel ragù. E poi il mare, che è il mio elemento naturale, insieme agli amici Cesare e Franco Pellone. Ora, come tutti, siamo purtroppo fermi per la pandemia, ma ci rifaremo».