Antonio Parisi (nella foto) è avvocato con specializzazione in diritto amministrativo e dottore di ricerca. Entrambi i diplomi sono stati conseguiti presso l’Università Federico II di Napoli. È abilitato al patrocinio davanti alle giurisdizioni superiori. «Sono nato a Napoli ma ho vissuto ad Afragola dove ho trascorso l’infanzia e frequentato le scuole elementari e medie, sempre però proiettato in una relazione più cittadina e metropolitana. Il mio desiderio era quello di andare a Napoli a studiare alle superiori. Fino alle medie mi ha accompagnato la passione per il calcio e poi è nata quella per il tennis. L’ho ereditata da un fratello di mamma che mi coinvolse a giocare con lui. Il mio massimo risultato è stato diventare C4, il primo gradino dei classificati. Ci sono arrivato al primo anno del ginnasio, a 14 anni».

Riusciva a conciliare studio e sport?

«Ho innata una buona capacità organizzativa e questo mi ha consentito di fare con “profitto” entrambe le cose».

Perché decise di iscriversi al liceo classico?

«Ho sempre avuto una forte passione per le materie umanistiche e, in modo particolare, per la storia. Uno dei primi libri che ho letto è stata la biografia di Garibaldi di Guido Gerosa, scrittore, giornalista e politico. Ricordo nitidamente una mia zia di Milano che quando ero ragazzino mi regolò una collana di libri sulla storia del Risorgimento. Amavo leggere, più che romanzi e libri d’avventura, testi di storia. Scelsi il liceo “Garibaldi”, scuola di frontiera che attrae gli studenti della provincia che vogliono venire a Napoli. C’era un illustre concittadino, Antonio Bassolino».

Come fu l’impatto, in particolare con il greco e la filosofia?

«Furono materie che esercitarono su di me un’immedita “fascinazione” anche perché ho avuto due eccellenti docenti. La professoressa Carmen Musumeci, una siciliana di Sant’Alessio Siculo in provincia di Messina, che oltre al greco ci insegnava anche il latino, e la professoressa Renata Pilati, docente di storia e filosofia. Mi sono diplomato brillantemente».

Il ginnasio segnò una prima svolta nella sua vita. Quale?

«Incontrai la politica e nacque una nuova passione. Fui eletto rappresentante d’istituto e lo sono stato ininterrottamente per quattro anni fino alla maturità. Ottenni molti consensi e la mia priorità era quella di tutelare la dignità, i diritti e l’autonomia degli studenti in una visione che posso definire sindacale. Intendevo promuovere anche attività impegnate nel sociale e dare forza e vitalità all’educazione civica in tutte le sue declinazioni. Quest’esperienza fu il seme da cui germogliò il mio interesse per gli studi di giurisprudenza orientati specificamente per il diritto amministrativo».

Insieme ad altri rappresentati di istituti napoletani, alla fine degli anni ’80, ridiede vita all’“Associazione studenti napoletani contro la camorra”.

«Era nata sotto l’impulso di don Riboldi, vescovo di Acerra, agli inizi del decennio per contrastare la Nco di Raffaele Cutolo, ma era diventata “dormiente”. A novembre del 1989 era stato abbattuto il muro di Berlino, si era agli albori di Tangentopoli ed era tangibile la crisi della cultura politica del tempo. Mi formavo sui principi antifascisti di Pietro Gobetti e su quelli, parimenti antifascisti, del movimento liberal socialista di Giustizia e Libertà, fondato a Parigi da Carlo e Nello Rosselli, Emilio Lussu e Alberto Tarchiani, confluito successivamente nel Partito d’Azione. Insieme ad altri studenti di scuole superiori ritenevamo che per dare una maggiore credibilità alla democrazia bisognava fare una battaglia civile contro la criminalità organizzata e contro i poteri delle mafie di cui si nutriva la politica. La sede dell’associazione era nel Commissariato straordinario di Governo a piazza Carità dove c’era l’Osservatorio sulla camorra presieduto da Amato Lamberti. Organizzavamo assemblee studentesche in tutte le scuole nel ricordo di Giancarlo Siani. Legavamo il tema della lotta alla criminalità organizzata con quello dell’efficienza delle strutture scolastiche. Avevo 16 anni e stavo in primo liceo».

In terzo liceo ebbe un’altra folgorazione.

«Feci un tema sulla tutela dei diritti e mi innamorai del pensiero di Norberto Bobbio. Filosofo e scrittore, docente di Filosofia del diritto e di Filosofia della politica, è stato una delle figure intellettuali più influenti dell’Italia del XX secolo. Diventò la pietra miliare nei miei studi e rafforzò ancora di più in me l’indirizzo verso la giurisprudenza».

È stato presidente dell’Associazione dal 1991 al 1993. Ha vissuto in quella veste le stragi di Capaci e di via D’Amelio del 1992.

«Fu un grossissimo trauma perché noi dell’Associazione capimmo che si era giunti a un punto di rottura. Fino ad allora la criminalità organizzata aveva cercato patti con lo Stato per gestire il suo potere economico. Con le due stragi aveva alzato il tiro portando un attacco frontale e di violenza inaudita contro le istituzioni e i suoi simboli tra i più rappresentativi. Organizzammo un treno speciale per i funerali di Giovanni Falcone. Quando arrivammo in via Notarbartolo a Palermo, dove c’era l’abitazione del magistrato, c’era un fiume di ragazzi in lacrime».

Nel 1993 si iscrisse alla facoltà di giurispridenza e prese anche la tessera del Pds iniziando una militanza attiva.

«Sono stato dirigente dell’organizzazione giovanile del partito, segretario provinciale a Napoli e membro della direzione regionale. Mi ero illuso che, dopo la “Bolognina”, con i cambiamenti annunciati dal segretario Achille Occhetto, il Partito democratico della sinistra potesse garantire la svolta del superamento del retaggio comunista, ma rimasi deluso perché mi resi conto che il cambio del nome del partito era solo un’operazione di facciata e abbandonai la militanza».

Nel 1995 ancora una svolta nella sua vita perché accettò la candidatura nel consiglio comunale di Afragola e fu eletto.

«Sono stato nel Consiglio per tre anni e contemporaneamente studiavo all’università. Ero interessato a vedere dall’interno il funzionamento (o malfunzionamento) degli organi di governo di un ente locale nell’ottica di futuro amministrativista e in relazione alle aspettative dei cittadini. Conobbi la persona che sarebbe diventata il mio maestro, il professore Silo Aedo Violante, l’alter ego del professor Giuseppe Abbamonte. Era consulente del Comune. Ero ancora univeritario e mi disse che, una volta laureato, avrebbe voluto che facessi il praticante avvocato al suo studio vomerese di via Tino da Camaino. Fu una soddisfazione enorme».

Lo fece?

«Fu per me un grande onore. Mi laureai con il compianto professore Roberto Marrama nel 1999. Abbandonai la politica e iniziai la mia formazione forense allo studio Violante. Mi sono abilitato all’esercizio della professione di avvocato risultando primo della mia sessione per cui mi è stata conferita la “Toga d’onore”».

Nel 2003 decise di lasciare lo studio del professore Violante. Come mai?

«Il mio maestro era avanti negli anni. Non avevo ancora ultimato il triennio di specializzazione in diritto amministrativo e decisi che era giunto il momento di camminare da solo. Aprii il mio primo studio in un piccolo locale a via De Pretis anche perché, sulla scia del mio maestro, ero diventato consulente di alcuni Comuni. Mi occupavo di edilizia, urbanistica e appalti, in pratica del cuore del diritto amministrativo. Attualmente ho lo studio in via Carducci. Nei confronti del professore Violante è immutata la mia profonda gratitudine».

Qual è stato il suo battesimo al Tar?

«Appena diventato avvocato, in un giudizio elettorale. Eravamo costituiti Violante e io in difesa del Comune di Bacoli che subiva un ricorso elettorale per l’annullamento delle elezioni. Nei miei vent’anni di amministrativista mi sono sempre occupato di contenziosi afferenti questa materia».

Riprendendo il suo percorso di studi, ottenuta la specializzazione ha conseguito il titolo di dottore di ricerca.

«Avevo iniziato il dottorato di ricerca con il professore Giovanni Leone, nipote del Presidente della Repubblica. Me lo aveva presentato il mio maestro dicendogli, bontà sua, che ero molto preparato».

Perché scelse la libera professione e non la carriera accademica?

«Sono essenzialmente un pragmatico. Mi ero sposato ed era già nata la primogenita Maia. Mia moglie non aveva ancora un lavoro stabile e avevo deciso di costruire subito una famiglia. La carriera universitaria richiede tempi lunghi».

Avrebbe potuto fare entrambe le cose.

«La libera professione e la carriera accademica presuppongono un impegno totalizzante. Non ritengo possibile essere un buon avvocato e allo stesso tempo un buon docente».

Sua moglie condivise la sua decisione?

«Ci siamo conosciuti a quindici anni nei banchi del ginnasio perché stavamo nella stessa classe. Abbiamo sempre condiviso tutto nel rispetto reciproco. Marina è una donna eccezionale che mi ha supportato e spesso anche sopportato. È archeologa e funzionario del Parco archeologico di Ercolano, quindi funzionario del Ministero dei Beni Culturali. Abbiamo due splendidi figli, Maia ha 18 anni, suona il violino e frequenta l’ultimo anno del liceo artistico “Palizzi”; Dario ha 14 anni e frequenta il primo liceo. Abbiamo molti interessi in comune. In particolare la musica rock e il nostro mito, “The Boss” Bruce Springsteen».

Qual è stato il processo che le ha dato maggiore soddisfazione?

«Due volte ho discusso davanti all’Adunanza plenaria del Consiglio di Stato, a Palazzo Spada, su due questioni di massima in materia di appalti pubblici che poi hanno fatto giurisprudenza. Ho creduto in una tesi minoritaria e ho vinto in entrambi i casi con una soddisfazione enorme. Partivo con una previsione di sconfitta. Il primo caso è del 2016, il secondo del 2021».

Gioca ancora a tennis?

«Ho ripreso nel 2010 quando mi sono iscritto al Circolo Canottieri Napoli e scendo in campo portandomi dietro le “ferite di guerra”. Prima in assoluto la rottura del crociato anteriore sinistro. Ma la passione è molto forte e compenso con un robusto tutore Donjoy. Faccio parte dell’attuale governance come consigliere-segretario. È un impegno delicato che svolgo con passione perché sono animato da uno spiccato spirito di servizio».

Perché le piace il tennis?

«È uno sport che, quando stai in campo, non ti dà la possibilità di pensare ad altro. Devi concentrarti esclusivamente sul coordinamento braccio - racchetta - pallina. Se dissoci uno di questi elementi non è possibile giocare».