È laureato in medicina e chirurgia e specializzato in malattie infettiv, presso la I Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Napoli. Antonio Sciambra (nella foto) dal 1988 lavora presso l’Ospedale Evangelico Villa Betania di Napoli di cui dal 2003 è direttore sanitario. È stato direttore del Centro Autonomo di Epatologia dello stesso ospedale dal luglio 2006 fino all’8 gennaio 2016. Nel settembre 2010 è stato nominato membro del Comitato Scientifico dell’ISSB (Istituto Scienze Sanitarie Betania), incarico che ricopre a tutt’oggi. È stato Ctu presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere. È componente del Comitato Scientifico di Villa Betania dall’aprile 2014 a tutt’oggi. Ha svolto attività di docenza nell’ambito del “Corso di qualificazione in Oss del personale in possesso della qualifica O.T.A.A.” tenuto dall’Ente di Formazione Espansione s.r.l. per l’anno 2008. Ha svolto attività di tutor in favore di medici iscritti al secondo anno della Scuola di Specializzazione in Medicina Interna della Seconda Università degli Studi di Napoli per l’anno 2008/2009. È socio dell’ANMDO (Associazione Nazionale Medici di Direzione Ospedaliera) e dell’EASL (European Association Study Liver). «Sono nato a Napoli, allo storico quartiere Mercato dove ho frequentato le scuole elementari in un istituto di suore. Le medie le ho fatte alla Ugo Foscolo, a piazza del Gesù. Il passaggio dalla scuola parificata a quella pubblica non fu facile ma mi servì per inserirmi in un contesto che fino a quel momento avevo vissuto solo da lontano e che contribuì a “fortificarmi”: imparai a parlare il dialetto e a difendermi da comportamenti di bullismo ante litteram. Dopo la licenza media mi iscrissi al liceo classico Umberto perché ero particolarmente portato per le materie umanistiche. Nel frattempo ci eravamo trasferiti a Ischitella, in una confortevole villetta cambiando totalmente il nostro stile di vita. Mio padre era rimasto affascinato da “quel sogno americano” assimilato in maniera subliminale dalla massiccia campagna pubblicitaria ma che alla fine risultò vincente. Niente più caos e cemento, ma aria pura, verde e spazio per dare libero sfogo alle intemperanze adolescenziali mie e di mio fratello minore. I collegamenti con il quartiere Chiaia erano ottimi e ogni mattina prendevo il pullman che lungo la strada raccoglieva tanti studenti della zona flegrea che gravitavano su quell’ottimo istituto. Coltivo ancora oggi l’amicizia con diversi compagni di liceo che sono gli amici con cui trascorriamo i venerdi o sabati insieme alle nostre mogli».

Perché si scrisse a medicina dopo la Maturità?

«Non ebbi alcuna esitazione nella scelta della facoltà nonostante in famiglia non ci fossero medici e fossi particolarmente portato per le materie umanistiche. Evidentemente fui ispirato dalla mia naturale predisposizione verso gli altri e dal convincimento che il medico, nell’espletamento della sua professione, potesse esprime al meglio la capacità di creare empatia finalizzata, per altro, a dare aiuto a chi soffre».

Come fu l’impatto con il mondo universitario?

«Ci eravamo trasferiti a via Nardones, strada di confine con i Quartieri Spagnoli, poco distante da piazza Trieste e Trento, cuore pulsante della Napoli del Vicereame spagnolo. Il Primo Policlinico, oggi Università Vanvitelli, era raggiungibile facilmente a piedi e quindi optai per questa struttura invece del Secondo Policlinico, oggi Federico II, sorto da pochi anni e organizzato sul modello dei campus universitari statunitensi. L’impatto non fu dei migliori perché erano gli anni ’70, il periodo della cosiddetta “pletora medica”, con migliaia di iscritti alla facoltà di medicina e altrettanti fuori corso. Le lezioni erano affollatissime e per nulla organizzate. C’era un corso alle 8 del mattino e un altro alle 4 del pomeriggio con grave disagio soprattutto per gli studenti fuori sede che spesso “giravano a vuoto” non sapendo come trascorrere le ore di attesa. Al Secondo Policlinico, invece i corsi erano compatti, cioè iniziavano alle 8 del mattino con i professori che attendevano in aula gli alunni, segno del rispetto che avevano per loro. Ero tra i privilegiati abitando vicino all’università ma dovetti, comunque, affrontare notevoli disagi e sacrifici per sostenere ogni anno gli esami».

Come mai indirizzò i suoi studi verso le patologie derivanti dalle malattie infettive?

«Ebbi la fortuna di assistere alle lezioni del professore Felice Piccinino, ordinario di virologia clinica, diventato poi direttore del DAS, il Dipartimento Assistenziale per le Malattie infettive della Seconda Università. Già allora il compianto e illustre docente era un’autorità nel suo campo e mi conquistò con la sua competenza e il suo eloquio. Dovevo decidere a quale tirocinio obbligatorio prelaurea dovessi iscrivermi e scelsi quello medico dove si potevano seguire e approfondire le malattie infettive. La clinica universitaria specializzata era il “Gesù e Maria”. Oggi purtroppo è dismesso e da piazza Mazzini si scorgono le imponenti palme che troneggiano nello storico e monumentale cortile. Il professore Piccinino e il “Gesù e Maria” hanno segnato la prima svolta nella mia vita professionale».

Perché?

«Mi appassionai a quella pratica clinica e cominciai a studiare più intensamente. Dopo la laurea entrai nella scuola di malattie infettive specializzandomi con il massimo dei voti. Era il periodo in cui nel Nord Europa c’era una larga diffusione delle malattie connesse a epatiti metabolioche e alcoliche mentre in Italia, soprattutto al Sud, c’era un’endemia di epatite virale A con casi di epatite B e C. La D era ancora sconosciuta».

Chi si occupava di queste patologie?

«In generale i medici di medicina interna, in particolare i gastroenterologi. Nei casi di epatite A, B e C, poiché si trattava di malattie virali che colpivano il fegato, se ne occupavano gli epatologi super specializzati che si formavano al “Gesù e Maria”. Io ero uno di questi».

Dove cominciò a esercitare la professione di medico?

«Al Pronto Soccorso del Pineta Grande Hospital. Successivamente iniziai a fare le guardie mediche all’Ospedale Papasciano di Capua e l’emergenza territoriale, antesignana del 118, avendo come base il Pronto Soccorso dello stesso nosocomio. Contemporaneamente frequentavo la scuola di specializzazione».

E dopo la specializzazione?

«La governance della clinica Villa Betania, volendo ampliare la medicina generale, chiese al professore Piccinino se avesse tra i suoi allievi un giovane epatologo disposto a lavorare nella struttura sanitaria di Ponticelli per occuparsi delle persone che venivano ricoverate per epatite virale. Nel territorio di Napoli Est c’era una crescita esponenziale di questa malattia dovuta a vari fattori, primo fra tutti le precarie condizioni igieniche. Il professore Piccinino fece il mio nome e io accettai con estremo orgoglio. Fui assunto come assistente in chirurgia generale e mi dedicai con entusiasmo e passione a quella categoria di ammalati. Dopo poco tempo fu creata una squadra composta da un endoscopista, un ecografista e da me. Facemmo un ottimo lavoro al punto che fummo autorizzati dalla Regione ad utilizzare l’interferone che era l’unico farmaco in grado di combattere la malattia, anche se con scarsi risultati. A Villa Betania ho fatto tutta la gavetta».

Il 6 aprile 1993 Villa Betania divenne ospedale Evangelico. Che cosa accadde?

«La clinica venne classificata ed equiparata all’ospedale pubblico in virtù di una legge che consentiva alle strutture sanitarie di proprietà di enti religiosi di cambiare il loro status giuridica da privato a pubblico purché in possesso di precisi e inderogabili requisiti. Fu un salto di qualità di grande importanza che premiò la managerialità della governance e la professionalità dei medici, del personale infermieristico e di tutte le maestranze. In seguito avemmo anche l’accreditamento istituzionale, altro passo di rilevante significato. Su delibera dell’assemblea della Fondazione Evangelica Betania, il consiglio di amministrazione deliberò una nuova struttura di vertice composta dal direttore generale, il direttore sanitario e quello amministrativo».

Che cosa significò per lei questo cambiamento?

«Costituì i prodromi dello sviluppo apicale della mia carriera e della realizzazione del mio sogno».

Ci spieghi.

«Ero diventato aiuto di chirurgia generale e il primario fu sostituito da un pari grado proveniente dall’ospedale di Torre del Greco. Diventai il suo braccio destro ma non riuscivo ad avere l’autonomia che desideravo soprattutto nel mio campo di epatologo specializzato in malattie infettive. Il direttore sanitario, che mi apprezzava per serietà e competenza, notò il mio disagio e iniziò a farsi sostituire da me sempre più frequentemente. Quando maturarono condizioni e tempi perché lui lasciasse quell’incarico per assumere la direzione generale, mi chiese se volessi prendere il suo posto. Ebbi solo qualche attimo di esitazione perché avrei dovuto abbandonare l’attività di medico, ma la proposta era importante e il posto da ricoprire molto prestigioso. Accettai e l’1 ottobre 2003 ebbi la nomina a direttore sanitario».

Di cosa si occupa il direttore sanitario?

«È il garante ultimo dell’assistenza sanitaria ai pazienti e del coordinamento del personale sanitario operante nella struttura. Inoltre, è il dirigente più alto in grado per “dirigere l’ospedale cui è preposto ai fini igienico-sanitari”».

Per quanto riguarda la realizzazione del suo sogno?

«Nel 2006 il primario di chirurgia generale andò in pensione. A quel punto ci fu una riorganizzazione e il reparto di medicina fu accorpato a quello di cardiologia assumendo una connotazione di reparto più votato alla medicina d’urgenza e alla cardiopneumologia. Rimase vuota la casella dell’epatologo. Fu creata un’unità autonoma di epatologia con quattro posti letto scorporati dalla chirurgia e me ne fu affidata la responsabilità. Ero, quindi, contemporaneamente direttore sanitario e direttore del Centro autonomo di epatologia. Le mie giornate lavorative non terminavano mai, ma avevo realizzato con grande soddisfazione il mio sogno: avere un reparto di epatologia tutto mio».

Quanto tempo è durato il doppio incarico?

«Nove anni, poi ho dovuto rinunciare alla responsabilità dell’epatologia perché il lavoro da svolgere nella duplice funzione era diventato troppo gravoso. Nel 2015 mi sostituì un giovane gastroenterologo che si era spontaneamente proposto a noi, terza generazione di illustri medici: il dottore Giovanni Claar. Sta ottenendo notevoli risultati e nonostante abbia maturato l’esperienza necessaria per andare in un ospedale più grande, ha deciso di rimanere con noi. La sua decisione è un’ulteriore dimostrazione di quanto grande sia la stima nei confronti della nostra struttura».

Opera in un ospedale di frontiera. Quanto è difficile?

«Siamo una struttura sanitaria con numeri importanti: 50mila accessi l’anno al pronto soccorso e 158 posti letto. Siamo sede di specializzazione. Abbiamo tre terapie intensive: adulti, neonatale e coronarica. Siamo centro nascite con oltre duemila nati all’anno malgrado la forte flessione dell’indice di natività. Abbiamo la più bassa percentuale di cesarei nelle primipare con il 18% e abbiamo anche la gravidanza a rischio. Da noi vengono persone da tutte le parti e di tutte le estrazioni sociali e non facciamo selezioni o scelte se non di carattere esclusivamente medico. La mia formazione, a partire dall’infanzia, mi facilita nel comprendere le esigenze del singolo e riesco quasi sempre a instaurare un rapporto di empatia sdrammatizzando anche le situazioni più critiche. Ho imparato nel tempo quel linguaggio dei “segni e dei gesti” che dice molto più delle parole e che caratterizza una categoria particolare della nostra gente che amo in ogni caso e dalla quale ricevo lo stesso rispetto che le porto. Tutto questo mi aiuta ogni giorno e tiene alto e immutato l’entusiasmo e la passione per il mio lavoro, a prescindere dalle indubbie difficoltà».

Oggi è un manager, ma resta sempre un “discepolo” di Ippocrate. Chi è per lei il medico?

«Faccio mio il pensiero del mio mentore, il professore Piccinino: “Fare il medico non è una missione ma una professione di alto valore etico”».