Cesare Bruschini (nella foto) è laureato in chimica industriale con indirizzo in ingegneria di impianti per la sintesi di materie plastiche. È stato direttore della multinazionale americana 3M in Italia e nella sede europea di Bruxelles. È stato consulente di diverse aziende del settore. È stato campione italiano di pattinaggio artistico a rotelle e di canottaggio in K1. Ha fatto vela, golf, canottaggio in K1 e K2, ha il brevetto di sub e continua a praticare nuoto, tennis e bridge. «Sono nato a Napoli, a Santa Lucia, con grande travaglio di mamma perché ero molto grande. Lo ha ricordato fino a quando ha terminato di vivere! Papà Ernesto, per accontentare suo padre che era professore di clinica medica all’attuale Federico II, si laureò in medicina. Dopo avere esercitato per un anno abbandonò la professione e si diede al giornalismo, sua antica passione. Poco prima che iniziassero i bombardamenti della seconda guerra mondiale a Napoli, andammo come “sfollati” a Bologna e papà iniziò a collaborare con “Il Resto del Carlino”. Avevo poco più di due anni e i miei genitori, diventato più grande, mi raccontarono che, quando anche Bologna fu bombardata, insieme a centinaia di persone ci rifugiammo in una grande grotta poco fuori le mura della città, nella zona chiamata Meloncello dal nome dell’omonimo Arco che era una struttura rococò del XVIII secolo. All’interno di quel grande antro i miei aveva recintato una piccola zona con lenzuola e coperte, per salvare la privacy della famiglia. Costruii nella mia mente questa immagine raccontata e la tengo impressa con tristezza nella memoria come una fotografia in chiaro scuro. Finita la guerra rientrammo a Napoli e andammo ad abitare al Vomero».

Ha studiato quindi in istituti del quartire collinare?

«Solo le scuole inferiori che ho fatto a via Luca Giordano ai tempi in cui passava il tram che si arrampicava per via Scarlatti fino a piazza Vanvitelli e terminava la sua corsa nello slargo di San Martino. Giocavo per strada con i miei coetanei nei giardinetti che circondavano piazza degli Artisti. Ho un cattivo ricordo di quando si organizzavano partitelle di calcio».

Perché?

«Papà non solo era tifoso del Napoli ma era anche un bravo calciatore. Il suo ruolo era ala destra e aveva giocato ai tempi dell’indimenticabile Attila Sallustro, il bomber paraguaiano naturalizzato italiano. Mio padre era miope e scendeva in campo con i pince-nez attaccati al naso. Li toglieva quando doveva colpire il pallone di testa e poi li rimetteva! Ogni volta che organizzavamo una partitella mi faceva indossare una divisa da calciatore completa e calzare le scarpette con i tacchetti. Ero diventato lo zimbello dei miei compagni che mi prendevano a fischi. Mi vergognavo al punto da non riuscire a giocare. Voleva che mi appassionassi al calcio ma lo delusi. In compenso divenni molto bravo nel pattinaggio artistico su rotelle».

Come si avvicinò a questo sport decisamente di nicchia?

«Una conoscente di famiglia, la signora Clarissa Grimaldi, aveva una scuola di pattinaggio artistico su rotelle e papà mi iscrisse. Pattinavamo allo stadio Collana e la scuola era abbastanza importante perché la figlia della proprietaria era stata campionessa europea. Sono sempre stato uno spericolato e imparai a fare salti e acrobazie. Cominciai a vincere competizioni locali e regionali fino a diventare campione d’Italia a soli 14 anni. L’anno successivo, in coppia con Olga Siniscalco, arrivammo secondi ai campionati italiani di coppia. Ma quello sport per papà non era propriamente adatto a un maschio e decise di portarmi con lui al Circolo Canottieri Napoli dove era consigliere al canottaggio. Suo fratello maggiore faceva parte di quel gruppetto che nel 1914 aveva fondato il sodalizio del Molosiglio. Ebbe inizio la mia avventura come agonista con i colori giallorossi».

Come canottiere?

«Cominciai con la iole nel quattro con e partecipai alla Coppa Giancoli, ma non avevo il fisico adatto per quel tipo di imbarcazione. Un atleta, che aveva dieci anni più di me, Antonio Lo Russo, mi spinse a provare il K1 che è una canoa. Iniziai a seguirlo nei suoi allenamenti e diventai bravo. Al circolo eravamo tre o quattro a praticare questa specialità. Mi divertivo molto soprattutto quando il mare era agitato. Avevo sedici anni e iniziai a vincere diverse gare regionali. Conobbi Angelo Porcaro, che è stato grande canottiere e poi allenatore. Alle sei del mattino andavamo al circolo in bicicletta per fare allenamento e poi sempre in bici a scuola. All’epoca frequentavo il liceo scientifico Mercalli, a via Andrea d’Isernia e spesso mi addormentavo sul banco».

Nel 1958 conquistò il titolo italiano Allievi in K1 e l’anno dopo fu selezionato dall’allenatore ungherese Kalmar Blaho come P.O. per le Olimpiadi di Roma del 1960.

«È stato un momento magico nella mia vita da sportivo. L’allenatore federale mi convocò per gli allenamenti collegiali e per le successive selezioni a Sabaudia, a Castel Gandolfo e ad Auronzo di Cadore, sul famoso lago Misurina che si trova ai piedi delle tre cime di Lavaredo. Non riuscii per pochissimo a ottenere i tempi per la qualificazione olimpica ma vissi un’esperieza sportiva e umana di enorme importanza per la mia formazione».

Ritornando agli studi, si avvicinava la maturità scientifica.

«Papà aveva deciso di farmi fare il salto del quinto anno per avere più spazio da dedicare agli allenamenti. Raggiunsi l’obiettivo e gli manifestai l’intenzione di iscrivervi a medicina. Ma demolì letteralmente questa mia aspirazione».

Perché?

«Mi disse che durante il suo periodo milanese aveva intervistato un conducente di tram che era laureato in medicina. Ricordo le sue parole come se fosse ieri: “Metti una targa sotto il palazzo con scritto Cesare Bruschini- Medico. Puoi aggiungere anche nipote del professore Ernesto Bruschini Docente di Clinica medica. Non avrai clienti perché nessuno ti conosce. Come sbarcheresti il lunario?”. Demoralizzato decisi di iscrivermi a Chimica Industriale perché al liceo quella materia mi era piaciuta molto».

Continuò a fare canoa agonistica?

«Arrivai secondo nel K2 con Angelo Porcaro ai campionati Italiani di Pallanza nel 1962. Partecipai ai Giochi del Mediterraneo a Bari e, sempre con Angelo, vinsi i Campionati Italiani Universitari. Fu l’ultima competizione agonistica alla quale partecipai perché gli studi erano diventati troppo impegnativi».

Cinque anni del corso di laurea. Con quale specialità ha conseguito il diploma?

«Mi sono laureato in chimica industriale con indirizzo di ingegneria di impianti per la sintesi di materie plastiche». Dopo la laurea che cosa ha fatto? «Iniziai a lavorare presto perché superai un colloquio alla 3M, un’azienda multinazionale statunitense che opera nel settore industriale, producendo prodotti e soluzioni come adesivi, abrasivi, pellicole rifrangenti, protezioni antincendio, prodotti dentali, materiali elettrici e circuiti elettronici. Da poco aveva aperto uno stabilimento a Caserta e fui assunto come tecnico. Mi appassionai subito a quel tipo di lavoro e poco dopo tempo fui mandato negli Usa per partecipare a un progetto particolare. Partii con mia moglie Annamaria e il piccolo Roberto, il nostro primogenito. Andammo in Minnesota, stato conosciuto come la terra dei 10mila laghi. Prendemmo casa a Saint Paul, conosciuta insieme a Minneapolis come una delle Twin Cities (“città gemelle”)».

Qual era il progetto?

«La realizzazzione di un macchinario che producesse in automatico le audiocassette eliminando in tal modo l’assemblaggio manuale. Lo realizzammo in un anno e poi rienrai in Italia per curarne l’istallazione nello stabilimento di Caserta. Mi muovevo con un gruppo di colleghi con un aereo privato della 3M quando si trattava di motivi di lavoro e privatamente con moglie e figlio. Abbiamo girato gran parte degli States maturando un’esperienza lavorativa ma anche culturale di rilevante importanza».

La sua carriera era in continua ascesa tant’è che fu nominato responsabile dello stabilimento.

«Inizialmente avevo mille dipendenti che si ridussero a ottocento quando istallammo un secondo macchinario. La produzione era avviata e mi fu chiesto di andare a Bruxelles nella sede 3M Europa».

Con quale compito?

«Direttore della qualità di tutti i circa dieci stabilimenti sparsi per l’Europa. Questa volta mi trasferii da solo anche perché la famiglia era cresciuta con il secondogenito Vittorio. Mantenni una responsabilità importante a Caserta e in questo modo il venerdi prendevo l’aereo per Napoli e il martedì successivo rientravo a Bruxelles partendo da Caserta».

Quanto tempo è durato quest’incarico?

«Tre anni e mezzo, poi tornai in Italia e fui nominato direttore dello stabilimento di Sulmona dove si producevano prodotti per la stampa. Ero responsabile anche degli stabilimenti di Genova e di quello vicino Parigi dove c’era analoga produzione. Mi avviavo al raggiungimento della quiescenza e mi dissero di andare nella sede di Milano per curare l’aggiornamento degli inventari dei materiali al fine di eliminare quelli diventati obsoleti. Sarei dovuto andare anche a Rotterdam, una città che conoscevo e che ritenevo invivibile, soprattutto per il pessimo clima».

Accettò?

«No, e trattai il pensionamento anticipato di qualche mese. L’ottenni con una serie di benefici anche di natura economica». Smise di lavorare? «Assolutamente no, perché mi sentivo ancora pieno di energie e di voglia di fare. Diventai consulente dello stabilimento di Vasto della multinazionale inglese Pilkington, produttrice di vetri per auto e per l’edilizia. Il mio rapporto che doveva durare un anno si è protratto per un decennio».

Ha fatto ancora altro?

«Sì, il sales director della Teknisolar che produce il laminatore per pannelli fotovoltaici. Tra l’altro abbiamo progettato per la PPG Industries, un’azienda statunitense attiva prevalentemente nel settore chimico e vetrario, la costruzione di uno stabilimento in Polonia per la produzione dei vetri per autovetture».

Quando ha deciso di smettere di lavorare?

«Quando ho spento settantanove candeline. Da allora mi dedico alla famiglia intensamente, cioè moglie, figli e nipoti. Continuo a fare sport al circolo Canottieri con la dovuta moderazione, ma mi limito al nuoto, al tennis e al bridge».

Qual è il segreto di questa non comune vitalità?

«Oltre al rispetto dei valori alla base di una corretta convivenza civile, l’ottimismo e il supporto continuo e costante che mi ha dato e continua a darmi Annamaria. È una grande donna, una grande moglie, una grande madre e una grande nonna».