È musicista, cantante, autore di musica e testi, attore, regista, scrittore, subacqueo di importanza nazionale, commendatore della Repubblica. Insegna all’università di Benevento “Storia della canzone napoletana” e il corso di laurea triennale/quinquennale si tiene al Conservarorio “Nicola Sala”. Carlo Missaglia è autore di tre libri: “Capri mare e amore”, “Come si ride a Napoli”, realizzato insieme a Renzo Arbore e Vittorio Marsiglia, “La canzone napoletana”. Poi ha scritto un libro con le trascrizioni per chitarra e voce di canzoni napoletane fino alla fine dell’Ottocento. Sono i primi quattro dischi della sua Antologia Napoletana che ne contiene dieci. È appassionato esperto della storia di Napoli e recensisce spettacoli teatrali. «Sono nato al Vomero durante la seconda guerra mondiale e in un giorno in cui ci fu un pesante bombardamento, come appresi tempo dopo dalla stampa dell’epoca. Questo drammatico fatto è la giustificazione che uso per miei comportamenti a volte non “convenzionali”. Abitavo in via Donizetti 5, strada che originariamente si chiamava via Tre Tre, toponimo di cui ignoro le origini e il significato, e poi viale delle Acacie. La scuola secondaria l’ho fatta al Sannazaro, in via Puccini; le superiori, parzialmente, in semiconvitto ai Salesiani di via Scarlatti e poi al liceo artistico. Il Vomero di quegli anni era completamente diverso dal quartiere che vediamo oggi. Per noi di via Donizetti, piazza Vanvitelli era lontana e per fare il giro via Scarlatti-via Bernini-via Giordanovia Cimarosa, ci si impiegavano almeno tre ore. Tutti conoscevano tutti e le soste per i saluti erano continue. Oggi lo stesso percorso si fa in una trentina di minuti. A fianco dello storico liceo Sannazaro c’era un spiazzo dove con i miei coetanei giocavo a calcio con un pallone di pezza. In quell’area “sfravecata” ora c’è la scuola media Viale delle Acacie. Sono storiche le sassaiole, cruente, che facevamo con i coetanei del Petraio. Ci divertivamo così».

Quando scoprì la sua vena artistica?

«Ai Salesiani quando avevo 14 anni. Ebbi il prestigioso incarico di scenografo del teatro che si trovava all’interno dell’Istituto. Era uno spazio artistico importante perché prima che arrivassi io c’erano passati i fratelli Giuffrè, Carlo Croccolo e altri artisti importanti. Non dimentichiamo che il Vomero ha dato i natali a Roberto Murolo, Alighiero Noschese, Gloria Christian, Antonio Cifariello, Fausto Cigliano, Armando Romeo, solo per citarne alcuni. Imparai a costruire le vetrate con il cellophane. Ci buttavo l’acqua sopra e quando si asciugava quel foglio si stirava e divantava simile al vetro. Mi inventai il suono del tuono facendo cadere e rotolare dietro le quinte i manubri con i pesi che si usano tutt’ora nelle palestre. Quel palcoscenico è stata la mia scuola di teatro che mi ha consentito di fare l’attore e più tardi il regista. Su quelle tavole ho interpretato la Madonna nella “Cantata dei pastori”, messa in scena da Filippo Furia, padre di Giacomo, e ho partecipato alla pièce “I ragazzi della via Pal”, tratta dall’omonimo romanzo di Ferenc Molnár. Insieme a me recitavano anche Carlo Alemi, Gerardo Cantore e Umberto Boselli».

E la chitarra, la sua inseparabile compagna?

«Sempre in quel periodo conobbi, oltre a Umberto, Aldo Berardinelli e poco dopo Mario Salluzzi, fratello di Enzo, pianista di Peter Van Wood. Erano tutti musicisti e mi unii a loro e cominciai a suonare la chitarra e a cantare. Ci “trasferimmo” vicino alla funicolare di Chiaia, di fronte al bar Sangiuliano che ora non esiste più. Lì conobbi “i ragazzi della Funicolare” sui quali è stato scritto anche un libro. Conservo gelosamente la tessera di iscrizione all’Enal, il circolo di bigliardo, ping pong e bigliardino, che si trovava nella traversa che fiancheggia la funicolare e che porta a Villa Lucia: altro indimenticabile punto di incontro. In quel contesto conobbi Guglielmo Ruta, fratello del musicista Totò Ruta che viveva a Milano dove aveva un’importante orchestra ed era il proprietario di un locale famoso, lo “Storck”. Creai il primo gruppo con lui alla batteria che, per la verità, non suonava proprio bene, Nando Murolo voce, Alfredo, di cui non ricordo il cognome, al pianoforte, Gianni De Luca al basso e io con la chitarra».

Quando avvenne la prima esibizione?

«Al matrimonio di una parente del signor Matino, un uomo bassino con i baffetti, padre del monsignore Gennaro Matino e proprietario della macelleria che si trovava a via Bernini, tra la storica trattoria degli artisti di don Totonno Sica e l’antica e famosa pizzeria Gorizia. Il ristorante dove si tenne il ricevimento era “Renzo e Lucia” a San Martino. Il nostro non fu proprio un successo e quando Gugliemo chiese a Matino come fosse andata l’esibizione questi gli rispose: “sentite nun aggiu capito niente, avite cominciàt in nu’ modo e finito in nu’ altro. So sul ca’ teng nu’ cazzo e’ male e’ cape”. Poi incontrai Fulvio Trapani, un batterista vero, e insieme ad Alfredo c’apparammo nu’ poco».

E la prima esperienza “fuori porta”?

«Non avevo ancora diciotto anni e d’estate insieme a Mario e Brunello Morrica andammo a Ponza. Eravamo squattrinati come la maggior parte dei ragazzi dell’epoca e facemmo un campeggio libero piantando la tenda in uno slargo che si affacciava sul mare. Tra il serio e il faceto, per darci tono, dicevamo in giro che abitavamo in una villa sul mare. Una sera nel gruppo si “materializzò” una chitarra e mi misi a suonare e cantare. Ben presto intorno a noi si formò un capannello. Tra le persone c’era il proprietario del ristorante “La Cernia” che si trovava sul porto. Mi propose di cantare da lui offrendomi duemila lire a serata, più vitto e alloggio. Toccai il cielo con un dito perché a quei tempi erano soldi veri. Al rientro ripresi gli studi ai Salesiani ma poco dopo lasciai l’istituto e mi iscrissi al liceo artistico di via Costantinopoli, nello stesso plesso dell’Accademia delle Belle Arti».

Mentre frequentava il liceo fece la scelta della sua vita. Abbandonò gli studi e si diede al professionismo.

«Il 15 ottobre del 1959 ebbi la tessera di artista come lavoratore dello spettacolo: cominciai a guadagnare e a pagare le tasse».

Il debutto come professionista dove avvenne?

«Nel nigth del “Grande Albergo” di Roccaraso insieme a Fulvio Trapani e con l’orchestra di Sandro Brancaccio. Era il primo Natale da professionista e il nostro repertorio spaziava dalla canzone napoletana ai classici americani, molto in voga in quegli anni, passando per i ritmi brasiliani. Poco tempo dopo il mio rientro a Napoli mi chiamò Gianni Vogelsang, un amico svizzero, ottimo musicista. Mi propose di prendere il suo posto nel complesso i “Tre più Due” che in primavera doveva fare una tournée sulla costiera amalfitana. Accettai di buon grado. Suonammo a Vietri all’inaugurazione dell’“Hotel Baia” e successivamente al “Tritone” di Praiano. Ricordo che tornavo a casa con la mia moto Benelli 500 da competizione. Per me non era iniziato ancora il periodo delle automobili».

Quando lasciò i “Tre più Due?

«A settembre mi chiamò Sandro Brancaccio e mi disse che dovevamo andare a suonare insieme alla “Casa Rossa” di Anacapri per un mese. I “Tre più Due” volevano uccidermi perché mi ero perfettamente inserito nel gruppo ma non mi lasciai convincere e me ne andai. Arrivammo a Capri in una giornata in cui ci fu un nubifragio che voleva strappare l’isola dal mare. In quei giorni Sofia Loren stava girando le scene per il film “La Baia di Napoli” e la conobbi. Girava in un macchinone americano. Mi sentì Michele Russo, un bravo musicista che stava con Peppino Di Capri, e mi chiese di suonare all’“Eden Bar”, di fronte al “Quisisana”. Mi feci raggiungere da Fulvio Trapani con la batteria e con lui e Michele al pianoforte cantavo accompagnandomi con la chitarra. Avemmo un grande successo al punto che la proprietaria del “Quisisana” ci volle a suonare nel suo hotel per tutto novembre e dicembre. Fu un periodo molto bello anche a livello di vita mondana».

A questo proposito le ragazze capresi misero in giro una strana voce.

«Io e Fulvio Trapani stavamo sempre insieme ed eravamo due bei ragazzi. Le isolane pensavano che fossimo gay e sparsero la voce che eravamo amanti. Lo venimmo a sapere e una sera, dopo aver suonato, ci appartammo con due ragazze in un vicolo. Quella che stava con me a un certo punto rivolta all’amica esclamò: “l’ho provato, è maschio!”. Ci scappò una grande risata e fu sfatata la diceria».

Rientrato a Napoli venne la chiamata dei “Mattatori”.

«Era un complesso che all’epoca andava fortissimo. Era più o meno ai livelli di Peppino di Capri. Facemmo l’apertura del night di “D’Angelo” a via Aniello Falcone e da lì passammo a Capri. In quel periodo sottoscrissi un contratto con la casa discografica VIS Radium e incisi un 45 giri. Sul lato A c’era “Astrignute” e sul B “Parole”, enrambe di Boselli e Lillino Tammaro. Un giorno un amico ci portò un ragazzo e ci chiese di farlo lavorare perché ne aveva bisogno. Era Lucio Battisti. Gli insegnai tutto quello che sapevo fare».

Aveva l’esigenza di promuovere il suo disco. Lasciò i “Mattatori” e formò un’orchestra che chiamò “Carlo Missaglia”. Andò in finale al Festival di Napoli. Si esibì in tutti i famosi locali cittadini e andò a suonare nel migliore ritrovo di Riccione, il “Villalta”, paragonabile a “La bussola” di Viareggio. Rientrato a Napoli, però, decise di abbandonare l’orchestra e la chitarra. Perché?

«Ero esaurito e non sopportavo più la gente. Sono stato circa tre anni senza suonare. Per tutto quel tempo lavorai in una finaziaria di Agnelli, la SICI. In breve ebbi alle mie dipendenze 56 collaboratori. Poi durante una cena a casa di Mimmo Di Francia, a via Palizzi, il mio amico Peppino Di Capri mi fece ritornare sui miei passi e al vecchio amore: la chitarra».

Cosa le disse Peppino?

«Mi chiamò in disparte e mi disse: “devi fare un disco perché tu hai il dovere di cantare. Uno che canta come te non può stare fuori dal giro. Ti devi rimettere a cantare”. Gli risposi: “Pè nun teng propeto a’ capa”. Ma mi convinse e feci un Lp prodotto con la sua etichetta dal titolo “Napoli a modo mio”. Un amico, Attilio Magrì, grande viveur, mi fece fare un contratto a Capri a 30mila lire a sera, quando normalmente il cachet si aggirava intorno alle 7/8mila lire, e ripresi a suonare nelle Taverne. La prima fu la “Taverna di Satana” ma non mi trovai bene. Passai al “Settebello”, di proprietà di Anna Smiraglia, cugina di Peppino Di Capri. Mi misi cu a’ capa e cu o’pensiero. Ero io e la chitarra, non dovevo dare conto a nessuno e potevo gestirmi in assoluta autonomia e libertà. Per venirmi a sentirmi bisognava prenotarsi 7 giorni prima».

Quando ha fatto la prima tournée all’estero?

«Durante una serata a Sorrento conobbi un pezzo grosso della “Ciga Hotel” si chiamava Del Balzo. Mi propose di fare una tournée in Brasile, era il 1976. Poi ho girato il mondo in lungo e in largo». Iniziarono anche le collaborazioni con le radio libere e le emittenti private. «Cito le trasmissioni “Caffè di notte” e “Napoli nel mondo” per Radio Antenna Capri; “Madre Napoli” e “Napule ca nun more” per Canale 21; per la Rai Radio 3 Suite ho condotto “Cu ’na voce e ’na chitarra”; su Rai Sat ho condotto con Antonio Lubrano “Allora Napoli”, trasmissione sulla canzone napoletana».

Quanto tempo è stato insieme a Vittorio Marsiglia?
«Tre anni e abbiamo fatto le “estive” con Tonino Esposito al pianoforte. Io facevo le canzoni che fanno piangere, Vittorio quelle che fanno ridere. Insomma Napoli a tutto tondo cantando, sognando, ridendo».

È uno dei sub più apprezzati a livello nazionale e le si devono importanti scoperte. Quali?

«Ho scoperto nelle acque di Baia una nave romana e di fronte a Punta Epitaffio un gruppo marmoreo con le statue di Ulisse e Baio mentre ubriacano Polifemo. Sono esposte nel Museo del Castello di Baia. Quando Mike Bongiorno veniva a Capri facevamo immersioni insieme con la sua barca “Ekim”».

Cosa sta facendo attualmente?

«Sto scrivendo un libro “Da Cuma a Piazza Garibaldi e dal Vomero a Santa Lucia”. È un percorso storico sulla falsariga di quello che ho scritto per Capri».

C’è qualche cosa che ricorda in modo particolare?

«Il giudizio che diede su di me, quando avevo 18 anni, il letterato e docente napoletano Antonio Altamura. È l’ultimo discendente dell’artista Saverio Altamura, pittore e patriota dell’800, che ha fortemente legato il suo nome al risorgimento politico ed artistico dell’Italia ed è l’autore del Dizionario Dialettale Napoletano. Disse nella lingua napoletana che amava tanto: “è bravo chistu uaglione quann canta e suona ma ha na’ cosa in più, approfondisce perché vuole sapé e nun si accontenta”. Me lo ha riferito un amico che collaborava con lui poco tempo fa».