Laureato in medicina e chirurgia, Donato Gamba (nella foto) è specializzato con lode in chirurgia maxillofacciale. È autore di numerosi pubblicazioni scientifiche, ha partecipato a congressi e a casi di chirurgia orale ed implantologia in Europa e in America. «Sono nato al Vasto, un quartiere popolare di Napoli, e faccio parte di una famiglia numerosa. Papà è odontotecnico e mamma casalinga. Poi ci trasferimmo ai Ponti Rossi. Da ragazzino frequentavo il Borgo Sant’Antonio Abate dove avevo tutti gli amichetti con i quali giocavo a pallone. Per le partite più importanti, andavamo al bosco di Capodimonte che conosco come le mie tasche. Se facevamo filone a scuola, quando le condizioni del tempo lo consentivano, organizzavamo la “varchiata”. Fittavamo una barca a remi a Marechiaro e facevamo i bagni portandoci la colazione: la tradizionale frittata di maccheroni e qualcuno pane e “puparuoli”. Lì ho imparato a fare la pesca in apnea ed era festa grande quando si stanava un polpo dalla sua tana tra gli scogli».

Dove ha studiato?

«Le elementari le ho fatte alla Dante Alighieri, a piazza Carlo III. Nella scuola e nel dedalo delle vie contigue furono girate alcune scene del film di Nanni Loy “Le quattro Giornate di Napoli”. Studiavo perché mia madre ci teneva moltissimo, ma fondamentalmente ero molto svogliato. Facevo parte di quella categoria di ragazzi per i quali i professori dicevano “potrebbe fare molto di più”. Era vero perché quando mi ci mettevo primeggiavo. Alle medie, che ho frequentato sempre in zona, ero il migliore in latino. Le superiori le ho fatte al liceo Scientifico. Avrei voluto fare il Classico ma era troppo lontano da casa e non c’era la possibilità economica di prendere i mezzi pubblici. Per lo stesso motivo non potetti accettare l’invito di un istruttore del circolo Canottieri Napoli che voleva che andassi da lui, al sodalizio del Molosiglio, per fare canottaggio. Riteneva che avessi il fisico adatto per praticare quello sport».

Dopo la maturità scientifica che cosa decise di fare?

«Mi iscrissi alla facoltà di medicina, al vecchio Policlinico, oggi Università Vanvitelli».

Una scelta molto impegnativa. Perché?

«Per due motivi. Il primo fu rispondere a una domanda che un giorno mi fece mia madre e che presi come una sfida. Mi chiese: “Cosa vorrai fare da grande?”. Le risposi: “nulla”. Lei aggiunse: “Allora puoi fare qualsiasi cosa. Tanto vale che ti iscrivi a medicina”. Il secondo per accontentare mio padre che desiderava vedere in me quello che lui sarebbe voluto diventare professionalmente, un dentista, e non gli era stato possibile».

Come affrontò i primi esami?

«Inizialmente il mio atteggiamento era il solito: svogliato e poco interessato. Mano mano che andavo avanti mi resi conto che se volevo raggiungere l’obiettivo dovevo prestare maggiore partecipazione e attenzione anche perché l’obbligo di frequenza non dava alternativa. In questo frangente ebbi la conferma di avere una qualità innata che è quella di raggiungere il massimo con poco sforzo. Apprendevo con estrema facilità e con una rapidità impressionante. In questo ero favorito da una notevole memoria visiva. Mi era già capitato al liceo, soprattutto con il latino, ma non avevo dato grande importanza alla cosa perché apprezzavo solo il fatto che avevo più tempo, rispetto ai miei compagni di classe, da dedicare ad altro. Inoltre a mio favore giocava un aspetto molto importante del mio carattere: l’orgoglio. Non mi va di sfigurare quando decido di fare qualche cosa, innanzitutto con me stesso».

Quando si è appassionato a quel tipo di studi?

«Dopo gli esami del primo anno e fu una sensazione particolarmente bella che ancora oggi non riesco a definire. Mi sentii come un predestinato e dissi a me stesso che non avrei potuto fare altro che il medico. Ero pieno di entusiasmo e non volevo che si frapponessero ostacoli sul mio percorso. Per questo motivo decisi di rinunciare al rinvio del servizio militare e partii per assolvere agli obblighi di leva».

I dodici mesi “sotto le armi” costituirono un problema?

«Assolutamente no. Ritornai all’università più motivato che mai. Facevo il soldato semplice e questo mi consentiva anche di studiare. Poi ho fatto un’esperienza unica: mi sono lanciato con il paracadute due volte nelle esercitazioni del Corpo dei parà».

Quale branca le interessava maggiormente?

«La medicina interna. Gli esami di patologia medica e di patologia chirurgica mi introdussero nel meraviglioso mondo della conoscenza del complesso apparato del corpo umano e dei meccanismi del suo funzionamento».

Però si laureò con una tesi sulle patologie del cavo orale. Perché?

«Per realizzare il sogno di mio padre. Era il primo passo per potermi iscrivere alla scuola di specializzazione in odontoiatria. La famiglia Gamba, così, avrebbe avuto il “suo” dentista».

Ma cambiò idea e scelse la scuola di Specializzazione in chirurgia maxillo-facciale. Per quale motivo?

«La ritenni più completa e mi consentiva di conservare l’approccio medico-chirurgico. Non a caso la specialità in chirurgia maxillo-facciale dura cinque anni mentre quella in odontoiatria si conclude in tre anni».

Ce la descrive in sintesi?

«É una specialità che si focalizza sulle problematiche della struttura e della funzione dei mascellari (il cui nome scientifico è maxille), e sui problemi esteticofunzionali dei denti, della bocca e della faccia».

Chi è stato il suo maestro?

«Il professore Sergio Tartaro che per me è stato anche un maestro di vita. Con noi specializzandi aveva sempre un rapporto formale e professionale permeato di una non comune eleganza. Non dava mai la mano a nessuno. Apprezzava chi vestiva con giacca e cravatta e curava il proprio aspetto. Non era facile entrare in sala operatoria con lui. Aveva le sue abitudini e normalmente andava al Policlinico dopo essere stato, di buon ora, al circolo Canottieri Napoli a fare allenamento. Dopo poco tempo capii che la chiave per entrare nelle sue grazie era farsi trovare fuori della sala operatoria qualche minuto prima che arrivasse. Facevo così ogni mattina e sistematicamente quando mi incontrava mi diceva: “Gamba mi segua”. Vederlo all’opera era un vero spettacolo. Oltre alla profonda conoscenza della materia aveva i requisiti indispensabili per potere fare il chirurgo: il coraggio e la rapidità di decidere in situazioni che andavano oltre la routine. Ricordo quando si trovò di fronte a una violenta emorragia di un’arteria sottolinguale. Eravamo tutti spaventati ma lui, dopo un attimo di meraviglia per l’improvvisa complicazione, fermò l’emorragia pinzettando l’arteria e facendo la manovra del nodino con il filo di seta. Ne rimasi affascinato. Tartaro diceva: “Quando andate di fretta muovetevi lentamente. La bocca è piccola non è la pancia. Non ci puoi arrivare con le mani ma solo con i ferri”».

Per due anni ha svolto anche funzioni di primario, ma poi rinunciò a partecipare al concorso nazionale. Perché?

«Quando mi sono specializzato, in Italia c’erano pochi chirurghi maxillo-facciali. Dalla scuola di Napoli, che è stata la prima e la fondò il professore Costantino Giardino, ne uscivano non più di cinque ogni volta. Spesso cliniche convenzionate avevano bisogno di uno specialista. Tra queste c’era la Clinica San Giuseppe di Praia a Mare, nell’alta Calabria tirrenica. Ci andava il professore Tartaro, e poiché ero diventato il suo pupillo, mi chiedeva di accompagnarlo. Quando smise di andarci incaricò me di sostituirlo e per due anni ho svolto le funzioni di primario. Nel frattempo era stato bandito a livello nazionale un concorso di primario e il professore mi iscrisse di sua iniziativa. Un giorno mi telefonarono dalla segreteria concorsi del Ministero comunicandomi la data in cui dovevo presentarmi per sostenere la prova d’esame. Trascorsi quei pochi giorni che precedevano la seduta di esami tra insonnia e incertezze. Da un lato mi vedevo già tra i più giovani primari d’Italia, dall’altro mi preoccupavo perché quel prestigioso incarico mi avrebbe impegnato a tempo pieno lasciandomi pochissimo spazio per “vivere” da uomo libero come mi sono sempre considerato. Alla fine, tra lo stupore e l’incredulità della mia famiglia, dello stesso professore Tartaro e degli amici, rinunciai e optai per la professione privata».

Aprì, quindi, uno studio.

«Mi proposero di diventare azionista della Clinica Ruesch il che mi consentiva di aprire uno studio privato nella stessa casa di cura. Accettai. Dopo dieci anni andai via perché la clientela era aumentata ed erano conseguentemente sorte nuove esigenze. Aprii l’attuale studio di via San Carlo, di fronte alla Biblioteca Nazionale».

Alla Ruesch si è affermato come massima espressione della moderna implantologia. Cos’è?

«In poche parole consiste nella sostituzione dei denti perduti inserendo radici artificiali in titanio, solitamente a forma di cono o cilindro filettati. Agli inizi del secolo scorso Greensfield e Paine praticavano negli Usa i primi impianti dentali, ma l’impulso alla moderna implantologia venne dalle ricerche dei pionieri svedesi e americani (Dahal, Linkow) negli anni ’40, ’50, ’60 e soprattutto dalla scuola italiana che ebbe il massimo sviluppo tra gli anni ’60 e ’80, periodo in cui prese le mosse la scuola svedese di Branemark».

Come è strutturato il suo studio?

«Mi avvalgo di un’equipe composta da persone altamente qualificate che mi consentono di effettuare interventi di implantologia in grado di soddisfare tutte le esigenze e problematiche del singolo paziente con il minimo trauma e in un tempo unico. Fino a poco tempo fa occorrevano mesi se non anni. Sono tutti eseguiti in anestesia logo-regionale e ove fosse necessario in sedazione cosciente. Usiamo moderni mezzi di indagine radiologica digitale, a basso dosaggio di emissione di raggi X».

Perché ricorrere all’implantologia endossea?

«Questa moderna tecnologia ha sostituito quasi del tutto la protesi mobile. Dalla sostituzione del singolo elemento nella stessa seduta dell’estrazione (implantologia post-estrattiva a carico immediato) alla totale sostituzione dei denti di un’arcata con 8, 10 impianti (fixture) e la costruzione di una perfetta ed estetica dentatura fissa. È possibile applicare immediatamente con fixture in titanio, una protesi fissa provvisoria che evita il disagio di rimanere senza denti durante il periodo che occorre per l’osteointegrazione e la guarigione».

Al di fuori della professione ha un interesse particolare?

«Leggo moltissimo. È una passione che mi ha trasmesso mia madre. Ricordo che quando studiavo lei mi faceva compagnia seduta in poltrona leggendo. Mi comporto alla stessa maniera quando mia figlia Rossella studia. Mamma lo faceva anche per invogliarmi a studiare, con Rossella fortunatamente questo problema non c’è. Si rinnova con profonda gioia quella indimenticabile atmosfera romantica tra genitore e figlio».