È civilista a tutto campo abilitato al patrocinio innanzi alla Corte di Cassazione e ha studio alla Riviera di Chiaia. Edoardo Di Natale (nella foto) si interessa di politica forense ed è stato presidente della Camera Forense di Casoria. Per dieci anni ha ricoperto cariche significative nel Sindacato Forense di Napoli. Fa parte della Commissione di Diritto Sportivo del Consiglio Nazionale Forense ed è Coordinatore della Commissione Responsabilità Civile del Coa di Napoli. È stato componente di Commissione d’esame per l’abilitazione all’esercizio della professione di avvocato. È stato consigliere circoscrizionale di Mercato-Pendino. Da cinquant’anni è cintura nera e maestro di Taekwondo. È sostituto giudice sportivo della Lega Nazionale Dilettanti della Figc ed è iscritto all’Ordine Nazionale dei Giornalisti come pubblicista. È appassionato ed esperto di teatro. «Sono nato al Carmine 64 anni fa. Era il primo ottobre, il giorno di apertura delle scuole e penso che sia un segno del destino perché negli studi ho sempre primeggiato. Papà era commerciante e mamma casalinga, io il primo di quattro figli. Sono molto orgoglioso delle mie radici. Quando torno da quelle parti la gente che incontro mi saluta con ammirazione perché pensa che io sia uno di loro che si è elevato culturalmente e professionalmente restando comunque umile».

Si definisce un carmelitano. Perché?

«Sono cattolico praticante e devoto alla Vergine Maria del Monte Carmelo la cui icona è conservata nella basilica santuario del Carmine Maggiore. In onore della “Bruna” ogni anno c’è la festa che culmina con lo spettacolare incendio del Campanile. In quello “spaccato” di Napoli, ricco di storia e di sacralità, ho avuto i miei primi insegnamenti. Papà mi raccontava che un giorno la madre superiora dell’asilo lo convocò e gli disse: “il Signore ha dotato questo bambino di grandi doti. Alla sua tenera età possiede già talento”. Quando le suore organizzavano le recite ero sempre l’interprete principale ed imparavo a memoria la mia parte. In particolare una volta feci Arlecchino e restai in scena circa due ore. Le elementari le frequentai in una scuola privata perché i miei genitori non volevano che trascorressi troppo tempo in strada. Ci rimasi male perché non potevo trattenermi a lungo con i miei compagni di gioco. Accolsi con gioia l’iscrizione alla scuola pubblica alle medie e poi alle superiori dove continuai a conseguire ottimi risultati e contemporaneamente potevo disporre di più tempo libero».

Dopo le medie ed il diploma di maturità quale facoltà universitaria scelse?

«Papà chiese consiglio ai professori delle medie che erano di alto livello. La loro risposta unamime fu che per la mia versatilità potevo scegliere sia studi umanistici sia studi scientifici; scelsi il liceo scientifico dove, sotto la guida di docenti di altissimo livello, acquisii un’ottima preparazione di base. Per gli studi universitari ero indeciso tra ingegneria navale e giurisprudenza. Sull’amore per il mare prevalse quello per la giustizia e per il rispetto delle regole già a 16 anni avevo deciso cosa fare “da grande”. Riflettendo era un “sentire” che era radicato in me in maniera profonda fin dalla prima adolescenza quando pensavo che da grande avrei voluto esercitare la professione forense e solo quella. Mi iscrissi, quindi, a giurisprudenza».

Un passo indietro. Quando aveva tredici anni si avvicinò al Taekwondo. Come mai questa scelta?

«Accadde tutto per caso. Passeggiavo con il mio amico di sempre Bruno Barberio il quale fu incuriosito da un manifesto che invitava ad assistere all’esibizione di atleti che praticavano questa disciplina sportiva coreana praticamente sconosciuta. L’evento si svolgeva al palazzetto dello sport “Mario Argento”, a Fuorigrotta. Ero restio ad andare ma Bruno mi convinse. Rimanemmo strabiliati dalle spettacolari performances degli atleti realizzate sul tatami con tecniche incredibili. Decidemmo di iscriverci alla palestra che aveva organizzato l’evento, il glorioso e famosissimo Budo Club. Ricordo che la retta mensile era di 4mila lire. Iniziai di giovedì e Bruno due giorni dopo. Non abbiamo mai smesso. Il mio maestro si chiama Park Young Ghil e sono stato campione italiano per tre volte. Ho compiuto da poco 50 anni di attività che festeggerò con i miei amici Bruno Barberio e Carmine Minale, maestri che vantano la mia stessa anzianità. Quando mi è possibile, e sotto l’occhio vigile di Pasquale Bellocchio, attuale maestro della palestra che frequento, la New Green Form di via Montedonzelli all’Arenella, continuo ad allenarmi in questa antica arte marziale coreana che implica anche un concetto di natura filosofico-comportamentale finalizzato ad una più approfondita conoscenza di se stessi e che, in definitiva, rappresenta lo scopo ultimo del Taekwondo».

Ritornando all’università, conseguita la laurea quale dominus scelse per la pratica forense?

«Ho frequentato il corso di laurea partecipando quotidianamente alle lezioni, ai seminari e alle esercitazioni. Ho fatto “uno studio matto e disperatissimo”, come disse Giacomo Leopardi, laureandomi in anticipo sulla fine del corso. La scelta del dominus la fece per me l’avvocato Pasquale Navas, un parente della mia fidanzata, Olimpia Bruno, che poi è diventata mia moglie. Apparteneva alla famiglia produttrice dell’omonimo olio d’oliva ed era cliente dell’avvocato Mariano Abbate. Tutto accadde in maniera molto singolare».

Ci racconti.

«Chiese all’avvocato Mariano Abbate, civilista di chiara fama, di eccellente preparazione e di notevole statura professionale, di prendermi come suo praticante ma il legale rifiutò perché aveva come collaboratore suo figlio Pasquale già abilitato all’esercizio della professione. Era il dicembre del 1979 e il parente di Olimpia, non trovando il coraggio di dirmelo, mi informò che l’avvocato mi avrebbe ricevuto il 17 gennaio del 1980 alle ore 17. Quando bussai alla porta dello studio in piazza Garibaldi mi aprì proprio lui e pensò che io fossi un nuovo cliente che era andato lì senza appuntamento. Gli spiegai il motivo della mia visita e mi ripetette quanto già aveva detto al parente di Olimpia. Poi aggiunse che gli dispiaceva per l’equivoco e non voleva che andassi via senza avermi ascoltato per qualche minuto. Mi disse, perciò, di aspettare in sala d’attesa perché era occupato con un cliente».

E cosa accadde?

«Dopo circa due ore mi fece entrare nonostante fosse ancora impegnato. Notai lo sguardo cupo del figlio seduto a una scrivania ma feci finta di nulla. A un certo punto mi chiese se avessi capito quale era la questione di cui stava discutendo. Risposi che si verteva in tema di risarcimento del danno per fatto illecito disciplinato dall’art 2043 del codice civile. Rimase stupito per la prontezza e competenza con cui avevo risposto e continuò di tanto in tanto a farmi intervenire nella discussione al punto che il colloquio divenne a tre: lui, il cliente e io. Quando l’incontro terminò, mi invitò ad aspettare qualche minuto in sala d’attesa. Quindi mi fece rientrare nello studio e mi disse: “guardi dottore io non avevo intenzione di prenderla a fare pratica perché ho già mio figlio. Ma mi ha impressionato la sua preparazione e la prontezza nel rispondere su argomenti che poteva anche non conoscere. Ho parlato un attimo con mio figlio e se vuole venga da noi qualche mattina”. Quel “qualche mattina” diventò “ogni giorno” e diventai grandissimo amico di Pasquale Abbate».

Ha avuto un illustre maestro per la preparazione agli esami di abilitazione all’esercizio della professione.

«Il consigliere Umberto Carrescia. Il primo allievo del presidente Guido Capozzi. Fu l’avvocato Abbate a mandarmi da lui perché voleva che imparassi dal migliore. Superai l’esame al primo tentativo e mi iscrissi all’Albo come Procuratore legale e dopo sei anni di effettivo esercizio della professione a quello degli Avvocati. In tribunale facevo parte del gruppo dei “carresciani” cioè dell’elite venuta fuori dalla scuola di quel maestro del diritto, discepolo e collega del grande Guido Capozzi».

Quanto tempo è stato allo studio dell’avvocato Abbate?

«Circa sei anni. Nel frattempo insieme a un collega avevo aperto uno studio a piazza Principe Umberto. Dopo un po’ di tempo ne aprii uno da solo a piazza del Carmine, “a casa mia”. A 29 anni mi sposai con la mia adorata Olimpia e solo allora decisi di lasciare lo studio del mio dominus. Non ebbi il coraggio di dirglielo di persona e gli scrissi una lettera che misi sulla sua scrivania. Mi rispose con parole che sono scolpite nella mia mente: “è una cosa brutta ma allo stesso tempo bellissima perché aspettavo che tu spiccassi il volo”. Era sorto un legame affettivo molto profondo. L’avvocato Mariano è stato il mio testimone di nozze; al mio giuramento di avvocato stava poco bene ed insistette tanto per essere presente. Lo mandai a prendere da un amico con la macchina. Il figlio Pasquale ha voluto che io fossi il padrino di battesimo del suo figlio maschio che si chiama Mariano come il suo grande nonno».

Poi aprì uno secondo studio a Casoria e iniziò a interessarsi di politica forense.

«Mia moglie era di Casoria e dopo il matrimonio eravamo andati ad abitare in quella cittadina. Mi iscrissi alla Camera Forense della sezione distaccata del Tribunale di Napoli e fui nominato anche giudice conciliatore. Il Pretore dirigente dell’epoca era Maurizio Gallo, oggi in pensione. Mi stimava moltissimo e mi fece superare le iniziali perplessità che avevo in quanto ritenevo che quella carica onoraria potesse sottrare tempo prezioso alla mia attività di avvocato. Ho mantenuto l’incarico per nove anni ed è stata un’esperienza bella e formativa».

È stato anche presidente della Camera Forense di Casoria.

«Per due mandati. Il primo atto che ho compiuto da Presidente è stata la riforma dello statuto. Tra le modifiche posi il limite di due mandati per la carica di presidente. Il primo a rispettarlo sono stato io».

Contemporaneamente aveva cominciato a frequentare il Sindacato Forense di Napoli.

«Anche in quest’attività associativa ho ricoperto incarichi significativi. Sono stato tesoriere, poi vicesegretario e infine consigliere nazionale per dieci anni».

Quindi gli impegni con l’Ordine degli Avvocati a livello nazionale e territoriale.

«Quando decisi di abbandonare la partecipazione attiva al Sindacato Forense, mi contattò il collega Francesco Caia, componente del Consiglio nazionale. Mi espose il suo progetto di politica forense, mi propose di farne parte e diventammo grandissimi amici. Attualmente il progetto continua e nulla scalfisce la nostra amicizia».

Qual è la sua specializzazione? «

Sono civilista a tutto campo. Mi sono occupato per numerose società di diritto commerciale e fallimentare. A varie riprese ho difeso prima le Usl poi diventate Asl. Negli ultimi 25 anni circa sono stato difensore di gruppi assicurativi. Attualmente mi interesso di responsabilità civile in generale ed in particolare difendo i medici per le richieste di risarcimento danni per “colpa medica” e i direttori dei giornali e i giornalisti per quelle di risarcimento danni per “diffamazione a mezzo stampa”».

Quali sono i principali collaboratori dello studio?

«Le mie due figlie Rosita e Angelarita. Sono entrambe avvocati. La prima ha vinto la Toga d’onore intitolata alla memoria del grandissimo professore e avvocato Giuseppe Abbamonte; la seconda, che ha superato l’esame l’anno scorso, concorre per lo stesso prestigioso riconoscimento ed è anche assistente di Diritto tributario all’Università Telematica Pegaso. Poi ho un maschio, Pasqualino, il più piccolo dei figli. È diplomato all’Istituto Tecnico ad indirizzo linguistico. Fa judo all’Associazione Polisportiva Partenope ai Cavalli di Bronzo con il maestro Gennaro Moscariello, allievo di Nicola Tempesta».

Che cosa significa per lei esercitare la professione di avvocato?

«Sono innamorato della toga. Dico sempre che non faccio l’avvocato ma che sono avvocato. Esserlo per me rappresenta il segno distintivo della propria essenza e costituisce uno stile di vita».

C’è una cosa di cui è particolarmente fiero nell’attività professionale svolta finora?

«Avere formato numerosi giovani avvocati che esercitano la professione in maniera brillante sempre tenendo presente i saperi e gli insegnamenti a me trasmessi e che, molto modestamente, ho provato a trasmettere a loro».