Laureatosi presso l’Università degli studi di Napoli Federico II, con una tesi diretta da Fulvio Tessitore, Fabrizio Lomonaco (nella foto) ha iniziato la sua vita accademica nel 1986 come ricercatore di ruolo al Cnr - Centro di Studi Vichiani di Napoli. Dal 2000 è professore ordinario di Storia della filosofia, presso l’ateneo partenopeo, dove insegna Storia della filosofia moderna e Storia della storiografia filosofica. È stato direttore del Dipartimento di Filosofia “A. Aliotta” della Federico II dal 2007 al 2013; ha presieduto fino al 2018 il Consorzio interuniversitario “Civiltà del Mediterraneo”. È socio nazionale ordinario residente dell’Accademia di Scienze morali e politiche della Società Nazionale di Scienze, Lettere ed Arti in Napoli e dell’Accademia Pontaniana di Napoli per la classe di Scienze morali. È vicepresidente della Società Italiana di Storia della Filosofia. La sua attività scientifica è rivolta principalmente alla filosofia tedesca (Herder e Kant), ai temi della fides historica e della tolleranza nella cultura filosofico-giuridica olandese del Sei-Settecento (da Grozio a Pufendorf, da Limborch a Le Clerc, da Perizonio a Noodt e Barbeyrac). I suoi interessi si concentrano anche sul pensiero di Descartes, Kant, Vico, Caloprese, Gravina e la filosofia vichiana di area meridionale, da Bertòla a Pagano, da Metastasio a Spinelli, da Genovesi a Conforti. Dirige, con Giuseppe Cacciatore, la rivista “Logos” (Scripta-Web, poi Diogene Edizioni, Napoli). È inoltre direttore di collane scientifiche di carattere storico-filosofico: “Acta di Logos” e “Quaderni di Logos”, “Scienze umane” e “Archivia. Fondi e documenti di storia e di filosofia” (Diogene Edizioni, Napoli); “Ars Critica” (Rubbettino, Soveria Mannelli); “Ars inveniendi” e “Ignota latebat” (Aracne, Roma). Discende da Francesco Lomonaco, medico e filosofo lucano che ha avuto a che fare con tutta la cultura italiana. Amico di Vincenzo Cuoco e Alessandro Manzoni, partecipò alla Rivoluzione Napoletana del 1799.

«Fino all’età di 4 anni sono vissuto al Vomero, poi mio padre per ragioni professionali si trasferì al Centro e andammo ad abitare in via Pietro Giannone, nei pressi di piazza Carlo III. Devo dire che dal punto di vista della toponomastica mi potrei definire un predestinato per quelli che sarebbero stati poi i miei futuri interessi perché casa mia era poco distante da via Bernardo Tanucci e da piazza Giambattista Vico. Negli anni giovanili ho coltivato interessi sia in campo letterario sia in quello delle scienze umane e in modo particolare ero affascinato dagli studi di psicologia».

Perché dopo la maturità non si iscrisse a questo specifico corso di laurea?

«Avevo perduto papà quando avevo 15 anni e le condizioni economiche familiari non erano floride. Per laurearmi in psicologia avrei dovuto frequentare l’università di Padova o quella di Roma che erano gli unici atenei dove esisteva questo corso di laurea. Un’amica di mia sorella, psicologa, mi consigliò di iscrivermi a Lettere e Filosofia perché ai miei tempi era possibile “personalizzare il corso di studi” e quindi, scegliendo quello in filosofia, avrei potuto inserire molti esami di psicologia. Per la verità mamma voleva che facessi il medico ma, da donna colta e intelligente, assecondò la mia decisione e mi fu sempre vicino nella duplice “funzione” di madre e padre».

Come fu il suo impatto con l’università?

«Molto bello e nell’ateneo ho trascorso i migliori anni della mia vita. Frequentavo la facoltà quotidianamente, seguivo le lezioni e i seminari e socializzavo con estrema facilità con i colleghi. Sicuramente sono stato agevolato dall’incontro con due docenti di alto profilo, entrambi ordinari di Storia della Filosofia: Giuseppe Martano e Fulvio Tessitore. All’epoca esistevano due cattedre divise per ordine alfabetico e io ero capitato nel primo gruppo col professore Martano. Cominciai a seguire le sue lezioni ma spesso mi fermavo anche a sentire quelle del professore Tessitore e rimasi particolarmente colpito dagli argomenti che trattava. Poiché l’esame era biennale, pensai che quello del secondo anno l’avrei fatto con lui. Un giorno lo avvicinai e glielo dissi. Era un docente molto autorevole e temuto per il suo rigore. Si circondava di un ristretto numero di allievi “fedelissimi” ai quali affidava anche il compito di tenere seminari a studenti più giovani. Mi rispose con garbo e cortesia che se avessi voluto avrei potuto fare il cambio di cattedra anche subito. Lo ringraziai ma gli feci presente che, per rispetto al professore Martano, preferivo ultimare le lezioni del primo anno e fare l’esame con lui e chiedere il passaggio di cattedra al secondo anno. Apprezzò molto la mia correttezza».

Al secondo anno, quindi, entrò alla “corte” di Fulvio Tessitore, allievo del maestro Pietro Piovani.

«Si creò subito una bella atmosfera non soltanto tra noi ma anche con il professore. Entrai dopo poco nel gruppo “d’élite” e tenevo anche io seminari agli studenti più giovani. Ci ha educato secondo due principi fondamentali che sono alla base dell’università moderna: la libertà e il senso di responsabilità. Sono pilastri del mio “essere” uomo e docente. Allora come oggi faccio ogni ricerca, ogni studio, con estrema serenità e con altrettanta serietà e rigore nel rispetto della mia persona e degli altri. D’altra parte Tessitore era, come è, rigoroso prima con se stesso senza mai rendersi sgradevole o antipatico perché ha un forte senso dell’ironia e dell’autoironia. Il tutto sotteso da una grande carica umana».

Con quale tesi si è laureato?

«L’argomento che il maestro mi assegnò verteva su “Le origini del linguaggio in Herder”, un allievo eterodosso di Kant. Ricordo che mi disse di andare a casa sua perché voleva vedere come avevo impostato lo schema della tesi e le prime pagine che avevo scritto. Ero emozionatissimo e mi presentai con appunti scritti su dei foglietti. Quando li vide, con cortesia ma fermezza, mi invitò a dattiloscriverli e a comportarmi per il futuro sempre in questa maniera. Rabbrividii per la pessima figura che da sprovveduto avevo fatto, incassai l’elegante ramanzina e imparai la lezione».

La seduta di laurea si tenne in un posto insolito. Ce lo ricorda?

«Era la prima sessione del 1981 e l’università era ancora in gran parte inagibile per i danni causati dal terribile sisma del novembre dell’anno precedente. La facoltà aveva una piccola sede in via Sant’Aspreno, alla fine di via Sedile di Porto. Discussi la tesi in una sala che si affacciava sulle scale esterne dove avevano “preso posto” parenti e amici per assistere all’esame di laurea e alla proclamazione. Per precauzione era vietato l’accesso al pubblico. Ho impresso nella mente il volto di mia mamma rigato di lacrime per la commozione, la gioia e l’orgoglio. Ricordo anche che nella commissione, insieme al relatore Fulvio Tessitore e al correlatore Giuseppe Cantillo, allievo del maestro Aldo Masullo, c’era la psicologa Giulia Villone Betocchi che apprezzò molto il mio lavoro. Gli strani casi della vita: associai la sua presenza alla mia originaria passione, mai sopita e sempre coltivata, per la psicologia».

Nello stesso anno vinse una borsa di studio dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici fondato da Benedetto Croce. Due anni dopo vinse quella bandita dal Cnr - Centro di Studi Vichiani ed entrò come ricercatore.

«All’Istituto crociano trascorsi un periodo bello e formativo grazie anche ai docenti di spessore come Parente, Sasso, Sestan e Pugliese Carratelli. Al Centro di Studi Vichiani entrai per la prima volta nel mondo del lavoro perché fui assunto come ricercatore. Entrambe le borse erano state bandite con concorso pubblico».

Furono significative esperienze propedeutiche all’attività di docente universitario. Quando ebbe inizio?

«Dopo otto anni al Cnr mi sentii pronto per partecipare al concorso pubblico nazionale per professore associato. Sostenni un’intensa prova didattica a Roma alla presenza di Nicola Badaloni, uomo politico e maestro di filosofia. Illustrai anche una mia ricerca inedita su autori olandesi del ’600 che avevano orientato Vico per alcuni suoi temi di storia e di diritto. Vinsi il concorso e scelsi come sede l’Università della Calabria che ha sede a Rende, vicino Cosenza».

Quanto tempo c’è rimasto?

«Cinque anni. Fui accolto molto bene e feci un’esperienza di campus “italiano”».

In che senso?

«L’ateneo è situato sulle colline di Arcavacata, una frazione di Rende, e il campus si estende su una superficie di circa 200 ettari. Eravamo ospitati in un’aula a piano terra. La nota divertente è che le lezioni serali che tenevo alle 18 erano frequentate non solo dagli allievi ma anche da alcuni cani che si trovavano nelle campagne vicine. Durante una di queste, una studentessa che mangiava della patatine in busta stimolò la golosità di un cane affamato che salì con le zampe sul banco. Si creò una notevole tensione ma fortunatamente non ci furono incidenti. Dico sempre, tra il serio e il faceto, di avere fatto una lezione ai cani sperando che non sia stata “da cani”».

Dal 2000 è titolare della cattedra di Storia della filosofia alla Federico II. Cosa insegna?

«Storia della filosofia moderna e Storia della storiografia filosofica».

Di cosa si occupa questa seconda materia?

«Studia le radici filosofiche di coloro che hanno scritto sulla storia della filosofia. Per esempio, grandi autori di manuali come Nicola Abbagnano, Paolo Lamanna, Antonio Banfi hanno prodotto delle Storie della filosofia sulla base dei loro orientamenti filosofici. Nessuna storia della filosofia, infatti, è neutra e oggettiva».

Dice che la sua direzione del Dipartimento di Filosofia “A. Aliotta”, durata sei anni, ha una singolare peculiarità. Qual è?

«Che in quel periodo operava un gruppo formato dai grandi della scuola napoletana: Fulvio Tessitore, Giuseppe Acocella, Giuseppe Lissa, Giuseppe Cacciatore, Enrico Nuzzo, Giuseppe Antonio Di Marco, Francesco Donadio».

Come filosofo come si definisce?

«Mi considero un filosofo terrestre perché, secondo un luogo comune, siamo visti con “la testa tra le nuvole”, avulsi dal reale. Ma non è così, perché molti si occupano anche di vita civile. Io faccio parte di questi e perciò mi definisco un filosofo terrestre. Ho, però, tanto rispetto per la filosofia che preferisco definirmi storico della filosofia. Il mio pensiero comunque segue la problematica filosofica di Cartesio, Immanuel Kant e Giambattista Vico».

Come scarica la tensione della sua intensa quotidianità?

«Giocando a tennis, quando posso. È lo sport che amo fin dall’adolescenza».