Figlio d’arte, laureato in medicina con specializzazione in radiologia, Francesco Schillirò (nella foto) è medico autorizzato abilitato presso il ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali a svolgere l’attività di Radioprotezione Medica. Per tale abilitazione è consulente di enti e strutture ospedaliere. È vicepresidente della Firr (Federazione Italiana Ricerca sulle Radiazioni). È past president del Rotary Club Napoli Nord e ricopre la carica di Assistente del Governatore del Distretto 2100. È Governatore dell’Area 11 (Campania) del Panathlon International. È giornalista pubblicista ed appartiene all’Ordine Costantiniano. «Sono nato a Messina da padre siciliano e madre napoletana. Mio nonno materno, Alfredo Tuccillo, era un imprenditore edile nato e cresciuto a piazza Dante. Ho studiato al collegio di Sant’Ignazio di Messina dai padri Gesuiti fino al conseguimento della maturità classica. Poi mi iscrissi alla facoltà di medicina all’università di Messina».

Perché scelse questa facoltà?

«La mia aspirazione era fare l’ufficiale dei carabinieri come lo era stato mio nonno paterno. Mio padre, medico come suo nonno, oppose il veto facendomi presente che la carriera nell’Arma sarebbe stata piena di sacrifici e pericolosa come lo era stata per suo padre che aveva comandato una squadra speciale per la lotta al banditismo sardo».

Quindi seguì le orme paterne.

«Mio padre era radiologo, ma io avrei voluto fare l’internista e avevo cominciato a seguire questa branca con il professore Romeo. Anche in questa occasione papà mi condizionò e mi fece scegliere la sua stessa specializzazione. Mi convinse dicendomi che come ospedaliero avrei dovuto lavorare tutto il giorno mentre facendo attività privata avrei potuto organizzare meglio il mio tempo lasciando spazio anche alle mie passioni».

Quali?

«Innanzitutto lo sport e poi la “mondanità”. Mi piaceva il canottaggio ma ero soprattutto un discreto giocatore di basket e militavo nella Libertas Messina. La società mi voleva tesserare, ma poiché avevo 17 anni occorreva l’autorizzazione dei genitori. Mio padre non me la diede e mi disse: “togli tutto dall’armadietto e andiamo via. Hai l’obbligo di studiare perché nella vita devi fare ben altro che il “mestiere” di giocatore di pallacanestro”. L’allenatore fece di tutto per dissuaderlo, ma fu irremovibile».

Lei come la prese?

«Mi sentii deturpato di una parte di me stesso perché dovetti subire anche questa ulteriore imposizione. Rimasi con il desiderio di praticare questo sport fino a quando, a 40 anni, un mio caro amico mi tesserò con la squadra del Giarre di cui era il patron. Giocava in serie B e scendevo sul “parquet” per un paio di minuti».

E il canottaggio?

«Stessa storia. Papà mi proibì di continuare ad allenarmi. In compenso mi fece costruire un gozzo in legno di circa sei metri. Era senza motore e io ero costretto a remare. Qualche tempo dopo mi acquistò un motore da 3 cavalli. Ricordo che una sera mentre pescavo nella Rada di Paradiso a Messina, dopo un paio di ore sentii parlare in calabrese. Ero con due amici che non sapevano neanche nuotare. Chiesi ad alcuni pescatori dove fossimo e mi risposero: “a Bagnara”. Praticamente avevamo attraversato lo stretto e non me ne ero accorto. Il motore non si avviò e dovetti fare il ritorno tutto quanto a remi. Appena tirata la barca a secco si scatenò un temporale terribile».

Dopo la laurea decise di andare a Milano. Perché?

«Volevo affrancarmi dalla “tutela” paterna. Mi iscrissi alla scuola di specializzazione di radiologia della università meneghina diretta dal professore Aldo Perussia. Fui mandato all’ospedale di Segrate dove conobbi il professore Dragoni che ha segnato profondamente la mia vita professionale».

In che senso?

«Era un luminare in radiobiologia a livello mondiale e mi fece capire l’importanza di questa branca della biologia che si occupa degli effetti delle radiazioni ionizzanti sulla materia vivente. Mi sono dedicato a essa a partire dal periodo della mia maturità professionale e continuo a farlo con immutato entusiasmo».

Prima di approfondire questo suo momento “topico”, ci dica perché nel bel mezzo della specializzazione rientrò a Napoli.

«Sempre per volontà paterna avevo partecipato anche al concorso per accedere alla scuola di specializzazione in radiologia al vecchio Policlinico. Mi comunicarono che  lo avevo vinto e, poiché sono figlio unico, su insistenze anche di mia madre ritenni opportuno avvicinarmi per evitare i continui viaggi dei miei che periodicamente venivano a trovarmi a Milano. Allora il direttore della scuola era il professore Ugo Del Torto. Era ortopedico e con lui mi sono interessato di radiologia ortopedica che negli anni ’70 era un po’ trascurata».

Al vecchio Policlinico, oggi Università Vanvitelli, ebbe l’opportunità di conoscere cattedratici di primissimo livello e di lavorare con loro.

«Il primo è stato Enzo Salomone, che ritengo in assoluto il mio maestro. Era veneto e si era formato alla scuola di Luigi Turano, Ordinario di Radiologia alla Sapienza di Roma. Dopo 6 mesi che ero interno divenni suo assistente e nel 1982, a 32 anni, aiuto. All’epoca esistevano solamente il titolare della cattedra, il suo aiuto e l’assistente. Conobbi anche il professore Lanzara, grande chirurgo soprattutto dell’addome. Quando diventai responsabile del reparto di radiologia, che a quei tempi era centralizzato, ebbi l’opportunità di confrontare quello che avevo esaminato sulla “lastra” concretamente in sala operatoria sul paziente».

Contemporaneamente iniziò anche l’attività privata. Conobbe il professore Sabella e fece un’altra importante esperienza. Quale?

«Non esisteva ancora l’incompatibilità per cui diventai consulente radiologo di Sabella che era il primario del Cardarelli in urologia. Grazie a lui approfondii quella branca che si occupa delle patologie a carico dell’apparato urinario maschile e femminile e degli organi genitali maschili esterni».

Quando “rincontrò” la radiobiologia?

«Nel momento in cui, come radiologo, diventai uno dei soggetti sottoposti ai protocolli della radioprotezione».

Che cos’è?

«Una disciplina autonoma nata come campo applicativo della radiobiologia cui è connessa. La radioprotezione ha come “oggetto” la protezione dell’uomo e dell’ambiente dagli effetti nocivi delle radiazioni ionizzanti. Da noi al vecchio Policlinico c’era un servizio di radioprotezione affidato al professore Pecora. Decisi di iniziare anche io quel tipo di attività che era relativamente nuova e offriva perciò grandi margini di inserimento. Oltretutto tempo addietro, grazie alla mia lungimiranza, avevo conseguito presso il ministero del Lavoro l’abilitazione di “Medico autorizzato”, titolo necessario per potere praticare  la radioprotezione. Occuparmi di radioprotezione, inoltre, era un ritorno alla passione originaria di fare il medico internista, di visitare il paziente e non di fare diagnosi leggendo solo radiografie».

Lasciò il Policlinico?

«No. L’attività che svolge il medico autorizzato è definita para medico-legale per cui non era incompatibile con il rapporto di lavoro dipendente che avevo con il Policlinico. Anzi, la radioprotezione non può essere fatta da un dipendente dell’Ente interessato ma da un libero professionista. Questo a garanzia del rapporto fiduciario che lega committente e consulente. Sono stato il responsabile della radioprotezione dell’ex vecchio Policlinico fino al 2015, quando sono andato in quiescenza per raggiunti limiti di età».

Svolgeva quindi due attività?

«Veramente tre, perché sono stato anche vice direttore sanitario. Oggi sono consulente di vari enti e ospedali tra cui quello di Caserta».

Si parla molto di radon. Che cos’è?

«È un gas radioattivo di origine naturale, inodore, incolore e insapore. È otto volte più pesante dell’aria. Oltre al suolo e alle rocce, ci sono anche altre vie di trasmissione del radon come pavimentazioni e pareti a contatto con il suolo e non adeguatamente isolate da fratture e fessure di ventilazione, tubature e canalizzazioni non sigillate bene. È la seconda causa di tumori ai polmoni dopo il fumo da tabacco. Bisogna tenerlo sempre sotto controllo. Nel campo della radioprotezione costituisce il “presente”».

Ha ricoperto anche incarichi scientifici. Quali?

«Sono stato Presidente della sezione radioprotezione della Sirm, Società Italiana di Radiologia Medica e Interventistica. Fino al 2018 ho ricoperto la carica di presidente della Sirma Campania e attualmente nel suo board sono il past President».

Recentemente è stato eletto Governatore del Panathlon. Di che cosa si occupa questa associazione?

«È un movimento internazionale per la promozione e la diffusione della cultura e dell’etica sportiva, secondo il riconoscimento ufficiale del Cio, il Comitato olimpico internazionale. É nato da rotariani veneti e il primo nome era Disnar Sport “il Rotary degli Sportivi”. Il nostro club di Napoli è il quinto sorto in Italia. Dico sempre che questa associazione è importantissima perché è l’unica nata in Italia e che poi si è diffusa nel mondo diventando Panathlon International».

Ha rimpianti per qualche cosa che avrebbe voluto fare e non ha fatto?

«Assolutamente no. Posso affermare che fortunatamente mi sono ripreso quel che desideravo nella giovinezza: il rapporto clinico medico, lo sport, l’arma dei Carabinieri e, per finire, il mio sogno nel cassetto che era di fare il giornalista. Mi sono iscritto all’Ordine e da un mese sono direttore responsabile del periodico dell’“Ammi”. Per quanto riguarda i Carabinieri, 25 anni fa sono diventato loro consulente medico. Un momento di estrema commozione è stato quando circa 10 anni fa mi è stato conferito il diploma di “socio benemerito” della loro Associazione. Questo stato d’animo sicuramente è dipeso dal grande affetto che avevo per mio nonno di cui mi onoro di portare il nome, uomo rigido ma con un cuore tenero, e dal fatto che mi sono sentito sempre uno di loro».