Storico inviato di guerra del Tg1, è membro del consiglio direttivo dell’Unicef, conduttore televisivo e scrittore. Franco Di Mare (nella foto) è laureato in Scienze Politiche all’Università Federico II. È stato uno degli inviati di punta dei Tg Rai per oltre 20 anni per poi passar alla conduzione di programmi come “Unomattina” e “Sabato e Domenica”. Nel 2019 è tornato con “Frontiere”, una trasmissione racconto-inchiesta che ripercorre diverse storie e fatti di cronaca internazionali. Il 20 luglio 2019 diventa vicedirettore di Rai 1 con delega ad approfondimenti ed inchieste. Dal 14 gennaio 2020 è direttore generale del daytime della Rai. «Sono nato in una famiglia di pescatori. Lo erano il mio bisnonno, mio nonno e mio padre, l’ultimo ostricaro di Napoli. Abitavo in un palazzo che era una “palafitta” sul nostro golfo. Non conoscevo estate e inverno perché era sempre mare: ero un ragazzino “avec le pieds dans l’eau”».

Perché decise di fare il giornalista?

«Lo devo a mio padre, un lettore onnivoro. Era un autodidatta e andava senza distinzione dalla Bibbia al Milione di Marco Polo, che mi regalò, all’elenco del telefono. Proprio leggendo il suo autore preferito, Ernest Hemingway, mi innamorai del giornalismo e cominciai a sognare di diventare inviato di guerra. Non mi impose mai di leggere, ma mi insegnò a farlo attraverso un trucchetto».

Quale?

«Come si catturano le spigole, le orate e i dentici. Sono pesci curiosi perché predatori. La tecnica è quella dell’attesa. Si scende sott’acqua, ci si nasconde dietro allo scoglio e si aspetta. Se il pesce predatore è in zona, ha visto quella strana ombra dietro lo scoglio, si affaccia e il pescatore lo prende con il fucile. La sua spigola ero io».

Cioè?

«Quando rientrava dal lavoro metteva sotto la giacca il libro che stava leggendo facendomi accorgere di quel movimento furtivo. Da bambino curioso gli correvo incontro e gli chiedevo che cosa nascondesse. Dopo le mie insistenze mi rispondeva: “è un libro, non ti interesserebbe”. Gli rispondevo che invece mi interessava. Allora mi faceva sedere vicino a lui e mi diceva: “papà adesso ti legge una pagina”. Questa condivisione, e non l’imposizione, mi fece innamorare della lettura. Il verbo leggere, come il verbo amare e studiare, non tollera l’imperativo. Non puoi dire ama o sogna qualcuno come non puoi dire leggi, perché sono atti d’amore che vanno insegnati quando si è piccoli. Lo dice anche Daniel Pennac in un suo saggio».

Quando ha scoperto la sua vena di scrittore?

«Un giorno un amico, che faceva una rassegna teatrale a Latina, mi chiese di realizzare una riduzione teatrale da “La lettera rubata” di Edgar Allan Poe. Accettai, ma poi mi accorsi che in realtà avevo un’altra urgenza, cioè raccontare che cosa era la guerra perchè spesso i servizi che facciamo si occupano più di geopolitica. Quando tu racconti che cosa sta succedendo, ad esempio nel Kurdistan iracheno e siriano, non descrivi in realtà le sofferenze, l’odio profondo e che cosa è la vita in quelle zone. Non parli di quell’orrore che è simile a qualsiasi latitudine e in qualunque tempo quando c’è la guerra. Proposi, perciò al mio amico, di scrivere un testo che parlasse di questo. Sono andato in diversi teatri d’Italia, nelle scuole, nelle Università e, pur non essendo un attore, salivo sul palcoscenico e raccontavo il filo rosso della guerra, una specie di febbre che ha l’umanità e che arriva periodicamente. Lo fecevo con l’aiuto di alcuni attori che recitavano, con dei filmati e con delle musiche eseguite da un’orchestra. È stata un’esperienza straordinaria. Il testo si chiamava “Amira”, il nome di una bambina che vidi morta sul tavolo della morgue dell’ospedale di Sarajevo. Questo ricordo mi ha sconvolto e non mi abbandona mai. La bambina sembrava sorridesse e il cecchino l’aveva sparata al cuore mentre stava giocando con le sue amichette. Una collega del “Corriere della Sera” mi dedicò una intera pagina del giornale e il titolo era “Dai teatri di guerra ai teatri: Franco racconta la guerra…”. Mi chiamò Marco Garavaglia, un agente letterario, che mi chiese di scrivere un libro. Prendendo spunto da quel testo teatrale ne scrissi uno di ventuno racconti di guerra spaziando dal Ruanda all’America Centrale, dal Congo alla Somalia, dall’Iraq all’Afghanistan, dalla ex Jugoslavia al Kosovo. Il libro si chiama “Il cecchino e la bambina” e contiene le storie minori, quelle che non trovavano spazio per avere dignità di un racconto televisivo, ma che mi erano rimaste nel taccuino e nel cuore. Me lo ha pubblicato la “Rizzoli Editore” e ne sono state vendute 25mila copie che, per un paese come il nostro che vende pochissimi libri, 5mila copie sono già considerate un buon risultato editoriale, sicuramente è un successo».

Poi ce ne sono stati altri...

«La Rizzoli mi chiese un secondo libro e scrissi un romanzo dal titolo “Non chiedere perché”. È la storia di un’adozione dove racconto di un inviato con alle spalle un fallimento sentimentale che in Bosnia si innamora di una bambina che vede in un orfanatrofio e la porta via. Il libro ha venduto 100mila copie, ha vinto il Premio Selezione Bancarella, il Premio Sciascia, il Premio Fregene, il Premio Roma. Alla Rizzoli la faccenda è piaciuta e io sono andato avanti. Ho scritto altri due romanzi. Uno tutto su Napoli dove parlo del bene e del male della nostra città, delle difficoltà che incontra per essere come tutte le altre, della eccezionalità che la rende unica ma che è anche la sua dannazione. Ispirandomi a Croce e Goethe, che definivano Napoli “un paradiso abitato da diavoli”, ho chiamato il libro “Il paradiso dei diavoli”; lo ha pubblicato la Rizzoli. L’altro, invece, per il “Corriere della Sera”, che anni fa pubblicava dei corti fatti da autori italiani allegandoli al giornale: si chiama “Casimiro rolex”. Ancora per Rizzoli ho scritto “Il caffè dei miracoli” , “Il teorema del babà” e “Barnaba il mago”, l’ultimo, nel 2018».

“Non chiedere perché” è piaciuto molto anche a Beppe Fiorello...

«Beppe rimase molto colpito dalla storia e ha realizzato una fiction in due puntate andata in onda su Raiuno». “

Barnaba il mago” richiama un mondo del quale molti credevano facesse parte anche sua madre.

«Barnaba fa farte della schiera dei falsi profeti. Il libro parla proprio di loro. Sulla targa della porta di casa elenca per esteso i suoi superpoteri: “Maestro di esoterismo, sacerdote di riti karmici, esperto di sciamanesimo, astrologia, tarocchi, chakra, malocchi, fatture”. Mamma, in effetti senza saperlo, faceva del mentalismo. Aveva 17 anni e le sue amichette erano convinte che avesse capacità divinatorie e le chiedevano di leggere le carte. Non scopriva niente, erano le amiche che le raccontavano tutto. Lei con la maieutica tirava fuori da loro quello che volevano sentirsi dire».

Ritornando al suo “lavoro” di corrispondente di guerra, dove è stato?

«In Bosnia, Kossovo, Somalia, Algeria, Albania, Ruanda, Afghanistan, Timor Est, Medio Oriente, America Latina e ho seguito le Guerre del Golfo».

Perché a un certo punto decise di smettere e rientrare in Italia?

«C’è un tempo per seminare e uno per raccogliere, uno per vivere e uno per morire. Ho accompagnato sette amici al loro funerale, loro stavano nella bara e io fuori. Non è che io ero più bravo di loro, ma solo più fortunato. Gli ultimi di questi sono stati Maria Grazia Cutuli e Julio Fuentes Serrano, che lavorava per “El Mundo”. Furono uccisi insieme a due corrispondenti dell’agenzia Reuters nella gola di Sarobi, sulla strada che da Jalalabad porta a Kabul da un gruppo di banditi filotalebani. Il giorno prima per quello stesso punto ero passato io e avevo visto la gente che forse li aveva uccisi. Dopo questa ennesima morte mi sono chiesto quante volte ancora avrei potuto giocarmi il jolly e mi sono detto basta».

Quante volte ha rischiato di morire?

«Tantissime. Una volta in Albania eravamo dietro ad un muretto a riprendere due bande che si sparavano. Noi stavamo al centro e le due bande una a destra e l’altra a sinistra. Sembrava una sfida all’“Ok Corral”. A un certo punto l’operatore mi fa: “Franco mi passi una batteria che la telecamera si sta scaricando”. Mi abbassai venti centimetri per prenderla dallo zaino e una pallottola mi sfiorò l’orecchio. Se non lo avessi fatto sarei stato colpito in piena faccia. Ho fatto degli stend up e mi hanno sparato addosso più di una volta e non mi hanno mai preso».

Si è dato la risposta al perché gli uomini fanno le guerre?

«Tutte le specie viventi hanno un codice genetico che impedisce loro di uccidersi per la conservazione della specie. Il leone non uccide l’altro leone e così è per il lupo, l’orso e così via. Si sfidano per conquistare la femmina, per diventare capobranco, per il dominio del territorio. La loro chiave genetica è stata studiata dal biologo Henri Laborit che ha scritto un testo fantastico, “L’elogio della fuga”, in cui spiega che tutti gli animali hanno il principio della fuga che salva la specie. Quando il lupo sfida il capobranco, se perde si butta a schiena a terra e offre la gola al vincitore. Questo gli degrigna i denti a un centimetro dalla giugulare ma lo lascia libero di andare via. Il lupo perdente si allontana e vivrà solo a meno che non incontra una femmina anch’essa solitaria. In natura, quindi, non esiste l’omicidio intraspecifico. Questo principio vale per tutto il mondo animale tranne che per l’uomo e non si capisce il perché. Per noi, che siamo il vertice della catena animale, vige invece il principio “homo homini lupus” cioè il nemico dell’uomo è l’uomo stesso. Noi siamo fondamentalmente feroci e per tenere a bada questa ferocia non c’è altra maniera che l’ingabbiamento delle norme, religiose, etiche e giuridiche. Quando facciamo saltare questo sistema scateniamo la guerra. Shakespeare lo scrive nel “Riccardo III”. Lady Anna dice al duca di Gloucester: “Sire voi siete una bestia”. Riccardo III risponde: “No, perché non vi è belva all’interno del cui cuore non alberghi un sentimento di umana pietà. Io non ne ho alcuno per cui non sono una bestia”».

Con “Frontiere” è ritornato a fare il corrispondente di guerra, ma di un conflitto planetario e molto particolare contro un nemico invisivile: il Covid-19.

«Le guerre che ho raccontato erano guerre in cui si stava insieme agli altri. Ci si spalleggiava anche quando c’era poco da dividere perché c’era un solo pane o poca acqua, con il cecchino che teneva la fontana sotto tiro. Questa è una guerra di solitudine; ti fa paura anche il parente che sta a casa con te, che è tornato dal lavoro e che diventa un sospetto portatore di virus: non è una cosa semplice».

Come hanno reagito per lei gli italiani?

«Ho scoperto nel carattere dei connazionali una formidabile resilienza che non immaginavo che avessimo. Siamo passati dagli aperitivi incoscienti perché si considerava questa vicenda una banalità, grazie anche ad alcune dichiarazioni improvvide di qualche medico che ha detto che si trattava di una banale influenza, a un atteggiamento più responsabile. Adesso siamo molto più attenti ma non è ancora un comportamento completamente responsabile perché il numero dei denunciati che vanno in giro senza una ragione plausibile è superiore al numero dei contagiati. Il decreto governativo di martedì scorso ha inasprito sensibilmente le sanzioni pecuniarie, ma c’è ancora molto lavoro da fare. È comunque vero che la nazione intera si è scoperta finalmente tale. Come diceva qualcuno, fatta l’Italia bisogna fare gli italiani e dopo questo virus evidentemente gli italiani sono stati fatti. Sono sicuro che questa pandemia ci migliorerà molto».