È uno dei più grandi pallanuotisti di tutti i tempi e nella sua carriera ha vinto tutto tra cui Olimpiadi, Coppa del Mondo, Europei e Mondiali. Franco Porzio (nella foto) ha collezionato più di seicento presenze con la calottina rossoverde e trecento con quella azzurra in nazionale. Nel 1997 ha fondato l’A.S. Acquachiara di cui è ancora oggi il presidente. L’anno successivo ha smesso di giocare dopo avere vinto per la seconda volta di seguito la Coppa dei Campioni. Nel 2000 è entrato a fare parte del Consiglio della Fin con la carica di consigliere responsabile delle nazionali giovanili. Nel 2001 e 2002 è stato vicepresidente del Circolo Posillipo. Nel 2017 è stato nominato Consigliere allo sport e alle Universiadi della Regione Campania. È cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. «La piscina è stata da fin da piccolo la mia seconda casa. Insieme a mio fratello Pino, che ha due anni meno di me, ogni giorno dopo la scuola accompagnavamo nostro padre alla Mostra d’Oltremare dove gestiva l’impianto sportivo. Assistevamo agli allenamenti dei pallanuotisti e ai derby cittadini tra le squadre della Rari Nantes, della Canottieri e del Posillipo. Così è cominciato il mio amore per questo fantastico sport che, prima come agonista e ora come manager, mi accompagna sempre con immutata passione ed entusiasmo».

A che età a cominciato a giocare a pallanuoto? «A dieci anni. Mino Cacace, il creatore del settore giovanile del Circolo Posillipo, volle che andassi da lui. Conobbi anche Mino Marsili che allenava la prima squadra. Erano entrambi amici di mio padre. Ho visto tutti i ragazzi che hanno fatto nel tempo la storia del sodalizio rossoverde e io e Pino siamo cresciuti insieme a loro».

Come iniziò la sua inarrestabile carriera?

«Nelle giovanili e il primo anno in cui ho giocato negli allievi vincemmo lo scudetto Under 14 o 15 non ricordo bene. Ho fatto tutto il settore giovanile con il Posillipo e a 15 anni sono entrato nella nazionale giovanile»

Quando ha debuttato in serie A?

«Sempre a 15 anni. Il primo goal lo segnai proprio al debutto, contro il Mameli di Voltri. Vincemmo 6 a 5. Due anni dopo il mitico Friz Dennerlein mi chiamò in nazionale. Avevo 17 anni, andai in Cina e giocai con pallanuotisti del calibro di Enzo D’Angelo e Marco Galli. Il mio ruolo era “mancino attaccante”. Fu una bellissima esperienza».

Fu allora che fece la scelta sulla sua vita futura: dedicarsi anima e corpo alla pallanuoto?

«Sì. Gli impegni erano seri, ci si allenava due volte al giorno, si seguiva un’alimentazione particolare e si riposava seguendo orari regolari. Insomma si faceva una vita da sportivi veri affrontando sacrifici e accettando rinunce ai “ritmi” e alle abitudini dei ragazzi della nostra età. Ero in giro per il mondo e non mi pesava nulla perché la passione era molto forte. Avevo entusiasmo e obiettivi da raggiungere come vincere un oro olimpico o un mondiale. Non dimentichiamo che negli sport cosiddetti minori si vive di soddisfazioni».

Nel 1983 arrivò Paolo De Crescenzo che prese il posto di Mino Marsili. Il primo anno disputaste la finale scudetto con il grande Recco. Un ferita rimasta aperta. Perché?

«Eravamo tutti ragazzi provenienti dal vivaio compresi tra i 17 e i 19 anni di età. Perdemmo la bella con il Recco di Eraldo Pizzo. Lottammo fino alla fine per aggiudicarci il tricolore, ma l’arbitraggio e l’esperienza della squadra ligure non ce lo consentirono. Il presidente del Posillipo, Roberto Fiore, fece fuoco e fiamme dopo la partita perché ritenne ingiusto averla persa per un arbitraggio “scandaloso”».

Quella finale persa fu, però, l’anticamera dell’escalation della squadra rossoverde.

«Vincemmo quattro scudetti di seguito e iniziò “l’era Posillipo”».

Fu possibile grazie alle capacità dei vertici della governance e al contributo di uno sponsor di spessore. Chi erano?

«Il presidente Guido Cerciello, il suo vice e dirigente sportivo Carlo Postiglione e l’imprenditore Luciano Cimmino con il suo marchio Original Marines. Impartirono delle linee guida importanti per far sì che il Posillipo decollasse verso i livelli più alti. Luciano Cimmino, in particolare, diede un impulso determinante sotto l’aspetto dell’organizzazione e un considerevole contributo economico. Era animato da una forte passione per lo sport ed era legato, come tuttora, profondamente alla città. Furono lungimiranti e videro giusto perché in vent’anni il Posillipo ho vinto 11 scudetti, 3 Coppe dei Campioni e nella nazionale olimpica c’erano cinque/sei atleti rossoverdi».

Cimmino è stato molto importante per lei in un particolare momento. Ce lo ricorda?

«Era il 26 giugno 1986 e il Posillipo giocava alla Scandone la semifinale scudetto contro l’Ortigia. Nel corso della partita accusai un fastidio alla spalla sinistra che ben presto si rivelò essere il peggior infortunio della mia carriera sportiva. Non riuscivo a muovere la spalla ma c’era una finale da giocare contro il Pescara. Non potevo abbandonare la squadra. Decisi, quindi, di scendere in acqua per quella serie di finali ed alla terza partita vincemmo il secondo tricolore. In quei giorni fui seguito dallo staff sanitario e medico del SSC Napoli, Andrea Di Meo, Giancarlo Sapio, Salvatore Carmando Official e Maurizio Marassi medico sociale del Posillipo. Pochi giorni dopo la vittoria del titolo fui convocato dal Ct del Settebello Federazione Italiana Nuoto Fritz Dennerlein per la preparazione in vista dei mondiali di Madrid. Dopo alcune settimane di collegiale, in cui Fritz mi chiese di stringere i denti e di tenere duro fino all’inizio della manifestazione, mi dovetti fermare, rinunciando alla partecipazione. Il dolore era fortissimo ed acuto. Fu allora che decisi di farmi visitare dal prof. Marinò e dal dott. Carlo Piergentili, specialisti della spalla. Entrambi mi suggerirono di sottopormi ad un delicato intervento in artroscopia negli Stati Uniti che effettuava il dott. Russell Warren, medico sociale dei New York Giants, unico al mondo ad utilizzare questa tecnica. L’intervento era molto oneroso ma grazie al Circolo Posillipo e sopratutto a Luciano Cimmino volai negli States accompagnato dal prof. Piergentili e da mister Mino Cacace. L’intervento riuscì perfettamente e restammo dieci giorni a New York per l’avvio della riabilitazione che durò fino al mio rientro in campionato, più forte di prima, il 21 marzo dell’anno seguente. In un mondo che spesso e volentieri dimentica cosa significhi la parola “riconoscenza”, non smetterò mai di ringraziare Luciano che per me è un secondo padre. Tra noi c’è un legame di stima, affetto e amicizia veramente indissolubiile».

Dopo gli scudetti, la seconda era: quella della nazionale.

«Dal ’92 al ’94 abbiamo vinto Olimpiadi, Mondiali, Coppa del Mondo, Europei, Universiadi, Giochi del Mediterraneo. Ho vinto qualsiasi competizione alla quale ho partecipato. Per ottenere questi risultati è stato necessario e indispensabile avere alle spalle una struttura e una organizzazione nella quale ogni singolo tassello stava al posto giusto».

Quando ha smesso di giocare?

«Nel 1998, dopo avere vinto la seconda Coppa dei Campioni di seguito. Insieme a me, lo ha fatto anche mio fratello Pino. Avevamo ancora due anni di contratto di cento milioni, ma pensammo che era il momento di ritirarci perché bisogna farlo quando si è all’apice della carriera. Il presidente Cerciello fece di tutto per convincerci a rimanere ma fummo irremovibili: non volevamo diventare “pensionati” a carico del circolo. Avevo 32 anni».

Iniziò la sua avventura come manager e nacque l’A.S. Acquachiara, che porta il nome di sua figlia.

«L’avevo inaugurata l’anno prima, nel 1997, quando giocavo ancora. Era un impianto nell’area nord di Napoli, a via Marco Rocco di Torrepadula, abbandonato, distrutto e vandalizzato, costruito nel 1983 con i fondi della legge 80 del 1981, quella del terremoto, e mai aperto. Investii tutti i soldi che avevo guadagnato nella pallanuoto per ristrutturarlo e mi dissero che ero un pazzo. Ma io credevo in un’idea che a distanza di 23 anni è immutata e sempre viva in me: lavorare e fare impegnare i giovani nell’attività sportiva per cercare di toglierli dalla strada e farli appassionare soprattutto al mondo del nuoto e della pallanuoto. Nel tempo Acquachiara si è “estesa” in altre tre strutture, oltre quella principale di Napoli: Pomigliano d’Arco, Cava de’ Tirreni e San Sebastiano al Vesuvio».

Qual è il segreto del “fenomeno” Acquachiara?

«La capacità di aver trasmesso alle famiglie, alla gente, ai ragazzi, il forte senso di appartenenza, di identità e il credo in un progetto che è basato sulla passione per lo sport ma soprattutto sul legame con il territorio e con la città. Tutto questo in Acquachiara è talmente radicato che forse non l’ho mai visto neanche nel Posillipo. Per me è la più grande vittoria che potessi avere».

Qual è la mission che persegue l’associazione?

«Siamo riconosciuti sul territorio come una scuola di nuoto e pallanuoto e di addestramento e avviamento allo sport e il nostro claim è “La casa dello sport”. Facciamo attività sportiva, manifestazioni sportive e sociali. Tra queste ricordo il Festival Internazionale di giovani “Yellow Ball Waterpolo”, organizzato dalla Waterpolo People un’associazione no profit di cui sono il presidente. La sesta edizione si disputerà dal 30 agosto al 6 settembre presso il Futura Club Itaca Nausicaa di Corigliano-Rossano. Ci saranno più di mille giovani che arriveranno da tutto il mondo. Acquachiara, però, non è solo nuoto e pallanuoto con le sue due squadre in A2, una maschile e una femminile. Vuole essere vicino ai bambini e alle famiglie perché lo sport è un fondamentale strumento educativo come la scuola. Persegue l’obiettivo di formare i giovani e farli crescere meglio in una città non facile come lo è la nostra. È radicata sul territorio, è trasversale e tocca un po’ tutti perché è una piazza di aggregazione aperta a chiunque voglia seguire la nostra filosofia di vita. Vengo da un circolo bagnato dal mare e ho creato una realtà che non lo è. Dietro di essa c’è un mondo fatto di giovani e meno giovani che hanno creduto, e continuano a credere, nel mio progetto. Alcuni hanno costruito la loro famiglia lavorando in Acquachiara. Ho sentito l’obbligo morale di avere per diversi anni al mio fianco, in questa mia creatura, i miei maestri di sport e di vita: Cacace, Marsili e De Crescenzo. Glielo dovevo per il debito di riconoscenza che ho verso di loro e che mai riuscirò ad estinguere. Di tutto questo sono molto fiero e orgoglioso».

Anche in questa esperienza le è stato vicino Luciano Cimmino.

«Negli ultimi 10 anni con i marchi Carpisa - Yamamay - Jaket. La sua passione per lo sport, l’impegno nel sociale, il senso di appartenenza con il nostro territorio e il modo di “sentire” l’amicizia fanno parte del suo Dna».

Il mondo degli sport minori e in crisi. Come si può sopravvivere?

«Stiamo vivendo il momento più basso nella storia degli sport minori perché c’è una situazione economica devastante. Le società e le associazioni sportive fanno fatica non solo a manutenere gli impianti, ma addirittura a fare l’attività sportiva. Mancano gli sponsor e per recuperare c’è bisogno che le istituzioni sportive, Coni e Federazioni, e quelle istituzionali, Governo, Regione e Comune, intervengano con finanziamenti economici adeguati».

Qualche settimana fa la Torcida Rossoverde, lo storico gruppo ufficiale dei tifosi del Circolo Nautico Posillipo, ha deciso di dare via al Social Contest “Il miglior rossoverde” inserendo in un tabellone virtuale tante vecchie glorie posillipine. Al termine del contest ha trionfato lei. Grande soddisfazione. Ma qual è in assoluto la più grande?

«Essere napoletano e avere giocato sempre e solo per il Circolo Posillipo».