È Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Oncologia del “Santa Maria delle Grazie” di Pozzuoli e al “A. Rizzoli” di Ischia. Gaetano Facchini (nella foto) ha fatto stage di formazione presso il Centro di Cronoterapia dell’Istituto di Oncologia “Paul Brousse” di Villejuif in Francia, stage di formazione “Data Managment in Cancer Clinical Trias” - EORTC European Organization for Research and Treatment of Cancer a Lovanio in Belgio, stage di formazione in “Advances in the Managment of Patients with Cancer” a Yale University School of Medicine, New Haven, Connecticut, Stati Uniti, e stage di formazione “Clinical Exchange Program” MD Anderson Cancer Center di Houston, nel Texas. È coordinatore dei GOM (Gruppo Oncologico Multidisciplinare) dei tumori della prostata, rene, vescica, testicolo e coordinatore attività oncologiche presidiali Asl Napoli 2 Nord. Ha competenze organizzative e gestionali maturate con corsi e master tra cui i master di II livello in Management Sanitario, quello in Management delle Aziende Sanitarie e quello per la Direzione di Struttura Complessa. Ha vinto il Premio Campania “I migliori meritano un premio” IV edizione 2019 - Categoria Medicina - Best Awards. Ha pubblicato oltre 240 lavori scientifici e partecipato ad oltre 60 clinical trial in qualità di principal investigator di cui almeno 6 di rilevanza mondiale. «Sono nato a San Felice a Cancello, in provincia di Caserta, e fin dalle scuole medie ho avuto una particolare propensione per il lavoro di gruppo e per l’associazionismo, tant’è che organizzai dei primi circoli sociali con amici coetanei. Erano gli anni ’75/’80 e cominciavano a nascere le discoteche private. Noi aprimmo, in maniera molto artigianale una radio libera che si chiamava Radio Antenna Uno. Questa mia caratteristica l’ho mantenuta nel tempo e fare sistema, gioco di squadra, è stato fondamentale nello sviluppo della mia carriera professionale. Dopo la maturità classica mi iscrissi alla facoltà di medicina alla Federico II di Napoli».

Perché proprio medicina?

«È una passione che ho avuto da piccolo. Sono il primo di tre figli e ho due sorelle, la maggiore è maestra di pianoforte diplomata al Conservatorio di San Pietro a Majella e l’altra è professoressa di lettere. Mio padre era un artigiano del legno e mamma un’impiegata che non era riuscita a portare a termine gli studi in medicina e laurearsi. Sicuramente la sua aspirazione rimasta irrealizzata mi è stata di stimolo».

Come fu il suo impatto con l’università?

«Entusiasmante. Fin dal primo anno mi trasferii a Napoli e, grazie agli enormi sacrifici dei miei genitori e il contributo di mia sorella maggiore, fittai un appartamentino prima ai Camaldoli e successivamente ai Colli Aminei per stare quanto più vicino possibile alla “cittadella” universitaria, che ai miei occhi appariva come un meraviglioso campus americano. Il mio unico obiettivo era quello di studiare e di laurearmi. Lo dovevo a mia madre, che attraverso me avrebbe realizzato il suo sogno, e a mio padre, un uomo speciale che mi aveva trasmesso i valori universali fondamentali quali il rispetto, la lealtà, la credibilità, il valore della famiglia e quello della parola, perché darla per lui significava molto di più che firmare un assegno».

Quando decise di fare l’oncologo? 

«Mi sentivo portato più per l’area medica che per quella chirurgica e al quinto anno di corso entrai come interno a oncologia e fui affidato al mio maestro, il professore Iaffaioli. Era una branca medica nuova, innovativa, più completa e complessa perché non si faceva la sola attività assistenziale di medicina interna ma contemplava sia l’aspetto oncologico del paziente che le sue comorbidità, cioè le altre patologie da cui era affetto. A questo va aggiunto il lavoro di ricerca e studi sia in laboratorio che in reparto. Era una branca della medicina che nasceva in quel periodo e ancora c’erano pochi farmaci, ma si cominciavano a vedere sui pazienti i primi risultati». Quando si è laureato? «Nel 1990 con lode e vinsi subito il concorso alla scuola di specializzazione di oncologia».

Dopo la specializzazione che cosa fece?

«Diventai oncologo nel 1994 e avevo bisogno di lavorare perché due anni prima, nel 1992, avevo sposato la donna della mia vita, Loredana. Ci eravamo conosciuti quando eravamo due studenti liceali squattrinati. Ricordo che quando la invitavo a cena lei mi diceva con ironia: “mi porti da Chez Maxim’s?”, andavamo dal paninaro che stava fuori alla stazione di Caserta e compravamo il panino con la porchetta. Quel sogno poi è diventato realtà perché il suo 50esimo compleanno lo abbiamo festeggiato con i nostri due figli a Parigi, proprio da “Chez Maxim’s”, nella rue Royale al civico 3».

Ritornando al suo primo lavoro, che cosa fece?

«La carriera universitaria era un percorso lungo, insidioso e con troppe incognite. Iniziai facendo chemioterapie domiciliari (all’epoca era possibile farlo) che mi aiutavano a contribuire a portare avanti il menage familiare che era finanziato dallo stipendio di mia moglie che, dopo la laurea, aveva vinto un concorso per insegnare alle scuole elementari. Ci eravamo sposati giovani, io non avevo ancora 28 anni, ma oltre all’amore ci “convinse” la grave malattia di mio padre che lo stava portando alla morte. Voleva assolutamente che il nostro cognome continuasse a essere tramandato e lui era l’unico ad avere avuto un figlio maschio che avrebbe potuto garantire questa successione. Il suo desiderio si è avverato con la nascita del nostro primogenito che si chiama Sergio come lui e che ha seguito le mie orme come la sorella minore Bianca Arianna. Entrambi sono specializzandi in oncologia all’Università “Vanvitelli”».

Abbandonò definitivamente il Secondo Policlinico?

«Continuai a frequentare oncologia come volontario, ma contemporaneamente facevo guardie mediche e mi arrangiavo con borse di studio. Nel 1997 vinsi l’avviso pubblico dell’ospedale di Aversa in medicina interna al pronto soccorso. Era un’esperienza che mi mancava e mi è risultata molto utile. Ho fatto diversi stage e all’università di Yale negli stati Uniti per la prima volta ho assistito all’incontro di un team multidisciplinare che oggi è una grande realtà nella gestione dei pazienti oncologici. Una bellissima esperienza l’ho fatta poi a Houston, in uno dei centri più importanti non solo per la ricerca ma anche per l’organizzazione. Scattai una foto dell’edificio per ricordo, ma la sicurezza immediatamente me la sequestrò. Già allora si temevano atti terroristici».

Quando c’è stata la svolta nella sua attività professionale?

«I prodromi ci sono stati nel 1999 quando fui assunto in una clinica accreditata nel napoletano dove c’era un reparto di oncologia con 40 posti letto e si faceva un’attività molto impegnativa con alti volumi. Avevo 35 anni e lavoravo insieme ai due unici colleghi dalle 9 del mattino fino all’una di notte. Mi ero strutturato come aiuto con un contratto a tempo indeterminato. L’anno successivo, nel 2000, uscì l’avviso pubblico della Asl Napoli 3, oggi Napoli 2 Nord, per un concorso in oncologia a Frattamaggiore. Ero in America e la domanda me la preparò mia moglie. Risultai vincitore e per me fu un momento di difficoltà decisionale enorme perché avrei dovuto lasciare un posto a tempo indeterminato per prenderne uno a tempo determinato per 8 mesi, ma nella struttura pubblica di oncologia. Fu ancora una volta Loredana a spingermi ad accettare e, dalla sera alla mattina, lasciai il certo per l’incerto investendo nella struttura pubblica. Fu una scelta vincente che sicuramente ha segnato la svolta nella mia carriera professionale di oncologo, premiando anche la mia decisione di non volermi mai allontanare da Napoli».

Perché fu vincente?

«Il contratto a tempo determinato si trasformò, a seguito di concorso, in rapporto di lavoro a tempo indeterminato nella stessa Unità Operativa Complessa di Oncologia di Frattamaggiore. Nel 2003, però, sentii il bisogno di avvicinarmi al mio paese natale, dove tutt’ora abito con la famiglia, e mi trasferii all’azienda ospedaliera di Caserta. L’anno successivo si liberò un posto al Pascale e per mobilità mi trasferii all’unità operativa complessa di oncologia medica B dell’Istituto Nazionale Tumori dove poi sono diventato responsabile della Uosd di oncologia clinica sperimentale di uro-andrologia e del Corpus (Centro Oncologico di Riferimento Polispecialistico a carattere Universitario e Scientifico). Ci sono rimasto fino al 2020 quando sono approdato all’ospedale Santa Maria delle Grazie di Pozzuoli».

Cosa l’ha indotto a fare questa scelta?

«Mi sono formato nella gestione dei pazienti oncologici e specializzato nel trattamento dei tumori urologici sia dal punto di vista assistenziale che di ricerca. Negli ultimi anni però mi sono dedicato sempre di più alla mia formazione nel governo clinico con particolare attenzione ai sistemi di gestione di qualità. La Regione Campania aveva bandito dei concorsi per direttore di Unità Operativa Complessa di oncologia e la mia attenzione cadde sull’ospedale di Pozzuoli perché era un nosocomio fucina di innovazioni con eccellenze in diversi reparti tra cui urologia, chirurgia, neurochirurgia, ginecologia, senologia, ortopedia, otorino, oculistica, cardiologia, medicina interna, radiologia, pronto soccorso, rianimazione. Una struttura dotata di tutte le più moderne tecnologie diagnostiche e terapeutiche come il robot Da Vinci. Vinsi il concorso e quando il direttore generale Antonio D’Amore, medico e persona di grande valore, mi convocò per la prima volta parlammo per più di un’ora di progetti, organizzazione di percorsi oncologici, rete oncologica e possibilità di offerta sanitaria oncologica di eccellenza sul territorio. Ci trovammo da subito in perfetta sintonia. Accettai la nomina e domenica 16 febbraio 2020, pochi giorni prima che scoppiasse ufficialmente la pandemia da Covid-19, “presi servizio”».

Qual è in sintesi il suo progetto?

«Si basa fondamentalmente su tre elementi: lavoro di squadra, qualità del servizio reso sotto il profilo sanitario, psicologico e organizzativo, attesa zero per il paziente che deve sottoporsi ad accertamenti ed essere ricoverato. Perché tutto possa funzionare è necessario avere alle spalle una governance convinta della bontà del progetto, che condivida le scelte strategiche proposte per la sua realizzazione e che sia costantemente presente e di sostegno. Occorre, poi, che il personale medico, infermieristico e gli operatori sanitari abbiano competenza, entusiasmo e senso di professionalità convinti di fare sistema perché da soli non si va da nessuna parte».

C’è tutto questo nella Uoc che dirige?

«Assolutamente sì. Abbiamo raggiunto importanti risultati, nonostante l’emergenza Covid, e stiamo lavorando senza risparmiarci per raggiungere altri significativi obiettivi. Il fine ultimo è dimostrare che non siamo secondi a nessuno e sono certo che ci riusciremo».

Il suo è un progetto ambizioso che oltre alle competenze mediche richiede anche quelle manageriali. Dove le ha maturate?

«Ho partecipato a numerosi corsi e master universitari di managment aziendale. Cito il più recente che è il corso di Formazione Manageriale per Direttore Sanitario e Direttore di Unità Organizzativa Complessa di Aziende ed Enti del Servizio Sanitario Regionale. Inoltre sono stato uno dei primi medici oncologi ad aver ricevuto la certificazione della propria struttura ISO 9001:2015 per l’assistenza, la ricerca e PDTA pazienti con tumori della prostata e testicolo».

Come scarica la tensione di una attività lavorativa cosi intensa e delicata?

«Ho trascorsi sportivi, in particolare come pallavolista, e questo mi agevola nell’autocontrollo e nella gestione delle energie psicofisiche. Amo viaggiare, ma per il momento resta nel cassetto il viaggio migliore, cioè quello che non ho ancora fatto. Amo da sempre la musica e, quando posso, suono la chitarra, mio antico amore. Conservo gelosamente una Gibson Les Paul Deluxe. E poi c’è la famiglia e il focolare domestico: sono il più bel rifugio dove rilassarsi e acquisire energie per affrontare una nuova giornata di impegni e di lavoro».