Giovanni all’anagrafe, da adolescente ha militato nel Giugliano, squadra allenata da Peppino Cresci. Contemporaneamente lavorava nel ristorante di famiglia. Lasciato per infortunio il calcio giocato, Gianni Menna (nella foto) è diventato uomo di mercato calcistico. Dal 2005 si è dedicato esclusivamente all’edilizia. «La mia vita ha attraversato tre fasi, ciascuna delle quali ha contenuto prodromi di quella successiva. In qualche caso le differenti attività professionali si sono incrociate senza mai interferire l’una con l’altra. Tutte, però, hanno contribuito, passo dopo passo, mattone dopo mattore, a formarmi come uomo e come imprenditore arricchendomi di esperienze e rafforzando i veri valori della vita nei quali ho sempre creduto e credo».

Ci racconti.

«Sono nato a Villaricca, ultimo di sette figli. La mia famiglia ha origini contadine sia da parte di mamma che di papà. Entrambi ci hanno educato ad apprezzare l’importanza delle cose semplici e il rispetto per gli altri. Lavoravano la terra che possedevano e vendevano i prodotti portando avanti la numerosa famiglia con dignità e sacrifici. A metà anni ’60 nacque la Circumvallazione Esterna, conosciuta come “Strada degli americani” in quanto furono gli statunitensi di stanza a Napoli a costruire il primo tratto dell’arteria tra Qualiano e Lago Patria concepita come opera militare, un modo più agevole per raggiungere le basi militari collocate nei pressi di Lago Patria e Licola. Correva lungo la proprietà di famiglia e papà ebbe l’idea di mettere un’esposizione dei prodotti che coltivava e allevava: frutta, ortaggi di ogni genere, uova fresche, conigli, pollame. L’attività commerciale cresceva insieme al traffico automobilistico, che aumentava grazie ai napoletani che andavano verso il mare e al passaparola. Papà decise di aprire un girarrosto, il primo nella zona, e poco dopo anche una piccola trattoria. Ero un adolescente di 13 anni e giocavo nel Giugliano, la squadra allenata da Peppino Cresci, che mi considerava un giovanissimo talento. Nel tempo che mi restava davo una mano anche io in quella che era diventata “l’azienda di famiglia” perché ci lavoravamo tutti. Purtroppo dopo pochi mesi, a 53 anni, papà morì lasciando mamma e noi sette figli da sfamare».

Come affrontaste quella drammatica situazione?

«Mamma centuplicò sforzi e sacrifici. Avemmo, poi, la fortuna che il marito di nostra sorella maggiore, Mimmo Guarino, con la sua forza di volontà e con il suo entusiasmo, riuscì a mantenerci uniti nella volontà di continuare l’attività iniziata da nostro padre. Fu l’elemento trainante che consentì di superare quel difficilissimo momento».

Lei, intanto, continuava a giocare nel Giugliano?

«Sì, ma ben preso ebbi un incidente con il ciclomotore e mi fratturai tibia e perone. Mi operò il grande professore Eugenio Iannelli, ma purtroppo la mia carriera di enfant prodige era terminata. L’intervento riuscì perfettamente, ma i tempi di recupero, allora, erano lunghi e poi avevo anche paura di farmi male di nuovo. Dovetti abbandonare l’agonismo. Fu un altro duro colpo. Evitai di cadere in depressione per l’enorme affetto di Peppe Cresci che mi prese sotto la sua ala protettiva e mi volle al suo fianco per la parte tecnica. Mi diceva che avevo tutti i numeri per diventare qualcuno nel campo del calcio non giocato e giorno dopo giorno con i suoi incoraggiamenti mi impedì di entrare nel triste tunnel nel quale stavo per entrare».

Si dedicò a tempo pieno alla “scuola” di Cresci?

«No, continuai in parallelo a seguire l’attività di famiglia e il ristorante “La Lanterna”».

Poi un giorno accadde qualche cosa di straordinario che determinò una svolta nella vostra attività. Quale fu?

«Oltre alla cucina di tradizione avevamo cominciato a preparare la cacciagione, che a quei tempi, dalle nostre parti, era una novità in assoluto. Poi mettemmo il forno per le pizze. Tra i primi clienti abituali ci furono Peppino Cresci e la squadra del Giugliano. Un giorno venne a mangiare un agente di spettacolo che era in contatto con cantanti di caratura nazionale. Tramite lui riuscimmo a ingaggiare per una serata Caterina Caselli, passata alla storia come “Casco d’oro” e diventata famosa con il brano “Nessuno mi può giudicare”. Fu un successo strepitoso. Ricordo che il traffico rimase bloccato e dovette intervenire la polizia per ripristinare, non senza fatica, la normalità».

Ritornando al calcio, che evoluzione ebbe la sua collaborazione con Cresci?

«All’epoca non c’erano ancora i procuratori dei calciatori e gli atleti si vendevano e compravano con trattative rapide e dirette. Peppino mi insegnò il difficile mestiere di “uomo mercato”. Ho sempre pensato che chi fa impresa deve diversificare gli investimenti. La “Lanterna” era lanciatissima e i guadagni crescevano anche per me. Cominciai a fare il talent scout di giovani promesse. Li acquistavo dal proiprietario del cartellino a basso prezzo e li piazzavo sul mercato con cospicui profitti».

Ebbe inizio la seconda fase della sua vita professionale e anche il momento in cui il “ristoratore” era utile all’“uomo mercato” e viceversa.

«Esatto. “La Lanterna” era diventato il punto di riferimento di molti club di calcio non solo come ristorante ma anche come centro per portare avanti trattative di calciomercato. Qualcuno la definiva il “Gallia” del Sud perché da noi venivano anche dirigenti di squadre di altre regioni meridionali. Questa situazione mi proiettò ben presto nel mondo dei grandi del mercato. Contemporaneamente il ristorante era richiesto da calciatori e dirigenti anche per eventi privati con un ritorno economico molto interessante».

Peppe Cresci aveva visto giusto e diventò suo socio. Quanto tempo è durato questo sodalizio?

«Circa tre anni. Un giorno tornavamo da Brindisi, dove avevamo concluso un affare molto importante con il presidente della squadra pugliese. Gli avevamo venduto a cifre “stratosferiche” calciatori che avevamo acquistato a prezzi molto contenuti. A un certo punto mi chiede di fermare la macchina in un’area di servizio e mi disse: “fino a stasera mi hai accompagnato. Da questo momento in poi, sappi che sono io ad avere bisogno di te. Non ho più nulla da insegnarti, semmai sono io che devo imparare da te”. Quelle parole sono impresse nella mia memoria in maniera indelebile e quando le “riascolto”, mi commuovo come quando le sentii per la prima volta. Gli sono riconoscente a vita per tutto quello che ha fatto per me».

Per quanto tempo la sua attività di ristoratore ha camminato insieme a quella di uomo mercato?

«Quattro anni. É stato un periodo di grandissime soddisfazioni economiche, umane e professionali. Nel 1982 i miei fratelli, Cristofaro e Giuliano, nostro cognato Mimmo Guarino e io, decidemmo di ristrutturare interamente la “La Lanterna” e accanto realizzammo un albergo. Giuliano è morto 11 anni fa ed è stato il più grande dolore della mia vita, perché vivevamo in simbiosi come due gemelli. Nella ristorazione eravamo sempre un passo avanti agli altri. Nel nostro menù c’erano le specialità di una particolare cacciagione che andavamo ad acquistare in Ungheria, paese delle maggiori e più importanti riserve di caccia. Eravamo entrati nel club di Luigi Carnacina, gastronomo di levatura internazionale, e il nostro era diventato il locale di riferimento in cui si facevano tutte le manifestazioni che si svolgevano in Italia e in Europa sotto la sua egida. Abbiamo rappresentato la cucina napoletana in Brasile. Ci siamo rimasti 21 giorni ospiti del nostro console. La ristorazione incrociò il mondo del calcio perché soggiornarono da noi, oltre al Napoli, all’Avellino e alla Salernitana, il Milan, l’Inter, la Sampdoria. Il Palermo e il Catania erano ospiti fissi. Beppe Savoldi, che fu acquistato dal Napoli per la cifra astronomica di 2 miliardi di lire, il primo pranzo come “azzurro” lo fece alla “Lanterna”. Ci sentiamo ancora telefonicamente. Anni dopo, Maradona diventò nostro amico e ospite fisso perché da noi sentiva protetta la sua privacy. Come uomo mercato, collaborai anche con Gigi Pavarese per il Napoli, l’Avellino, il Catanzaro, il Torino e il Messina. Io e Luciano Moggi siamo stati i suoi testimoni di nozze. Poi sono stato sotto contratto con il Parma dal 2012 al 2016. Tra i tanti talenti che ho scoperto c’è il forte Lukas Haraslin che oggi milita nel Sassuolo. Quando lo presi aveva 18 anni».

Contestualmente fecero capolino i prodromi della terza “fase” della sua vita, che caratterizzano la sua attuale attività professionale.

«Alcuni amici di tanto in tanto mi invitavano a partecipare con piccole quote a loro attività nel campo dell’edilizia. Successivamente, da solo costruii delle villette a Forte dei Marmi e investii in Puglia in fabbricati edificati da Franco Fanuzzi, imprenditore e presidente della squadra cittadina al quale, insieme a Peppino Cresci, avevo venduto dei calciatori».

Nel 2005 decise di lasciare “La Lanterna” e di fare l’imprenditore a tempo pieno nel campo dell’edilizia. Perché?

«Per noi fratelli era giunto il momento di pensare ai nostri figli come successori nell’azienda. Feci una riunione di famiglia con i miei due figli, Federico e Rossana, e chiesi loro se avessero voluto affiancarmi per poi prendre il mio posto. Con la sincerità che ha sempre caratterizzato i nostri rapporti mi risposero che avevano intenzione di fare altro. Oltretutto non potevano essere sicuri che l’afffiatamento che io avevo avuto con i miei fratelli per quarant’anni lo avrebbero mantenuto anche loro con i cugini. Conseguentemente mi feci liquidare e uscii dalla società. La stessa cosa fece Mimmo Guarino e insieme iniziammo l’attività di imprenditori edili a tempo pieno. Abbiamo costruito il parco di 32 appartamenti a Villaricca, a ridosso della “Lanterna” e abbiamo in progetto di costruirne un secondo di 60 appartamenti in un terreno di nostra proprietà, sempre a Villaricca. Un altro progetto riguarda Sessa Aurunca dove siamo proprietari di un vasto appezzamento di terreno edificabile. A latere, con due soci, sono proprietrio di un suolo a Roccaraso e tra 5/6 mesi inizierò a costruire un parco».

In queste tre attività professionali, così diverse tra loro, ci sono stati momenti che ricorda in modo particolare?

«Calcio ed edilizia sono solo business. Il cuore è tutto per “La Lanterna”. Ricordo due episodi che mi hanno segnato molto. Il primo risale al 1990, quando il 12 e 13 novembre Papa Giovanni Paolo II fu ospite ad Aversa. “La Lanterna” fu scelta per preparargli i pasti perché aveva 7 stelle, requisito indispensabile per potere cucinare per un Pontefice. Preparammo anche la festa finale per trecento persone. Tutta la famiglia fu ricevuta dal Papa in udienza privata. Fu un evento che non dimenticherò mai ed è stata un’emozione talmente forte che mi commosse allora come ogni volta che la rivivo nella mia mente. Il secondo riguarda i festeggiamenti per il bicentenario della Scuola Militare Nunzitella. La festa fu fatta alla “Lanterna” e preparammo 2.200 coperti. Ospite d’onore era il generale Franco Angioni».

È un self made man di successo. Crede di avere avuto alle spalle “un nume tutelare”?

«Senza ombra di dubbio mia moglie Marinella Fusco. É una donna meravigliosa perché con la sua presenza continua, discreta ma costante, mi ha consentito di uscire di casa tranquillo e senza problemi per affrontare con serenità ogni giornata lavorativa. Non so quanti abbiano la mia stessa fortuna perché nel lavoro questa condizione è fondamentale. Ha cresciuto e educato in maniera esemplare i nostri figli. Federico sta per laurearsi in ingegnera e già da tempo è impegnato in politica attiva a favore dei giovani del Sud. Rossana è laureata in farmacia e per il momento fa la moglie e la mamma a tempo pieno. Ha sposato un brillante commercialista, Luigi Marone e ci ha regalato un nipotino, Salvatore. A Natale, sotto l’albero, troveremo il secondo che porterà il mio nome, Giovanni. Più in là penserà al tirocinio che è presupposto per aprirle una farmacia tutta sua».