Magistrato da 41anni, è stata sempre giudice penale fino alla prima nomina a Presidente di Tribunale. Sposata con due figli, Elisabetta Garzo (nella foto) ama lo sci e l’attività sportiva in generale che pratica quotidianamente. È una infaticabile camminatrice. Quando il suo secondogenito viveva a New York, in nove giorni ha percorso a piedi circa 300 chilometri. Estroversa e curiosa, è appassionata in particolare di cucina e ha frequentato anche corsi di arte culinaria. «Sono napoletana e ho vissuto a via del Parco Margherita. Ho frequentato le scuole del quartiere Chiaia. Dopo la maturità classica al liceo Umberto, sono stata molto combattuta nella scelta della facoltà universitaria alla quale iscrivermi. Avrei voluto fare medicina, ma poi ripiegai su giurisprudenza».

Perché?

«Seguii il consiglio dei miei genitori che mi fecero comprendere che, non avendo parenti medici che potessero farmi da guida, sicuramente avrei incontrato delle difficoltà, nonostante avessi dimostrato ottima attitudine allo studio durante il percorso scolastico. Optai, perciò, per giurisprudenza che poteva aprire più strade e offrirmi diverse scelte. Devo dire che poi sono stata contenta perché ho imparato ad amare moltissimo il diritto. Mi sono laureata in tre anni e una sessione il 29 giugno del 1977 con tutti 30 e 30 e lode. Discussi una tesi in diritto penale di cui era relatore il prof. Pecoraro Albani».

Poi la difficile scelta postuniversitaria.

«Fui assunta subito all’ufficio legale dell’Italtrafo. Ad agosto furono banditi i concorsi in magistratura e in prefettura. Decisi di partecipare a entrambi facendo affidamento sulla ottima preparazione universitaria. All’esito positivo degli scritti in magistratura mi misi in aspettativa per poi licenziarmi dall’Italtrafo solo quando superai gli orali».

Dopo l’anno di uditorato a quale sede fu assegnata?

«Sono stata nominata magistrato il 30 giugno del 1979 e dopo l’estate del 1980 fui assegnata al Tribunale di Milano con funzioni di giudice presso la VII sezione penale. Sono rimasta nella città meneghina fino a febbraio 1984».

Come è stata la sua esperienza milanese?

«Molto formativa sia sotto l’aspetto personale che professionale, ma sono stati anni difficili. Avevo 25 anni ed ero andata via da una famiglia che mi coccolava e in un certo senso mi proteggeva. Milano è stata sempre una metropoli, una grande capitale europea che dava, come continua a dare, la possibilità di vivere una vita con tante aperture e interessi, ma viveva anche un momento storico molto particolare perché erano gli anni del terrorismo e degli omicidi dei magistrati. Mi è stato di grande aiuto l’ambiente lavorativo inteso come la “vita” del tribunale. Conservo ancora ottimi rapporti con i colleghi milanesi con i quali si creò subito piena sintonia sia da un punto di vista squisitamente lavorativo che giuridico e umano, cosa molto importante perché il collegio penale è sede di continui confronti».

Come mai decise di ritornare a Napoli?

«Ero innamorata di quello che poi è diventato mio marito. È medico e lavorava anche lui a Milano ma rientrò a Napoli e io volli ricongiungermi con lui».

Quanti anni c’è rimasta tra Castel Capuano e il nuovo Palazzo di Giustizia?

«Ho fatto il giudice per ventuno anni, dal 1984 al 2005, inclusi i quattro anni in cui ho ricoperto l’incarico di Pretore nelle sezioni distaccate di Ottaviano e Torre Annunziata. Nominata magistrato di Cassazione, ho presieduto il collegio B della III sezione penale del Tribunale di Napoli ed ho diretto dibattimenti estremamente complessi e delicati per l’elevatissimo numero di imputati, per processi di Tangentopoli, per delitti contro la pubblica amministrazione, per il reato di associazione mafiosa che ha visto alla sbarra personaggi di spicco della camorra napoletana».

Tra le tante, c’è una sentenza che ricorda in modo particolare?

«Quella che riguardava un episodio di sequestro a scopo di estorsione di un ragazzino che venne ucciso sulle montagne dell’Avellinese, nella zona di Lauro. Nonostante ci fosse stato un omicidio e quindi la competenza astrattamente doveva essere della Corte di Assise, la Cassazione ritenne che in quel caso fosse prevalente il reato di sequestro a scopo di estorsione per cui lasciò la competenza al Tribunale. I rapitori furono condannati all’ergastolo. Sono stata l’estensore della sentenza».

Poi fece domanda al Csm per essere assegnata al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, dove maturò un’altra importante esperienza. Successivamente, nel 2010, la prima nomina a Presidente di Tribunale.

«L’incarico iniziale fu di presidente di sezione di tribunale. Successivamente fui assegnata d’ufficio alla III sezione della Corte di Assise con funzioni di Presidente Dopo quattro anni, nel 2010, fui immessa in possesso delle funzioni di Presidente del Tribunale di Vallo della Lucania e, sino al 18 marzo 2011, sono stata contemporaneamente applicata alla Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere provvedendo alla definizione di gravi processi nei confronti di componenti del clan dei Casalesi. L’ultimo fu quello per l’omicidio dell’imprenditore Sergio Orsi conclusosi con la condanna, tra gli altri, all’ergastolo del boss Giuseppe Setola, confermata dalla Corte di Cassazione».

Aveva una “tutela” di secondo livello, quindi molto alta. Come ha vissuto quel periodo? 

«Ero in uno stato di allarme continuo anche perché come madre di due figli il pensiero andava continuamente a loro. Ma quando si fa una scelta, dura che possa essere, poi bisogna portarla a termine per la passione, l’amore e il grande rispetto per quel tipo di lavoro. Sono stata fortunata perché le persone che costituiscono la scorta sono quelle che ti conoscono meglio di ogni altra. Ti sono sempre vicino con discrezione anche senza farsene accorgere. Le ricordo tutte con grande affetto e stima».

Nel 2014 diede vita al Tribunale di Napoli Nord diventandone presidente.

«Ho avuto grande soddisfazione perché mi sono trovata di fronte a molteplici responsabilità organizzative che fino a quel momento non avevo mai avuto. Una cosa è organizzare una sezione, un’altra organizzare un tribunale. Ho avvertito, in particolare, il peso delle problematiche connesse con la gestione del personale e dell’ufficio e dell’importante impatto che esse hanno sull’immagine che si dà anche all’esterno e all’opinione pubblica. Il Tribunale Napoli Nord oggi è sicuramente un presidio di legalità su un territorio che ha la più alta densità criminale. Aversa, anche sotto l’aspetto economico, ha avuto una forte evoluzione perché intorno al tribunale gravitano tantissime persone. Abbiamo acquisito la stima e la fiducia di tutti coloro che vivono in questo circondario. Avrebbero voluto darmi la cittadinanza onoraria della città normanna e forse lo faranno. Ha delle bellezze storiche incredibili; c’è gente di diverse estrazioni sociali e anche un’ottima borghesia medio-alta, culturalmente impegnata. Per me è stata una grande scoperta».

Che sensazione ha provato quando si è seduta per la prima volta dietro la scrivania come Presidente di Tribunale?

«Ho pensato tra me e me: “sono diventata vecchia”. Dopo questa considerazione fatta tra il serio e il faceto, ho ritenuto che comunque per me era l’evoluzione naturale di un percorso voluto perché ho sempre scelto di fare il giudicante e che era la conseguenza di tanti anni di impegno lavorativo. È un ruolo completamente diverso da quello di giudice perché si è piuttosto manager. La soddisfazione è stata grande e mi ha reso molto orgogliosa anche perché ho sempre lavorato con grande impegno costruendomi da sola l’intera carriera».

A febbraio scorso è diventata il primo presidente donna del Tribunale di Napoli, tra i più importanti e complessi d’Italia, e il suo insediamento è avvenuto in un momento difficile. Che impatto ha avuto?

«Mi sono trovata ad affrontare l’emergenza Coronavirus. È stato sicuramente un impatto violento e inaspettato. Ho dovuto fare fronte a delle emergenze notevoli come la sanificazione dei locali, degli ascensori, dei piani, delle torri e soprattutto gestire la malattia. Ci sono stati contagi anche in questo ufficio giudiziario e si è creato un certo allarme: il rischio era che si creasse qualche focolaio, che abbiamo evitato grazie al particolare impegno che l’intero Ufficio ha profuso. Ho trascorso tutte le mie giornate in ufficio, compreso il sabato, nonostante ci fosse il lockdown, perché erano troppe le emergenze e non potevano essere gestite da lontano».

Aveva qualche progetto particolare?

«Il Tribunale di Napoli è una realtà che non ha confronti e non pensavo che fosse così complessa, difficile e con tante problematiche. Non è paragonabile neanche a Milano che ha un’organizzazione eccellente e uomini e mezzi che noi non abbiamo. Allo stato dei fatti è prematuro parlare di progetti proprio perché ho vissuto un momento di emergenza nell’emergenza, dove ho dovuto preoccuparmi solo di risolvere le contingenze immediate che si presentavano quotidianamente».

E quando si potrà ritornare alla normalità?

«Le mie intenzioni per il futuro sono soprattutto legate a una migliore gestione delle forze disponibili, che comunque sono ampiamente carenti rispetto a ciò che servirebbe. Faremo di tutto per ottimizzare le risorse attuali e per ottenerne l’incremento. Un’attenzione particolare merita il settore penale che presenta maggiori complessità».

Fa riferimento al processo telematico?

«Nel civile era già partito da un po’ di tempo e quindi in questo settore lo svolgimento delle udienze “da remoto” ovvero con “trattazione scritta”, ha potuto beneficiare del ricorso a strumenti già esistenti e collaudati. Per quel che riguarda invece il settore penale, l’emergenza ha determinato l’adozione di misure organizzative assolutamente nuove. Si pensi alla celebrazione delle udienze di convalida del Gip e dei giudizi con rito direttissimo “da remoto”, al deposito telematico di gran parte delle istanze, riforme che hanno avuto immediata attuazione grazie alla firma di protocolli condivisi tra Uffici Giudiziari, Consiglio dell’Ordine degli Avvocati e Camera Penale. Sono convinta che alcune innovazioni imposte dall’emergenza quali, appunto, il deposito telematico anche a favore degli avvocati, l’utilizzo delle Pec, la regolamentazione degli accessi in cancelleria con prenotazione sempre a mezzo Pec, possano divenire strumenti utilizzabili anche per il futuro».

Per quanto riguarda il dibattimento qual è il suo pensiero?

«Pensando con una certa nostalgia ai tanti anni vissuti a dirigere il dibattimento penale ritengo che questo non possa svolgersi da remoto. Nel nostro sistema i principi costituzionali dell’oralità e dell’immediatezza impongono che il processo penale si svolga nel contraddittorio di tutte le parti che, quindi, devono essere fisicamente presenti, e soprattutto devono intervenire innanzi al giudice senza nessuna interposizione, nemmeno quella di uno schermo».

Quale consiglio dà a chi vuole diventare magistrato?

«È uno dei lavori più belli che ci siano. Non c’è mai ripetitività, c’è un costante contatto umano e un confronto con persone sempre diverse. È un lavoro che arricchisce, che incide sulla conoscenza dei fatti umani e della mente delle persone. Però è un’attività che va fatta con grande impegno, con rigorosa osservanza della legge, della deontologia, e soprattutto con enorme rispetto di chi si ha di fronte. Chiunque esso sia. Solo così le proprie decisioni possono essere prese con serenità».