Vincenzo Volpe (nella foto) è un medico chirurgo, laureatosi nel 1986 e specializzatosi in chirurgia plastica estetica e ricostruttiva nel 1991. Esercita da allora la libera professione. È iscritto nell’albo dei Ctu presso il Tribunale di Napoli e quello di Cassino ed è socio della Società Italiana di Chirurgia Plastica Ricostruttiva ed Estetica dal 1987 e della Socpes (Società chirurghi plastici estetici). È stato per 11 anni medico incaricato presso gli ambulatori di traumatologia dell’l’Inail e ha ricoperto l’incarico di presidente del Comitato per lo sviluppo economico e sociale del Mezzogiorno (Csesm). Dal 15 dicembre 2021 è il presidente del Circolo Nautico Rari Nantes di Napoli.

«Sono nato a Capodimonte, primo di tre figli, da una coppia di giovani sposi che con la forza straordinaria del loro esempio mi hanno insegnato ad inseguire le mie aspirazioni nel rispetto degli alti valori della vita. Il mio adorato papà Gaetano e la mia dolce mamma Rita, con la loro educazione mi hanno consentito di fare le scelte che, al netto di compromessi e condizionamenti, mi hanno permesso di raggiungere quei traguardi che li hanno resi fieri di me. Quando avevo 7-8 anni e mi chiedevano che cosa avrei fatto da grande, rispondevo di voler diventare uno dei tre idoli televisivi che allora imperversavano: Zorro, Ringo o il dottor Kildare. Crescendo capii che i primi due potevano esistere solo nella mia fantasia mentre per il terzo potevo avere qualche possibilità. Conseguita la licenza liceale, senza alcuna esitazione mi iscrissi alla facoltà di medicina alla Federico II, iniziando il percorso che mi ha portato a realizzare i miei sogni di bambino».

In quel percorso la realtà ha mai fatto vacillare quell’aspirazione?

«Mai. L’impatto che ebbi con i primi esami fu entusiasmante perché finalmente studiavo materie che mi interessavano molto come la biologia e la fisica. Più avanti iniziarono gli argomenti che riguardavano il corpo umano, la sua anatomia e il suo funzionamento, e ne rimasi totalmente soggiogato perché la “macchina” uomo è davvero meravigliosa».

Riusciva a concedersi qualche distrazione?

«Ho sempre fatto molto sport a livello amatoriale. Palestra, calcetto, tennis e sci erano le attività cui mi dedicavo anche per scaricare le tensioni che uno studio così impegnativo comporta. Ancora oggi il nuoto e la ginnastica all’aria aperta riescono a schiarirmi le idee come niente altro. Infatti considero l’attività fisica il modo migliore per connettere il proprio pensiero al disegno dei percorsi che la vita propone. Lo sport infatti non è solo divertimento ma rappresenta un importante strumento di crescita mentale e sviluppo cognitivo in quanto l’azione muscolare a livello cerebrale favorisce quella fluidità del pensiero tale da risolvere problemi apparentemente insolubili».

Quando decise di fare il chirurgo?

«Durante il tirocinio pre laurea frequentai l’istituto di chirurgia generale del professore Giuseppe Nigro. Vedendolo operare iniziai a capire quale attrazione avessero su di me le discipline chirurgiche. La conferma, poi, la ebbi vedendo operare il professore Angelo Mastro. Salvò la vita a un paziente affetto da un tumore intestinale che aveva interessato molti altri organi. Rimasi freddo e lucido alla vista di quel intervento tanto complesso quanto invasivo e realizzai, con assoluta certezza, che la chirurgia era la strada giusta per me».

Con quale tesi si è laureato?

«Nel 1986, in chirurgia generale. Il tema dell’elaborato era le “Neoplasie rare del retroperitoneo: considerazioni su alcuni casi clinici”. Il relatore è stato il professore De Blasio, ordinario dell’Istituto di chirurgia generale e scienze gastroenterologiche».

Dopo la laurea che cosa fece?

«L’esame di abilitazione all’esercizio professionale e i test per l’accesso alla specializzazione. Come tutti i giovani laureati ne feci più di uno con indirizzo chirurgico e superai quelli di chirurgia plastica estetica e ricostruttiva. La scuola era diretta dal professore Nicolò Scuderi e conseguii la specializzazione nel 1991».

Qual è la differenza tra i due tipi di chirurgia plastica, Estetica e Ricostruttiva?

«La prima ha finalità esclusivamente estetiche. Gli interventi più frequenti sono, nell’ordine, la rinoplastica, la mastoplastica, la liposuzione, l’addominoplastica e la blefaroplastica. La seconda, invece, ha uno scopo di ripristino funzionale e riparativo di una perdita dell’integrità anatomo-funzionale. Pensiamo, per esempio, alle anomalie genetiche, a tutta l’ustionologia o agli interventi di ricostruzione mammaria post cancro».

Lei di quale delle due si occupa?

«La chirurgia plastica estetica assorbe gran parte della mia attività ma non ho mai perso interesse verso quelle tecniche di chirurgia plastica ricostruttiva che mi consentono di aiutare pazienti con patologie genetiche, post-traumatiche e oncologiche».

Dove ha cominciato?

«Il mio primo intervento lo effettuai nel 1987, dopo un proficuo periodo di apprendimento, nella divisione di chirurgia plastica dell’ospedale Cardarelli diretto dal professore emerito Elio D’Alessio che è stato uno dei fondatori della chirurgia plastica italiana».

I chirurghi estetici sono chiamati anche “chirurghi dell’anima”. Perché?

«Perché il paziente estetico desidera riappropriarsi di una sicurezza interiore attraverso il miglioramento di una imperfezione fisica percepita come tale. Questo disagio può diventare invalidante per una normale vita di relazione in quanto riduce l’autostima. Il compito del chirurgo plastico consiste nel ridimensionare l’inestetismo sia fisicamente che psicologicamente, regalando un po’ di armonia senza mai cancellare il fascino unico ed irripetibile che ognuno, in quanto individuo, ha dentro di sé. Peraltro l’eleganza di un risultato estetico si misura nel rispetto della personalità del paziente e non con l’imbarazzante evidenza di un esercizio chirurgico più o meno riuscito».

Il ricorso alla chirurgia estetica è aumentato nel tempo. Perché?

«Fino a una quarantina di anni fa questa chirurgia era appannaggio di una élite composta prevalentemente da personaggi dello spettacolo o dei ceti sociali più elevati. Con il mutare dei tempi e dei costumi il ricorso a questa chirurgia è aumentato esponenzialmente penetrando in modo capillare i vari strati sociali, ed all’aumento della domanda gli operatori del settore hanno risposto affinando sempre di più le tecniche chirurgiche. L’esplosione poi dei social, come connettori mediatici, ha amplificato notevolmente l’interesse verso questa branca».

Qual è il suo metodo di lavoro?

«Comincio con degli incontri ed esami preliminari per valutare se la paziente è candidabile o meno a subire un intervento chirurgico, sia dal punto di vista fisico che psicologico. I colloqui servono infatti a comprendere quali sono le motivazioni che sottendono la sua richiesta e sempre più spesso mi avvalgo anche della collaborazione di uno psicologo, in quanto un paziente non idoneo psicologicamente non si riterrà mai veramente soddisfatto. A tal proposito non dimenticherò mai il caso della moglie di un collega che si rivolse a me perché insoddisfatta del risultato di un intervento di mastoplastica additiva praticato altrove. Una volta mi confessò che sognava spesso di svegliarsi senza le protesi. Capii immediatamente che quell’aumento di volume mammario in realtà non lo aveva mai voluto. La operai rimuovendole le protesi e restituendole la serenità perduta».

Non sempre si ricorre all’intervento chirurgico per ricreare l’armonia estetica, ma si fa ricorso alla medicina estetica. In che cosa consiste?

«La medicina estetica offre delle alternative alla chirurgia attraverso trattamenti che possono essere fatti manualmente o mediante macchinari medicali. In questo campo mi sono appassionato al ripristino dei volumi e al riposizionamento dei lineamenti del viso praticando infiltrazioni a base di acido ialuronico e botulino».

Quanto incide la tecnologia sulla chirurgia plastica estetica contemporanea?

«La tecnologia ci ha messo di fronte una serie di opportunità che prima non c’erano. Mi riferisco all’uso degli strumenti e delle apparecchiature che utilizziamo in sala operatoria o in studio. I laser, gli ultrasuoni, la radiofrequenza o l’ultima frontiera rappresentata dall’attivazione di alcune cellule nervose, elementi residuali dell’ectoderma, che si trovano nella nostra pelle. Tali elementi hanno la capacità di essere attivati da determinate lunghezze d’onda luminosa promuovendo un processo antinfiammatorio o addirittura rigenerativo dello strato cutaneo».

È il neo presidente del Circolo Nautico Rari Nantes. Perché si è candidato?

«Il Circolo è sempre stato per me il luogo ideale per rilassarmi e ritrovare nuova carica per affrontare gli impegni professionali. Questo luogo magico, forte di quella bellezza travolgente che solo Napoli può offrire, lo vivevo infatti come una bolla di spensieratezza fatta di mare, sole e partite a scacchi, ma quando mi è stato proposto di concorrere al progetto di ripartenza del sodalizio non ho saputo dire di no. Per una serie di circostanze, in seguito, mi hanno proposto addirittura di candidarmi alla presidenza. Ho accettato consapevole dell’onore e delle responsabilità che la guida di un Circolo così glorioso avrebbero comportato e lo scorso 15 dicembre sono stato eletto per acclamazione».

Quali sono gli obiettivi primari annotati nella sua agenda?

«La riaffermazione della centralità del socio come primo destinatario di tutte le attività sociali, la modernizzazione e l’abbellimento strutturale degli spazi comuni, la programmazione di eventi culturali e artistici che riportino il circolo all’attenzione della città quale vero e proprio fulcro di iniziative atte a valorizzarne l’immagine, con un occhio privilegiato alla beneficenza e al sociale. E poi naturalmente gli sport acquatici con al primo posto la pallanuoto, che resta uno degli interessi primari del Circolo Rari Nantes. Ma tutto ciò sarà possibile grazie alla valida collaborazione dei componenti del consiglio direttivo e al supporto dell’intero corpo sociale, perché i gol si fanno solo se ci si passa la palla!».