È attrice, cantante e showgirl, con 47 anni di carriera, a oggi. Lucia Cassini (nella foto) Ha recitato in numerose compagnie di prosa, di rivista e avanspettacolo toccando nelle sue tournée nazionali ed internazionali gran parte dei teatri italiani. Ha lavorato con Walter Chiari, Carlo Dapporto, Oreste Lionello, Gianfranco D’Angelo, Pietro De Vico, Anna Campori, Enrico Beruschi, Giacomo Rizzo, nonché con registi e autori di chiara fama come Angelo Fusco, Antonio Calenda, Don Lurio, Carlo Nistri, Amendola, Corbucci, Castellacci, Pingitore, Riccardo Pazzaglia e con Dino Verde, il quale ha scritto per lei diversi “lavori” teatrali. Nel cinema la troviamo al fianco di Pippo Franco, Leo Gullotta e Fabio Testi. Ha inciso molti 45 giri e una decina di Lp di successo, uno dei quali “Balla Concetta”. Ha partecipato ad alcuni Festival di Napoli. Ha rappresentato Napoli alla Biennale di Venezia e tra i vari premi ricevuti, per il teatro va citato “L’Oscar delle Regioni” che le è valso l’appellativo di “Totò in gonnella”. «Sono nata a piazza del Gesù “o quatt ’e maggio”, giorno diventato famoso nella nostra città perché una norma del periodo del vicereame spagnolo aveva designato quella data per gli sfatti, cioè i traslochi. Mio padre Arturo, rispettoso di questa tradizione ha cambiato casa per oltre diciassette volte, una ogni anno, fino a quando, poi, acquistai la mia. Vengo da una famiglia di artisti. Nonno paterno Giuseppe era prima tromba al San Carlo, papà suonava il pianoforte molto bene e si esibiva quando il suo lavoro di rappresentante del Sis Cavallino Rosso brandy di Piemonte, famoso all’epoca, glielo consentiva, mamma era mezzo soprano, ma i suoi genitori non le consentirono mai di mettere a frutto questa sua dote. Quando avevo due anni nonno, ogni mattina, mi portava a passeggio con lui per via Toledo. Era pazzo di me e dopo avermi comprato una bambolina al negozio di giocattoli Leonetti, ci fermavamo alla pasticceria Caflisch. Mi sedeva sul bancone e io cominciavo a cantare le canzoni di Nino Taranto. I miei cavalli di battaglia erano “Dove sta Zazà” e “Ho comprato la caccavella”. Gli avventori presenti mi applaudivano calorosamente e il premio era un babà, il mio dolce preferito. Nonno è stato il primo a scoprire il mio talento».

Era decisamente una bambina prodigio, ma si esibiva anche su un “palcoscenico”, particolare. Dove?

«Quando ci trasferimmo a via Chiaia, andammo ad abitare al terzo piano di un palazzo di fronte al teatro Sannazaro. Il balcone era il mio palco musicale perché, utilizzando come base i 45 giri di Mina e Celentano, che facevo suonare da un giradischi Telefunken, cantavo i testi. Mandavo mio fratello sotto il ponte di Chiaia per verificare se la mia voce possente arrivasse fin là. I passanti alzavano lo sguardo e applaudivano quella bella ragazzina bionda dai lineamenti slavi presi da mia madre istriana. Organizzavo in casa anche piccoli sopettacoli musicali. Il pubblico era composto dai bambini che abitavano nel palazzo e da qualche compagno delle elementari. A ciascuno di loro facevo pagare il biglietto al prezzo di cento lire. Un giorno mentre stavo affacciata al balcone salvai il teatro Sannazaro da un incendio perché vidi che dal solaio usciva del fumo e diedi immediatamente l’allarme».

In quello stesso periodo fece il debutto in Rai. Con quale spettacolo?

«La mia vicina di casa aveva una sorella che frequentava la sede Rai che a quei tempi si trovava a Pizzofalcone. All’insaputa di mamma mi portò a fare un provino per uno spettacolo per bambini. Si chiamava “Il nostro piccolo mondo - Figure, personaggi, giochi e canzoni del mondo dei ragazzi” ed era condotto da Silvio Noto con Mario Zicavo. Cantai Mina e Celentano e fui presa. Al pianoforte c’era Roberto De Simone e la regia era di Lelio Golletti. Andava in onda nella tv dei ragazzi il giovedì alle ore 17. Per tre anni sono stata anche allieva di Zietta Liù».

Quando ha inciso il suo primo 45 giri?

«Dopo qualche anno. Nella Villa Comunale c’era un piccolo padiglione dove, pagando, si poteva cantare. Incisi quattro dischi. Ma il vero debutto importante, sempre da adolescente, lo feci con la casa discografica Euterpe che si trovava in un palazzo a via Chiaia. Fui incuriosita da un gruppetto di ragazzi che sostavano sotto l’androne. C’era anche Mino Reitano e decisi di seguirli. Mi fecero fare un provino e cantai quattro canzoni che poi diventarono altrettanti 45 giri. Tra queste “Coriandoli” e “Folle banderuola”».

Con quale maestro studiava?

«Roberto De Simone mi voleva con lui ma io scelsi Mino Campanino. Abitava all’ultimo piano di un palazzo senza ascensore e per arrivare da lui bisognava salire un’interminabile scalinata».

Come attrice di teatro il suo debutto l’ha fatto nella compagnia di Umberto D’Ambrosio, in arte Trottolino. Quando?

«Il grande maestro dell’avanspettacolo rimase impressionato dalla vena comica che avevo tirato fuori in uno spettacolo estivo quando avevo 12 anni. Mi propose di lavorare con lui e mi fece debuttare al Salone Margherita e al cinema Smeraldo. Facevamo tre spettacoli al giorno e nell’intervallo tra l’uno e l’altro studiavo con papà dietro le quinte perché lo studio mi piaceva molto».

Dopo qualche anno lasciò l’avanspettacolo. In quale occasione?

«Un mio zio giornalista mi presentò a Roberto Donadio, autore di spettacoli musicali. Aveva scritto “Carotina” e debuttai al Metropolitan e poi al teatro Mediterraneo. In quel periodo partecipai anche al Festival di Castrocaro per le voci nuove ed entrai nelle dodici finaliste cantando “Cuore” di Rita Pavone e “Amore scusami” di John Foster. Da allora diventai “l’anti Pavone”. Fui notata da Gianni Ravera ma mio padre commise l’errore di non accettare la proposta che mi fece di entrare nella sua “scuderia” perché a soli 14 anni quadagnavo 150mila lire che era una cifra importante. Accettò quella del maestro Tony Iglio che mi volle alla casa discografica Phonotype. Insieme a Gianni Nazzaro e a Nancy Cuomo facemmo le cover di Sanremo del 1965 e 1966. Mi voleva anche la Rca ma per una mia imprudenza “tecnica” non potetti sostenere il provino: bevvi un thè caldo che mi fece scendere la voce».

Quando “incontrò” i futuri Cabarinieri?

«Nel 1968. Mi chiamò Renato Rutigliano che era in gruppo con Angelo Fusco, Franco Nico e Lina Siri. Avevano bisogno di una ragazza che cantasse e volevano lanciare a Napoli il cabaret che si faceva solo a Milano con i Gufi e cominciava a comparire a Roma. Esordimmo al teatro Don Orione con uno spettacolo, curato dalla regia di Nico Galdieri, col nome “I Contestieri” ma poco dopo ci battezzammo “I Cabarinieri”. Del gruppo hanno fatto parte anche Aldo Barone, Saverio Matteo, Aldo De Mattia e, per un periodo, Enzo De Caro e Marisa Laurito. Enzo che, insieme a Massimo Troisi e Lello Arena formava “I Saraceni”, mi invitò a un loro spettacolo. Ci andai e diedi un forte contributo al loro debutto al Sancarluccio che li consacrò con il nome “La Smorfia”. Con “I Cabarinieri” inventammo al cinema-teatro Diana, al Vomero, il Cab-Cinema».

Perché non ha mai lavorato con Eduardo De Filippo?

«Facevo parte del cast del film “La città delle donne” di Federico Fellini. Durante la pausa delle riprese, il giornalista Gianni Melli mi intervistò per il settimanale “Oggi”. Mi chiese anche perché non avessi mai lavorato con Eduardo. Gli risposi che avevo già raggiunto una popolarità tale che meritavo un’uscita a fine spettacolo da sola per ricevere gli applausi dal pubblico. Con Eduardo questo non sarebbe mai stato possibile. La cosa finì lì».

Perché quella risposta?

«Non l’ho mai spiegato prima di oggi, ma ritengo che siano maturi i tempi per farlo. Ammiravo moltissimo il maestro e ho visto i suoi spettacoli anche tre, quattro volte ciascuno. Ma alla fine di ogni rappresentazione, quando si rialzava il sipario perché il pubblico applaudisse, provavo sempre la stessa rabbia e mi chiedevo: “ma perché non fa uscire Pupella Maggio da sola per farle dare dalla platea il tributo che merita?”. Una sera con i compagni del gruppo andai per la prima volta a mangiare da “Zì Carmela”, un piccolo ristorante che stava a Palazzo Donn’Anna. A un tavolo era seduto Eduardo De Filippo con Luca. Angelo Fusco mi sussurrò: “sta a guardare, appena ti vede ti chiama”. Detto fatto. Eduardo si girò, mi vide e mi disse: “ho letto un articolo in cui hai detto che non avresti mai lavorato con me. Mi spieghi perché?”. Gli risposi: “maestro, vi ammiro moltissimo, ho imparato molto da voi e vi ho visto recitare tantissime volte. A me piace prendere gli applausi da sola, da protagonista, come credo di meritare. Non lavorerei con voi perché non fate mai uscire Pupella da sola”. Mi sorrise e replicò: “sei onesta e sincera e queste sono le persone che mi piacciono”».

Era molto legata a Pupella Maggio?

«Tantissimo e anche alla sorella Rosalia. Ricordo che quando festeggiò al “Diana” i suoi ottant’anni, davanti a una platea piena di artisti famosi, dal palcoscenico salutò il grande maestro, il critico di teatro Giulio Baffi, Antonio Casagrande e me. Lascio immaginare come ci rimasero i “grandi”. Mi avvicinai al palco e le regalai, come sempre, un Pierrot, la sua maschera preferita».

La chiamano “Totò in gonnella”. Per quale motivo?

«Quando il Principe è morto avevo sedici anni e ho potuto vederlo solo al cinema. Papà mi portava al “Lux” e lo costringevo a vedere due proiezioni di seguito. Ho cominciato subito a fare le sue imitazioni e mi venivano naturali e bene. Erano diventate fondamentali nel mio repertorio. Quando fu celebrato il suo funerale a Napoli, in chiesa fui scambiata per una parente tanto era il mio dolore. Fraintesi anche l’omaggio che dall’altare gli fece Nino Taranto che declamò “’A livella”. Pensai che avesse oltraggiato la sua memoria perché quel capolavoro lo poteva interpretare solo lui, il grande Totò. Per un lungo periodo tenni a distanza Nino che peraltro ammiravo come attore».

Poi vi chiariste?

«Una sera al Metropolitan, in occasione della Festa dell’Unità in cui eravamo entrambi ospiti. Stavamo dietro le quinte in attesa di andare in scena e Nino mi chiese perché lo trattassi con distacco. Glielo spiegai e lui meravigliato mi disse che avevo frainteso perché Totò per lui era un fratello. Me lo dimostrò facendomi andare a casa di Ferdinando Clemente, un cugino del grande artista, che conservava il baule con tutti i suoi costumi. Mi accompagnò Oreste Pipolo che mi fece un book fotografico mentre li indossavo facendo le varie imitazioni del principe della risata. Ricordo che nel frac che indossava quando era diventato ormai cieco trovai il fazzoletto con cui si asciugava le lacrime. Provai una forte emozione quando calzai le sue scarpe. Erano 39 di numero proprio come il mio. Totò era la mia vita e vive in me».

Tante emittenti televisive private. Su quale ha debuttato?

«Sull’attuale Canale 21, creata nel 1976 da Pietrangelo Gregorio. Angelo Manna faceva “Il Tormentone”, Gregorio “Filo diretto” e io “Triccheballacche”. Poi ho lavorato con tutte le altre emittenti campane».

Per quanto riguarda le reti nazionali?

«Tra le tante partecipazioni ricordo “I sogni nel cassetto” con Mike Bongiorno, “Domenica in” con Pippo Baudo, “All’Arca, all’Arca” su Rai 2 di Eros Macchi».

Il film di cui ha il ricordo più vivo?

«“La città delle donne” di Federico Fellini in cui canto anche la colonna sonora, e “Disperatamente Giulia” miniserie di sei film per la tv diretti da Enrico Maria Salerno con cui sono stata consacrata come attrice di televisione».

È tifosissima del Napoli e ha un bel ricordo di Maradona.

«Ero molto amica del compianto Carletto Juliano. Mi ha fatto conoscere il campione quando è venuto a Napoli. In occasione di una festa per il primo scudetto del Napoli lo feci salire sul palco e cantammo insieme “Ho visto Maradona”».

Quarantasette anni di carriera poi un periodo di assenza dalle scene per motivi di salute durante il quale ha scritto un libro. Quale?

«Mentre giravo la fiction “Ischia Forever”, la mia prima regia, mi sono dovuta fermare. Ho approfittato per scrivere l’omonimo libro edito da Adriano Gallina Editore. L’ho dedicato al compianto amico fraterno Carlo Croccolo. È uscito a novembre scorso».

Quando riprenderanno le riprese?

«A breve, compatibilmente con la pandemia. Poi ho in progetto di girare due film».